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Arabella Cifani
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Si sono conclusi da pochi giorni gli appuntamenti in programma del ciclo curato da Gabriele Tinti, poeta, scrittore e critico d’arte italiano, che ha visto le letture dell’attore e regista Abel Ferrara concepite come un transito poetico all’interno di alcuni dei Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia. L’obiettivo dell’iniziativa era riattivare il senso profondo di questi siti e restituire al pubblico un’esperienza di fruizione intensa e differente, in occasione delle celebrazioni per la ricorrenza degli 800 anni dalla morte di san Francesco.
Gabriele Tinti ha affermato di aver provato «raramente un’emozione così forte, come quella appena vissuta in questi incredibili luoghi di arte e devozione. Questo “gran teatro montano”, “teatro in figura” come lo definiva Giovanni Testori che tanto ha studiato questi siti, vive di una energia che nel mondo e nell’arte di oggi raramente si trova. Poter essere partecipe di tutto questo, anche soltanto aver tentato di entrare in relazione con questa densità di significati e di simboli, è stata una gioia e un privilegio».
Abel Ferrara a sua volta ha ricordato che «la Passione di Cristo, i suoi insegnamenti, sono parte di me, della mia formazione. Sono cresciuto nella sezione italiana del Bronx da una famiglia fortemente cattolica». Pertanto quando Tinti gli ha parlato di questo progetto «non ha esitato».
Abel Ferrara legge Tinti. Courtesy Mattia Zoppelaro e Ente di Gestione dei Sacri Monti
A Varallo, Tinti e Ferrara hanno sviluppato l’azione drammatica della rappresentazione della Passione di Cristo di Gaudenzio Ferrari, dandone un ideale completamento vocale. Le letture sono state particolarmente ispirate al momento cruciale in cui Cristo viene umiliato, flagellato e mostrato al popolo che ne decreta la crocifissione. La narrazione di riferimento è stata quella di Giovanni, che sviluppa la vicenda nei termini di una pièce teatrale in sette atti per la durata di cinque ore, dal mattino presto all’ora sesta. La performance ha assunto voci differenti, pur nell’unica interpretazione di Ferrara, adottando il punto di vista che ha informato l’intera lettura: quello di Pilato, simbolo della ragione umana cieca di fronte al divino.
Un momento della performance nella Cappella Sacro Monte di Varallo
Presso il Sacro Monte di Orta, l’unico interamente dedicato a san Francesco d’Assisi, Tinti e Ferrara hanno dato vita invece a una lettura a una lettura molto più intima, centrata sul rapporto tormentato con il corpo che il santo mantenne fino al momento estremo delle stigmate, del farsi egli stesso traccia, segno e impronta di Gesù. Il progetto si è spostato, il giorno seguente, a Domodossola nella cappella della Deposizione all’interno del Santuario. Il drammatico racconto del doloroso epilogo della Passione, affidato alle dieci statue di Dionigi Bussola e di Giovanni Battista Volpino, dà voce al dramma senza celarne in alcun modo la portata, resa evidente nei volti straziati e ancora più vividi dopo l’ultimo, recente restauro. Tinti, per dare voce ai piangenti, si è ispirato ai compianti e alle lamentazioni funebri che in passato assumevano una dimensione teatrale nell’ottica di sacre rappresentazioni. Tinti afferma che «piangere il morto non era solo un atto di disperazione, ma una liturgia necessaria a ricucire lo strappo nel tessuto del mondo. C’è una disposizione intrinsecamente teatrale in queste sacre rappresentazioni: il corpo del singolo si fa specchio del dolore di tutti». A piangere sulle nostre sorti, sul corpo piagato, sofferente e ferito del Cristo, è stato ancora una volta Abel Ferrara, in una performance nei termini di una confessione, di un tentativo di preghiera.
Un momento della performance al Sacro Monte di Orta, dedicato a san Francesco d’Assisi
Nella cappella della Deposizione presso il Santuario di Domodossola
La conclusione della serie è stata ospitata nel Santuario della Ss. Trinità di Ghiffa, di fronte all’affresco tardo-cinquecentesco che offre una rara testimonianza iconografica della Trinità eucaristica, con tre figure dalle sembianze di Cristo benedicente, uguali ma distinte. È stata, forse, la sfida più difficile, secondo Tinti. La Trinità è infatti un concetto complesso, capace di scuotere le fondamenta stesse della logica. Qui l’identità non si risolve nell’unità, ma nella relazione. È il mistero dell’Uno e Trino che per la teologia non è un’equazione matematica, bensì una dinamica d’amore. Si tratta di un paradosso filosofico e visivo che mette in crisi il nostro sguardo: l’uguale che non è lo stesso e Tinti ha ricordato che «portare la mia scrittura ecfrastica in questo santuario ha significato tentare di dare voce a questa ricchezza simbolica, interrogare queste immagini per capire come l’uomo abbia cercato di dare un volto a ciò che, per definizione, è ineffabile».
Affresco presso il Santuario della Ss. Trinità di Ghiffa
L’iniziativa, certamente fra le più interessanti e stimolanti della prima metà del 2026, rientra nel progetto complessivo dello scrittore ispirato ai capolavori dell’arte. Una proposta che ha visto coinvolti negli ultimi anni importanti interpreti (tra i quali Willem Dafoe, Kevin Spacey, Malcolm McDowell e lo stesso Abel Ferrara) e alcuni dei maggiori musei al mondo, come il Metropolitan Museum of Art di New York, il J. Paul Getty Museum e il Lacma di Los Angeles, il British Museum di Londra, The Art Institute of Chicago, il Parco Archeologico del Colosseo, Pompei, il Pantheon e molti altri ancora.
Ma a questo punto sarà bene ricordare ai lettori cosa sono i Sacri Monti e perché nacquero in numero così copioso fra Piemonte e Lombardia, sui confini di questi antichi territori.
I Sacri Monti, dichiarati Patrimonio dell’Unesco, sono complessi architettonici edificati sulla sommità di colli e articolati in una sequenza di cappelle al cui interno sono rappresentate, con pitture e sculture, la storia di Cristo, la vita di Maria o dei Santi, o i misteri del Rosario. Le scene che vi possiamo vedere sono opera di famosi artisti attivi fra il XV e il XIX secolo. Le cappelle sono popolate da statue grandi come persone vere, con gesti, fisionomie ed espressioni di grande realismo. Durante la Controriforma, questo modello comunicativo divenne un efficace strumento per raccontare ai fedeli la storia sacra, in modo coinvolgente ed evocativo e per canalizzare e disciplinare la devozione popolare, sotto il vigile controllo della Chiesa. Furono ritenuti necessari in aree di confine dove le eresie protestanti, calviniste e luterane soprattutto, potevano penetrare e sconvolgere il locale tessuto cattolico. Sentinelle spirituali delle Alpi, dunque.
La loro storia ha inizio con la fondazione del Sacro Monte di Varallo, dove il frate francescano Bernardino Caimi, alla fine del Quattrocento, riprodusse alcuni luoghi della Terra Santa legati alla vita di Cristo. Il Sacro Monte di Varallo fu subito così celebrato da ispirare una nuova generazione di santuari nelle Alpi occidentali. Oggi come allora, il Monte, che di tutta la serie è il più bello e il più ricco di storia, è conosciuto come la «Gerusalemme valsesiana», poiché fu concepito come una fedele replica della città di Gerusalemme, una meta di pellegrinaggio sostitutiva per chi non poteva avventurarsi in un viaggio lungo e pericoloso in Terra Santa.
Grande fu l’impegno degli architetti e degli artisti che vollero dare ai visitatori l’impressione di muoversi tra le strade e i monumenti della città santa. Il 7 ottobre 1491 terminava la costruzione la cappella del Santo Sepolcro, a perfetta imitazione di quella di Gerusalemme. Il 14 aprile 1493 vennero consegnate a padre Caimi la chiesa delle Grazie con l’adiacente convento nella cittadina di Varallo e, sul Monte, le cappelle già erette: il Santo Sepolcro e la Deposizione. Negli anni successivi sorsero, secondo le planimetrie dei Santuari palestinesi ed in parte anche secondo la geografia della regione, la Grotta di Nazaret, quella di Betlemme (una delle più poetiche rappresentazioni della nascita di Gesù mai create). Nel 1514 venne pubblicata la più antica guida dei Misteri del Monte di Varallo, che descrive ben ventisette opere terminati ed in via di completamento. San Carlo Borromeo, che fu spesso in quei luoghi di cui era devotissimo, diede poi nuovo impulso all’opera e la denominò Nuova Gerusalemme.
Oggi il complesso degli edifici, costruito nel corso di circa due secoli contiene affreschi (circa 4mila figure) e gruppi di statue (circa 800) con scene della vita di Gesù e di Maria. Alla realizzazione di questo straordinario complesso contribuirono artisti eminenti nel panorama culturale piemontese e lombardo come Gaudenzio Ferrari, Bernardino Lanino, Tanzio da Varallo, i fratelli d’Enrico, G. Wespin, il Morazzone, Dionigi Bussola, Benedetto Alfieri. Sorsero nel tempo altri Sacri monti a Orta, Crea, Oropa, Belmonte, Ghiffa, Domodossola, Varese, Ossuccio. In questi luoghi dove il sacro appare ancor oggi percepibile, gli edifici sono stati sviluppati nel corso dei secoli e riempiti di opere d’arte legate all’universo della spiritualità, dando vita a un percorso morale e religioso unico al mondo.
Per capirli veramente bisogna però avere nozione di cosa sia la spiritualità cristiana e conoscere bene quanto importante per essa possa essere il ruolo dell’immaginazione al fine di entrare nella contemplazione dei misteri evangelici e lasciarsene trasformare intimamente. Nelle cappelle, maestranze meravigliose hanno acceso le luci, costruito scenografie , fatto entrare attori e comparse per immergerli completamente in questi ambienti che paiono antefatti di un film e che permettono al visitatore, con la loro evidenza e densità, di rivivere gli eventi sacri in prima persona sentendosi parte delle grandi storie evangeliche o mariane o di santi come Francesco. Ne derivava e ne può derivare ancora oggi un senso di stupore per l’arcano mistero che ci può trasportare al cospetto di Cristo e dei suoi apostoli, dei sui miracoli della sua Passione e morte e della possibilità di comprendere, vedendole con gli occhi e con il cuore, le storie lì raccontate. I passi delle Scritture, ricostruiti con statue e dipinti, hanno permesso e permettono ancora, se solo lo vogliamo, di collocarsi all’interno della scena: sentire, ascoltare, vedere e annusare e queste contemplazioni fanno emergere non solo una maggiore comprensione del sacro, ma anche dei nostri desideri, pregiudizi, sfide e chiamate. Quando furono costruiti, la maggior parte della gente era analfabeta. Oggi tornano assolutamente attuali per via dell’analfabetismo religioso di ritorno delle nostre società, che più nulla sanno circa le cose sacre. La loro eccellenza artistica non è fine a sé stessa (non sono musei), ma ha una chiara funzione didascalica, di evangelizzazione e catechesi attraverso le immagini.
Virgilio nell’Inferno, nel canto primo, si rivolge a Dante con queste parole: «Ma tu perché ritorni a tanta noia?/ perché non sali il dilettoso monte/ ch’è principio e cagion di tutta gioia?». La gioia questa volta l’hanno portata e deposta all’ingresso dei dilettosi monti dove si sono recati Gabriele Tinti e Abel Ferrara: dobbiamo essere loro grati di averci mostrato come questi posti possano essere ancora sede del divino e di come la poesia possa guarire e salvare le nostre anime.
Arabella Cifani
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