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Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoliPer decenni la moda ha passato metà della propria esistenza cercando disperatamente di essere accettata dai musei e l’altra metà fingendo di non averne bisogno. Ora il Metropolitan Museum of Art di New York sembra aver chiuso definitivamente la questione: la nuova grande mostra del Costume Institute non tratta l’abito come un accessorio dell’arte, ma suggerisce qualcosa di molto più destabilizzante: che forse tutta la storia dell’arte occidentale sia sempre stata una gigantesca storia di styling.
Con «Costume Art» (fino al 12 gennaio) il Met inaugura le nuove gallerie di quasi dodicimila metri quadrati trasformando il corpo vestito nel vero protagonista del museo. Non la pittura. Non la scultura. Non il genio creativo. Il corpo. O meglio: il modo in cui il corpo viene costruito socialmente attraverso tessuti, armature, corsetti, drappeggi, trasparenze, pelle sintetica e fantasie collettive.
A pensarci bene era inevitabile. Basta attraversare un museo per accorgersi che quasi nessuno guarda davvero gli abiti nei dipinti. Guardiamo i volti, le pose, il potere, la psicologia. Eppure, il vestito è sempre lì, a fare il lavoro sporco della storia: raccontare classe, genere, desiderio, religione, disciplina, erotismo, denaro e controllo. La mostra parte proprio da questa intuizione: l’abito non copre il corpo, lo produce.
Il percorso allora diventa quasi una gigantesca anatomia culturale dell’Occidente. E come ogni ossessione occidentale che si rispetti, tutto comincia dal nudo. O meglio: dalla differenza tra essere nudi ed essere rappresentati nudi. La mostra insiste molto su questa distinzione quasi patologica. Da una parte il corpo vulnerabile, reale, esposto. Dall’altra il «nude», cioè il corpo trasformato in immagine culturalmente accettabile. In mezzo ci sono secoli di senso di colpa cristiano, desiderio maschile, censura e fantasie estetiche.
Ed è qui che Costume Art diventa improvvisamente divertentissima. Perché accosta il «Pubikini» scandaloso di Rudi Gernreich a figure egizie della fertilità, mette le provocazioni fetish-punk di Vivienne Westwood accanto a Veneri classiche e trasforma Jean-Paul Gaultier in una specie di archeologo perverso della classicità.
A tratti sembra quasi che il museo stia dicendo una cosa molto semplice: non siamo mai usciti davvero dall’antica Grecia, abbiamo soltanto sostituito il marmo con il latex. E infatti la sezione più affascinante è forse quella dedicata al «Classical Body». Corpi atletici, addominali scolpiti, drappeggi liquidi, armonie matematiche: il fantasma del corpo classico continua ancora oggi a infestare la moda contemporanea come un filtro di Instagram inventato da Platone.
Le armature anatomiche di Balmain sembrano uscite da un videogioco mitologico prodotto da una palestra di lusso. Le silhouette di Thierry Mugler trasformano il corpo femminile in una creatura biomeccanica sospesa tra dea greca e cyborg erotico. I busti dorati di Schiaparelli sembrano reliquie di una civiltà futura ossessionata dal fitness e dall’apocalisse.
Il punto però è che la mostra funziona davvero quando smette di glorificare il corpo perfetto e inizia a sabotarlo.
Corsetti, crinoline, busti, strutture metalliche, silhouette impossibili: improvvisamente la moda appare per ciò che è sempre stata, cioè una sofisticata tecnologia di manipolazione corporea. Guardando certi abiti ottocenteschi viene spontaneo pensare che TikTok non abbia inventato nulla. Cambiano gli strumenti, non l’ansia. Una volta c’erano le stecche di balena e le crinoline. Oggi ci sono Ozempic, filler e filtri FaceTune. La violenza estetica rimane sorprendentemente simile.
La mostra sembra suggerire, senza mai dirlo apertamente, che la storia della moda sia anche la storia del tentativo umano di correggere il corpo reale. Di renderlo più desiderabile, più disciplinato, più astratto, più irreale. Ed è qui che entra in scena il «Reclaimed Body»: corpi disabili, corpi non conformi, corpi normalmente esclusi dall’estetica dominante. Finalmente il corpo smette di essere una superficie aspirazionale e torna a essere qualcosa di vivo. Fragile. Imperfetto. Mortale.
Uno dei momenti più belli è probabilmente il lavoro di Dimitra Petsa, con i suoi abiti «wet look» che celebrano lacrime, latte materno, sudore e fluidi corporei. In pratica tutto ciò che la moda tradizionale ha passato un secolo cercando disperatamente di cancellare.
Il suo vero nucleo emotivo «Costume Art» lo trova proprio nel ricordarci che sotto ogni ideale estetico esiste sempre un corpo reale che invecchia, suda, si ammala, desidera, cambia forma e infine sparisce. Il resto (il glamour, il lusso, il red carpet, la celebrity culture) arriva dopo. O forse serve soltanto a distrarci da questa verità piuttosto semplice: ogni abito è sempre stato un modo elegantissimo di negoziare la nostra paura del corpo umano.
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