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Angelica Kaufmann
Leggi i suoi articoliLe nazionali di calcio rappresentano da sempre un'identità collettiva. Sempre più spesso, però, questa identità viene costruita anche attraverso il patrimonio culturale. È il caso del Belgio, che ha scelto di portare ai Mondiali una delle figure più riconoscibili della propria storia artistica: René Magritte. La nuova maglia da trasferta, realizzata da Adidas, abbandona ogni riferimento puramente sportivo per trasformarsi in un progetto di comunicazione culturale. Il risultato è una divisa rosa e blu costruita attorno all'immaginario del grande maestro del surrealismo, capace di parlare contemporaneamente agli appassionati di calcio, al pubblico internazionale e al mondo dell'arte.
L'elemento più evidente è il motivo grafico ispirato a La Voix de l'air (La voce dell'aria, 1931), uno dei dipinti meno riprodotti di Magritte, nel quale tre campanelle metalliche fluttuano sospese nel cielo sopra un paesaggio erboso. Le forme circolari diventano un pattern contemporaneo che richiama anche la geometria del pallone, senza cadere nella semplice citazione decorativa.
Ancora più esplicito è il riferimento al celebre La Trahison des images (Il tradimento delle immagini, 1929). Sul retro della maglia compare infatti la frase "Ceci n'est pas un maillot" ("Questa non è una maglia"), evidente reinterpretazione del celebre "Questa non è una pipa". È un gioco concettuale che trasferisce nel linguaggio dello sport una delle riflessioni fondamentali del Novecento sul rapporto tra immagine e realtà. L'operazione appare significativa proprio perché evita l'effetto celebrativo. Magritte non viene utilizzato come semplice simbolo nazionale, ma come linguaggio visivo. La maglia non riproduce un'opera: ne adotta il metodo, fatto di slittamenti di significato, ironia e ambiguità.
In questo senso il Belgio propone una delle più sofisticate operazioni di branding culturale viste negli ultimi anni nello sport internazionale. Mentre molte federazioni utilizzano monumenti, stemmi o motivi folklorici, la federazione belga sceglie un artista che ha costruito la propria ricerca proprio sul dubbio, sull'illusione e sulla capacità delle immagini di mettere in discussione ciò che sembrano rappresentare.
La scelta arriva in un momento in cui il rapporto tra sport e cultura si sta facendo sempre più stretto. Le grandi competizioni internazionali sono ormai piattaforme narrative globali, capaci di raggiungere centinaia di milioni di persone. Le maglie sono diventate oggetti di collezione, strumenti di comunicazione e veicoli di identità nazionale almeno quanto gli inni o gli stemmi. Anche il sistema dell'arte guarda da tempo allo sport come terreno di sperimentazione. Artisti, musei e fondazioni hanno dedicato mostre, film e installazioni al calcio, riconoscendone la forza simbolica e la capacità di raccontare la società contemporanea. La scelta del Belgio si inserisce in questa convergenza, dimostrando come il patrimonio artistico possa uscire dai musei e trovare nuove forme di circolazione.
Esiste poi un'ulteriore coincidenza che rende l'operazione particolarmente efficace. Il surrealismo di Magritte si fonda sulla sospensione dell'incredulità, sull'inaspettato e sulla possibilità che l'impossibile accada. Anche il calcio vive della stessa logica: ribalta gerarchie, produce immagini inattese e costruisce continuamente nuove narrazioni collettive. Da questo punto di vista, il dialogo tra Magritte e i Mondiali appare meno sorprendente di quanto possa sembrare.
Angelica Kaufmann
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