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Alcune delle suppellettili rinvenute nell’armadio ultimamente scoperto a Pompei

© Parco Archeologico di Pompei

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Alcune delle suppellettili rinvenute nell’armadio ultimamente scoperto a Pompei

© Parco Archeologico di Pompei

Pompei, un armadio sigillato dal Vesuvio racconta la vita quotidiana di duemila anni fa

Cosmetici, monete, utensili e una collana di amuleti per bambini tra i reperti recuperati in una casa lungo via dell’Abbondanza. La scoperta restituisce frammenti di vita quotidiana interrotti dall’eruzione del 79 d.C.

Gaspare Melchiorri

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A Pompei, un armadio rimasto nascosto per quasi duemila anni ha restituito un prezioso spaccato della vita quotidiana prima dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. La scoperta è avvenuta nella casa IX 11, 7, dimora di Cornelius Maximus, lungo via dell’Abbondanza, una delle principali arterie dell’antica città romana. Gli scavi, condotti nel corso di interventi di restauro e miglioramento dell’accessibilità dell’area vicina all’Insula dei Casti Amanti, hanno permesso di esplorare ambienti finora poco conosciuti.

Tra gli oggetti recuperati figurano strumenti per la cura del corpo, come una pinzetta e un utensile per preparare sostanze cosmetiche, un balsamario di vetro e un bruciaprofumi. Sono poi stati rinvenuti una lucerna di bronzo, pesi di piombo forse utilizzati in un’attività commerciale, recipienti e pentole di diversi materiali. Spicca ancora un raffinato boccalino decorato con motivi a scaglie di pigna. Un insieme eterogeneo che racconta abitudini domestiche, attività economiche e attenzione alla cura personale.

Particolarmente significativa è una collana composta da almeno 24 piccoli amuleti in faïence, osso, pasta vitrea e cristallo di rocca. Gli elementi raffigurano divinità, tra cui Bes e Mercurio, ma anche mani, piedi, pigne e grappoli. Gli archeologi li riconducono ai «crepundia», sorta di collane destinate ai bambini con una duplice funzione: proteggerli attraverso simboli ritenuti efficaci e consentire agli adulti di percepirne i movimenti grazie al rumore prodotto dagli oggetti. Talvolta questi amuleti venivano conservati anche in età adulta, diventando ricordi dell’infanzia e legami con la propria origine. Non è possibile stabilire a chi appartenesse la collana, ma la sua presenza nell’armadio lascia ipotizzare anche un valore affettivo.

Un altro ritrovamento è costituito da 38 monete in bronzo, custodite in un contenitore intrecciato con fibre vegetali. Il fatto che siano rimaste insieme agli altri oggetti suggerisce che i proprietari non abbiano avuto il tempo di recuperarle o non siano riusciti a tornare. Non sappiamo quale destino sia toccato agli abitanti: potrebbero essere fuggiti, essere morti durante la catastrofe o aver tentato, senza successo, di rientrare nella propria casa.

L’edificio conserva anche tracce di lavori in corso e pitture parietali di quarto stile, attribuite alla bottega di via di Castricio, che suggeriscono un certo livello economico. A completare il quadro sono i resti di almeno due giovani topi, ricostruiti a partire da 117 frammenti scheletrici e rinvenuti in un’anfora su un soppalco. Una testimonianza insolita, ma utile a comprendere anche gli aspetti meno celebrati della vita urbana romana.

Come sottolinea il direttore del Parco archeologico, Gabriel Zuchtriegel, il valore della scoperta risiede nella possibilità di ricostruire, attraverso oggetti comuni, abitudini personali, lavoro e ricordi. Non soltanto reperti archeologici, dunque, ma tracce di esistenze rimaste improvvisamente sospese sotto la cenere del Vesuvio.

Gaspare Melchiorri, 29 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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