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In occasione della 61ma Biennale d’Arte, l’artista francese sarà ospite, assieme a Piero Manzoni, a Palazzo Vendramin Grimani
- Cecilia Paccagnella
- 04 febbraio 2026
- 00’minuti di lettura
Patrick Saytour, «Tuilage», 2020
© Studio Rémi Villaggi. Courtesy C&B
Pieghe, tagli, bruciature, strappi...Patrick Saytour per la prima volta a Venezia
In occasione della 61ma Biennale d’Arte, l’artista francese sarà ospite, assieme a Piero Manzoni, a Palazzo Vendramin Grimani
- Cecilia Paccagnella
- 04 febbraio 2026
- 00’minuti di lettura
Cecilia Paccagnella
Leggi i suoi articoliNegli anni Sessanta, quando in Italia stava nascendo l’Arte Povera, oltralpe alcuni artisti si impegnavano a trovare un modo per decostruire la pittura tradizionale, incentrandosi su come sfruttare al meglio i supporti e le superfici, considerati protagonisti alla pari degli strati pittorici. Il denominatore comune era però il medesimo: studiare strategie espositive non convenzionali.
Tra André-Pierre Arnal, Vincent Bioules, Louis Cane, Daniel Dezeuze, Noël Dolla, Toni Grand, Bernard Pagès e Claude Viallat, operava anche Patrick Saytour, la cui ricerca è costellata di pieghe, tagli, bruciature, strappi, solarizzazioni, cuciture, superfici che rifuggono una forma unica e standard. La fragile natura dei tessuti dell’artista francese (Nizza, 1935-Aubais, 2023) farà da contraltare alla solidità delle pietre che compongono Palazzo Vendramin Grimani nella prima mostra italiana a lui dedicata. «Patrick Saytour. Le pli et le temps, La piega e il tempo», a cura di Daniela Ferretti e organizzata dalla Fondazione dell’Albero d’Oro insieme alla galleria Ceysson & Bénétière, aprirà in concomitanza con la 61ma Biennale d’Arte di Venezia, dal 18 aprile al 22 novembre.
La ricerca materica di Saytour incontra qui l’azzeramento concettuale di Piero Manzoni, creando una tensione spazio-temporale: le pieghe del primo, come nella serie «Plié/Déplié», racchiudono il gesto con cui sono state create, bloccando il tempo a quell’istante, nella sua imperfezione, ma comunque capace di durare anche oltre il momento presente; le superfici (apparentemente) vuote e candide del secondo, come negli «Achrome», sono l’esito di un’idea, di un non-gesto, in cui tutto diventa possibile. L’essenzialità racchiusa nelle loro opere chiede verità, chiede di fare tabula rasa di ogni preconcetto e di aprire la mente. E, per ottenere ciò, viene meno ogni dettaglio accessorio, di cui sono invece pregni gli stucchi, i pavimenti e le sale decorate dell’edificio veneziano.