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Giorgio Valentini
Leggi i suoi articoliGiuliano Ruffini, collezionista francese di origine italiana, torna sotto i riflettori per lo scandalo internazionale legato a decine di dipinti «riscoperti» e attribuiti ad antichi maestri, da Frans Hals, Cranach, Parmigianino, Bronzino, Orazio Gentileschi, El Greco, poi rivelatisi presunti falsi.
Il caso era esploso nel 2016, quando Sotheby’s dovette rimborsare 10 milioni di dollari a un collezionista per un «Hals» venduto anni prima e proveniente proprio da Ruffini. Le indagini francesi individuarono nel pittore reggiano Lino Frongia il probabile autore materiale delle opere autenticate o prese in prestito da diversi musei (come il Musée du Louvre di Parigi, la National Gallery di Londra e Metropolitan Museum of Art di New York), mentre Ruffini fu accusato di truffa e riciclaggio. Nel 2019 scattarono due mandati di cattura europei contro Ruffini e Frongia; nel 2020 la Corte d’Appello di Milano respinse però le accuse contro Frongia. Ruffini, rimasto latitante di fatto per anni senza saperlo, si costituì nel 2022 ai carabinieri di Castelnovo ne’ Monti, in provincia di Reggio Emilia, e venne poi scarcerato per un vizio procedurale nell’iter di estradizione. Nello stesso anno fu assolto anche dall’accusa di evasione fiscale a Reggio Emilia.
Ora la Procura di Parigi ha richiesto il rinvio a giudizio di Giuliano Ruffini, come riportato dal quotidiano inglese «The Art Newspaper» che ha visionato un documento ufficiale. Allo stesso tempo, ha richiesto anche il rinnovo del mandato d’arresto per Frongia. In questa nuova fase, però, Clemence Radafshar e Marianne Frochot, incaricati del caso, porteranno principalmente accuse di riciclaggio di denaro e frode, tralasciando i precedenti capi di imputazione per frode organizzata.
Ruffini ha sempre sostenuto la propria innocenza, come dichiarato dall’avvocato Paul Le Fèvre a «The Art Newspaper», che ritiene il procedimento «fragile» e «gonfiato». Lo stesso dice dell’altro suo assistito, il figlio di Ruffini, Mathieu, anch’egli coinvolto nella vicenda e incriminato per riciclaggio di denaro nel 2023. L’accusa sta infatti cercando di riaprire il suo fascicolo, assieme a due intermediari, Jean-Charles Méthiaz e Michaël Tordjmann.
Si tratta in totale di una trentina di opere, la maggior parte delle quali Ruffini sostiene provenienti dalla collezione di un imprenditore francese, André Borie, ma l’accusa scrive che «l’indagine ha accertato che André Borie non ha mai posseduto una collezione d’arte, come confermato dal nipote, dai suoi ex dipendenti e dal notaio che ha curato il suo testamento». Di queste, però, solo 13 sono state trattenute dalla Procura di Parigi e dichiarate false dopo apposite analisi condotte dal laboratorio dei Musei Francesi al Louvre, dalla Orion Analytical di James Martin negli Stati Uniti, dall’esperta francese Violaine de Villemereuil, dalla storica olandese dell’Età dell’Oro Anna Tummers e da Gunnar Heydenreich, responsabile dell’Archivio Digitale Cranach.
L’accusa dovrà ricevere la conferma di un giudice nelle prossime settimane; se così sarà, il processo potrebbe prendere il via già nel 2027.
Giorgio Valentini
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