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Maurita Cardone
Leggi i suoi articoliIl 4 luglio ricorrono i 250 anni dalla firma della Dichiarazione d’Indipendenza americana e gli Stati Uniti si preparano a celebrare il proprio mito fondativo nel mezzo di una delle più profonde crisi identitarie della loro storia recente. In questo contesto, l’anniversario è un campo di battaglia simbolico, culturale e politico in cui si confrontano due idee opposte d’America. Da una parte la riaffermazione patriottica dell’«eccezionalismo» nazionale, dall’altra una revisione critica della storia americana che negli ultimi anni si è sforzata di portare l’attenzione su schiavitù, colonialismo, razzismo sistemico e violenza istituzionale che hanno segnato l’evoluzione della democrazia più potente del mondo.
In vista di questa ricorrenza, già nel 2016, il Congresso aveva istituito il programma federale «America 250» per coordinare le celebrazioni nazionali del «Semiquincentennial». Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, il progetto ha assunto un marcato tono ideologico. Alla struttura originaria si è infatti sovrapposta la White House Task Force on Celebrating America’s 250th Birthday, nota come «Freedom 250», direttamente controllata dall’amministrazione, con l’idea di fare dell’anniversario uno strumento per riaffermare una narrazione patriottica «ripulita» dalle interpretazioni considerate divisive o antiamericane. Ne risulta una galassia di iniziative spesso autonome e talvolta concorrenti cui si aggiunge il vasto ecosistema di musei, biblioteche e istituzioni culturali che stanno utilizzando il 2026 come occasione di rilettura storica e identitaria del Paese.
«America 250» contro «Freedom 250»
«America 250» insiste soprattutto su una dimensione partecipativa e popolare delle celebrazioni. Tra i progetti principali figura «America’s Block Party», una serie di eventi pubblici diffusi pensati per trasformare piazze e spazi urbani in luoghi di festa civica. Il programma comprende grandi appuntamenti comunitari, da New York a Los Angeles, concepiti come manifestazioni spettacolari di unità nazionale e cultura popolare. Dall’altro lato, «Freedom 250» punta su eventi patriottici e religiosi ad alto impatto mediatico, ma ha dovuto incassare il ritiro di molti degli artisti annunciati per gli eventi musicali, a causa dell’eccessiva politicizzazione dell’iniziativa. Trump ha reagito prendendo un ruolo da protagonista e annunciando che, al posto dei concerti, sarà un grande comizio a inaugurare la Great American State Fair, manifestazione in stile Expo in programma dal 25 giugno al 10 luglio sul National Mall, con padiglioni dedicati ai vari Stati, attrazioni popolari, esposizioni e rievocazioni storiche. Intanto, istituzioni culturali e musei indipendenti cercano un delicato equilibrio.
Uno scatto dalla Great American State Fair di Washington. Courtesy Freedom 250
Già dai primi mesi della sua presidenza, Trump ha avviato una serie di iniziative «anti woke» per ripristinare un’immagine fatta di orgoglio e sistematico oblio di tutte le pagine più scomode della storia americana. Ne è seguita una revisione delle istituzioni culturali federali, a partire dalla Smithsonian Institution cui è stato chiesto di adeguare la programmazione al rinnovato nazionalismo ed eliminare le letture storiche centrate su colonialismo, schiavitù e segregazione, in cerca di una narrazione fatta di «unità nazionale», «grandezza americana» ed «eroismo fondativo». È il «Make America Great Again» applicato alla cultura.
Il risultato è un conflitto sul diritto stesso di interpretare il passato della Nazione: a chi spetta e come si manifesta? Negli ultimi anni, infatti, le istituzioni culturali americane avevano progressivamente avviato un ripensamento critico delle proprie programmazioni, collezioni e narrazioni storiche, riconoscendo il ruolo delle popolazioni native e delle minoranze, adeguando il linguaggio e incorporando temi legati all’inclusione e alla rappresentazione. La nuova stagione trumpiana ha prodotto una controffensiva culturale. Diverse mostre che affrontavano temi ritenuti scomodi sono state ridimensionate o sottoposte a revisione nelle istituzioni federali. Parallelamente, l’amministrazione ha promosso il ripristino di monumenti e simboli rimossi negli anni delle proteste seguite all’uccisione di George Floyd e ha imposto linee guida per le architetture federali improntate al classicismo celebrativo. Questa tensione attraversa un sistema museale che era impegnato a ridefinire il proprio ruolo pubblico, nel tentativo di andare oltre la funzione di custodia del patrimonio e verso quella di negoziazione identitaria e politica.
Le celebrazioni per l’anniversario del 2026 e il linguaggio pubblico che le accompagna riflettono questa tensione. Con un’intenzione bipartisan, «America 250» insiste su parole come «unità», «storia condivisa» e «orgoglio nazionale», mentre i musei sembrano cercare un equilibrio prudente fra celebrazione e pluralismo storico. Infine, alcune istituzioni minori, come musei cittadini e archivi indipendenti, mantengono un approccio apertamente revisionista, insistendo sulle contraddizioni irrisolte del progetto democratico americano. Ma i tagli alle agenzie culturali decisi dall’amministrazione Trump rischiano di compromettere proprio quei programmi territoriali che potrebbero ampliare il racconto nazionale.
Il «Semiquincentennial» diventa così uno specchio delle fratture contemporanee del Paese. A differenza del Bicentenario del 1976, celebrato in piena Guerra Fredda come grande rito di coesione nazionale, il 2026 appare segnato da una radicale crisi del consenso culturale. La ricorrenza si presenta come un gigantesco laboratorio di riscrittura simbolica della nazione americana, nel quale musei e istituzioni culturali cercano un ruolo nella definizione del racconto pubblico degli Stati Uniti contemporanei. E in questa battaglia, la Nazione mette in scena il processo stesso di costruzione della propria identità.
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