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Pasquale Ruocco
Leggi i suoi articoliQuasi quattro litri di una bevanda alcolica rimasti sigillati per oltre 2.200 anni. È il dato più sorprendente emerso da una tomba del periodo degli Stati Combattenti (475-221 a.C.) nel cimitero di Shanjiabao, nella regione autonoma di Ningxia Hui, nella Cina nord-occidentale. All’interno di un recipiente di bronzo gli archeologi hanno infatti trovato 3.740 millilitri di liquido ancora conservato: una quantità eccezionale per un reperto archeologico di questa antichità.
La scoperta, i cui risultati sono stati pubblicati nel «Journal of Archaeological Science: Reports», assume particolare interesse perché in casi analoghi gli studiosi lavorano generalmente su tracce microscopiche, incrostazioni o residui organici depositati sulle pareti dei contenitori. A Shanjiabao, invece, è sopravvissuto il liquido stesso. Il suo aspetto è piuttosto lontano da quello che potremmo immaginare pensando a una bevanda antica: trasparente, di colore azzurro-verde chiaro, senza un odore percepibile e con una piccola quantità di sedimento sul fondo. «Ciò che ci ha sorpreso ancora di più è stato il volume ingente e l’eccezionale stato di conservazione», ha spiegato Ruru Chen, ricercatore della School of Cultural Heritage della Northwest University di Xi’an. Una condizione tanto più insolita considerando che il contenuto risale a oltre due millenni fa.
Il recipiente offre già alcuni indizi sul contesto culturale della scoperta. Si tratta di una bottiglia di bronzo caratterizzata dalla cosiddetta «bocca a forma di aglio», una tipologia utilizzata dai Qin per contenere bevande alcoliche. Siamo nella fase immediatamente precedente alla nascita dell’impero cinese: nel 221 a.C. Qin Shi Huang avrebbe sconfitto gli ultimi Stati rivali, unificato politicamente gran parte della Cina e fondato la dinastia Qin. Ma che cosa bevevano, esattamente, gli abitanti di questa Cina di oltre ventidue secoli fa? Le analisi consentono una risposta abbastanza precisa. Attraverso chimica organica, metabolomica, studio dei granuli di amido, resti di lievito e altre indagini microscopiche, i ricercatori hanno identificato una bevanda fermentata prodotta principalmente con miglio, accompagnato in quantità minori da grano e orzo. Le elevate concentrazioni di acido lattico e ossalico, insieme a decine di altri composti organici, rafforzano l'interpretazione.
Definirla semplicemente «birra», tuttavia, rischia di essere fuorviante. La bevanda sarebbe stata più vicina a un fermentato cerealicolo non distillato, ottenuto dal miglio o da una miscela di miglio e altri cereali. L’interesse archeologico riguarda proprio la possibilità di ricostruire, attraverso la materia sopravvissuta, tecniche produttive e abitudini che difficilmente potrebbero essere documentate con altre fonti. Il ritrovamento si inserisce infatti in un campo di ricerca in forte sviluppo: l’archeologia dell’alimentazione. Tecniche sempre più sofisticate permettono di identificare proteine, lipidi, lieviti, amidi e metaboliti conservati per millenni all’interno dei recipienti. Un vaso smette così di essere studiato esclusivamente per forma, decorazione e cronologia e diventa un archivio chimico delle società che lo hanno utilizzato. Nel caso di Shanjiabao, la quantità di liquido rende il reperto particolarmente importante. Secondo Chen si tratterebbe di uno dei maggiori volumi di residui di bevande alcoliche finora recuperati in un contesto archeologico del periodo degli Stati Combattenti. La presenza del contenitore all’interno di una sepoltura apre inoltre la questione della funzione dell’alcol nella cultura funeraria: bevande e alimenti potevano accompagnare il defunto come offerte e partecipare a pratiche rituali nelle quali consumo, prestigio sociale e relazione con l’aldilà erano strettamente connessi.
Rimane da capire come quasi un gallone di liquido abbia potuto attraversare ventidue secoli. Il clima relativamente secco della regione potrebbe aver favorito la conservazione, ma gli studiosi ritengono che abbiano avuto un ruolo anche il bronzo del recipiente, il sistema con cui era stato sigillato e le particolari condizioni della sepoltura. Saranno le prossime indagini a tentare di stabilire quanto ciascuno di questi fattori abbia contribuito. Il valore della scoperta va quindi oltre la curiosità di una «bevanda di 2.200 anni fa». Da quel liquido azzurro-verde emerge un frammento insolitamente concreto della vita quotidiana dell’antica Cina: i cereali coltivati, le fermentazioni conosciute, i recipienti utilizzati, le pratiche funerarie e forse persino alcune delle modalità con cui una società trasformava il bere in un fatto rituale e culturale.
Pasquale Ruocco
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