Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Pasquale Ruocco
Leggi i suoi articoliUn anello dal quale pendono quattro ganci ricurvi, lavorati con una precisione sorprendente e terminanti in punte simili ad ami da pesca. È un oggetto apparentemente semplice, ma la sua funzione resta sconosciuta agli archeologi che lo hanno riportato alla luce nel pronao di un tempio trace risalente a circa 2.500 anni fa, nei pressi del villaggio di Vasil Levski, nella Bulgaria meridionale. La scoperta è avvenuta all'interno di un vasto insediamento fortificato del VI-V secolo a.C., conosciuto come la «Città d'Oro dei Traci», che potrebbe aver ospitato uno dei primi centri del potere reale del Regno degli Odrisi. Un'ipotesi ancora da dimostrare, ma sostenuta dalla monumentalità delle architetture, dalle fortificazioni e dalle testimonianze di rapporti commerciali con il mondo greco.
A dirigere le indagini è Kostadin Kisyov, direttore del Museo Archeologico Regionale di Plovdiv, impegnato da circa trent'anni nello studio del sito. Intervistato dall'emittente bulgara bTV, l'archeologo ha spiegato che il manufatto non trova confronti immediati tra quelli finora individuati dalla sua équipe. Interamente realizzato in bronzo, è costituito da un elemento anulare al quale sono collegati quattro ganci provvisti di estremità ricurve e piccole punte rivolte all'indietro. La qualità dell'esecuzione suggerisce una lavorazione accurata, ma non è sufficiente a chiarirne la destinazione originaria.
La prima ipotesi riguarda il suo possibile impiego come supporto per lucerne sospese, una sorta di elemento di sostegno per un sistema di illuminazione. Il dispositivo avrebbe potuto reggere lampade in terracotta, bronzo o altri materiali, contribuendo all'illuminazione degli ambienti sacri. Il luogo del ritrovamento, all'ingresso di un edificio interpretato come tempio, potrebbe rendere plausibile una simile funzione. Tuttavia, come ha precisato Kisyov, gli archeologi non hanno individuato le catene che sarebbero state necessarie per sospendere un oggetto di questo genere. Esiste quindi una seconda possibilità, suggerita dalla forma stessa dei ganci. Le estremità presentano infatti caratteristiche simili agli ami utilizzati per la pesca, comprese le punte di trattenuta destinate a impedire che la preda possa liberarsi facilmente. L'oggetto potrebbe dunque appartenere a un'attrezzatura da pesca particolarmente elaborata. Ma anche questa interpretazione solleva interrogativi: le dimensioni dei ganci appaiono considerevoli rispetto a quelle degli strumenti comunemente impiegati nei piccoli corsi d'acqua.
L'insediamento si trova non lontano dal fiume Stryama, affluente della Maritsa, ma secondo Kisyov un'attrezzatura di simili proporzioni sarebbe stata più adatta a grandi fiumi, come la stessa Maritsa o il Danubio, oppure alla pesca in mare. La presenza dell'oggetto all'interno di un edificio religioso introduce un'ulteriore difficoltà interpretativa. Potrebbe trattarsi di uno strumento utilizzato concretamente, di un oggetto successivamente deposto nel santuario o di un manufatto con una funzione del tutto differente. Nessuna delle due interpretazioni è stata confermata. E proprio l'impossibilità di attribuire al dispositivo una destinazione precisa costituisce, almeno per il momento, l'aspetto più interessante della scoperta. Il contesto archeologico è fondamentale per comprenderne la natura, ma il rinvenimento in un tempio non dimostra automaticamente una funzione rituale. Per stabilirne l'impiego saranno necessari ulteriori confronti tipologici e lo studio dei materiali associati.
Il bronzo è soltanto uno degli elementi emersi da un complesso archeologico di notevole importanza. Situato su una terrazza naturale lungo le pendici meridionali dei Monti Balcani, l'insediamento occupa un'area superiore ai tre ettari, protetta naturalmente da profondi avvallamenti e dotata di strutture difensive monumentali. Al suo interno gli archeologi hanno individuato una cittadella fortificata, edifici costruiti con grandi blocchi di pietra e un complesso religioso che documenta la presenza di un centro organizzato e dotato di risorse considerevoli. La storia delle ricerche è lunga e non priva di difficoltà. Kisyov aveva individuato i primi resti circa trent'anni fa in un'area precedentemente occupata da vigneti. Una parte delle strutture antiche era stata smantellata già nel Novecento, quando grandi blocchi di pietra vennero riutilizzati per la costruzione di abitazioni nei dintorni. Le indagini archeologiche sono proseguite con diverse interruzioni, dovute anche alla disponibilità limitata di finanziamenti, e soltanto una parte del complesso è stata finora esplorata sistematicamente.
La scoperta ha contribuito a richiamare l'attenzione delle autorità bulgare. Il 16 ottobre 2026, il sindaco di Karlovo, Emil Kabaivanov, e il presidente del Consiglio comunale hanno visitato il cantiere archeologico, confermando l'importanza attribuita al sito. Secondo la comunicazione ufficiale del Comune, l'area è classificata come monumento di rilevanza nazionale e figura tra i sette siti archeologici prioritari destinatari di finanziamenti governativi per le ricerche e la conservazione. Le testimonianze più importanti risalgono al VI-V secolo a.C., ma sono state individuate anche tracce di un precedente santuario trace del IX secolo a.C. Uno degli aspetti più sorprendenti del complesso riguarda le tecniche costruttive, che rivelano una conoscenza di procedimenti diffusi nel mondo greco. Le mura erano realizzate mediante blocchi squadrati disposti sui due paramenti esterni, con un riempimento interno di pietrame fluviale legato da una malta a base di argilla e sabbia. Secondo gli archeologi, una soluzione di questo tipo, unita alla monumentalità dell'edificio, indica la presenza di maestranze particolarmente specializzate e suggerisce un rapporto diretto con le tradizioni architettoniche dell'Egeo.
Ancora più singolare è il ritrovamento delle grandi tegole che ricoprivano alcuni edifici religiosi. Gli elementi presentano una complessa decorazione superficiale, articolata in diversi strati protettivi: una base rossastra, fasce scure e una finitura dal riflesso dorato ottenuta attraverso pigmenti minerali. È soprattutto quest'ultima caratteristica ad aver contribuito alla denominazione moderna di «Città d'Oro dei Traci». Non si tratta, dunque, di tetti realizzati in metallo prezioso, ma dell'effetto prodotto da un particolare trattamento delle superfici. La qualità della cottura e dei rivestimenti ha permesso a molte tegole di conservarsi in condizioni notevoli dopo circa due millenni e mezzo. La loro presenza rappresenta una testimonianza importante della circolazione delle tecniche artigianali e costruttive tra i territori traci e le città greche, in un periodo nel quale i rapporti economici e culturali tra le diverse comunità dell'area balcanica erano particolarmente intensi. A confermare l'ampiezza di questi scambi sono i materiali importati individuati nel corso degli scavi. Tra questi figurano anfore provenienti da Chio, Samo e Taso, utilizzate per il trasporto di vino e olio d'oliva. La presenza di ceramiche e contenitori di provenienza egea dimostra che il centro partecipava alle reti commerciali che collegavano l'entroterra trace ai principali mercati del Mediterraneo orientale. Sono stati inoltre segnalati ornamenti in pasta vitrea ricondotti a circuiti di scambio con le regioni baltiche.
Pasquale Ruocco
Leggi i suoi articoliAltri articoli dell'autore
Dai 934 denari romani scoperti vicino a Colonia al più grande deposito di monete vichinghe rinvenuto in Finlandia, fino agli ornamenti d'oro dell'età del Bronzo emersi in Inghilterra: il 2026 conferma il ruolo crescente dei cercatori con metal detector nella ricerca archeologica europea. In Gran Bretagna, il 94% dei reperti registrati nel 2024 dal Portable Antiquities Scheme proviene da questa attività. Ma dietro ogni scoperta si apre una questione decisiva: come trasformare il ritrovamento di un oggetto in conoscenza scientifica, senza comprometterne il contesto archeologico.
Tre rari ornamenti d'oro dell'Età del Bronzo sono stati individuati da due appassionati di metal detecting a Blackford, nei pressi di Carlisle, nel nord dell'Inghilterra. I manufatti, destinati alla parte superiore del braccio e probabilmente appartenuti a individui di rango elevato, potrebbero essere stati deposti intenzionalmente nel terreno. La scoperta rafforza le ipotesi sugli antichi collegamenti tra la Cumbria e l'Irlanda, mentre il progetto di una sottostazione elettrica nell'area solleva interrogativi sulla tutela del sito.
A Tiversky Gorodok, un insediamento fortificato medievale nella regione russa di Leningrado, gli archeologi hanno riportato alla luce un tesoro di oltre due chilogrammi d'argento, composto da gioielli, medaglioni, ornamenti e monete. Tra i reperti spiccano due rarissimi bratteati svedesi dell'XI-XII secolo, che raddoppiano il numero degli esemplari finora conosciuti, e un dirham arabo del X secolo. Il deposito, probabilmente nascosto tra la seconda metà del XII e il XIII secolo, offre nuove testimonianze degli scambi commerciali e culturali tra Scandinavia, Carelia e Rus' medievale, tra simboli cristiani e possibili riferimenti alla mitologia norrena.
Rinvenuto casualmente nel 2019 nella steppa dell'Uybat, nella Siberia meridionale, uno scudo circolare in ferro di circa 65 centimetri di diametro è stato analizzato da Alexander Poselyanin e Oleg Mitko in uno studio pubblicato nel 2026. Composto da quattordici piastre rivettate, il manufatto presenta caratteristiche riconducibili alle officine del Vicino Oriente ed è confrontabile con un solo altro esemplare noto, scoperto nella regione del lago d'Aral. La sua presenza in Siberia documenta l'ampiezza delle connessioni militari e culturali durante l'epoca mongola.



