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Gioia Meli
Leggi i suoi articoliCon la nomina di Margherita Solaini alla guida di Phillips Italia, il capoluogo lombardo si consolida come snodo strategico nel sistema internazionale delle aste. Tra crescita delle trattative private, espansione verso nuovi segmenti del lusso e un approccio sempre più curatoriale alle vendite, la casa d’aste ridefinisce il proprio modello in un mercato sempre più fluido. Al centro, un collezionismo italiano sofisticato ma prudente, chiamato a confrontarsi con dinamiche globali in rapido mutamento. Abbiamo rivolto qualche domanda su Phillips, la sua strategia internazionale e la presenza di Milano nel mercato dell’arte a Margherita Solaini.
Lei assume ora la guida della sede italiana di Phillips. Quale ruolo può giocare Milano all’interno della strategia internazionale della casa d’aste?
La nostra espansione a Milano è il risultato dell’impegno strategico di Phillips in Europa e in Italia, un progetto che oggi ho il privilegio di guidare da qui. Milano è cambiata molto negli ultimi anni e oggi rappresenta un ponte tra il mondo dell’arte locale e quello globale. Allo stesso modo, Phillips vuole essere un ponte che porti i collezionisti italiani ad avvicinarsi al mercato internazionale, e i collezionisti stranieri a conoscere la straordinarietà del nostro patrimonio artistico e culturale. La sinergia tra Italia ed estero, così come tra storico e contemporaneo, è parte integrante dell’identità di Phillips.
Phillips è oggi una delle principali case d’asta internazionali, ma con una struttura diversa rispetto ad altri operatori. Quali elementi ne definiscono l’identità?
Phillips si distingue nel panorama internazionale per la sua struttura mirata: ci concentriamo su sei dipartimenti, tutti fortemente radicati nella contemporaneità, dall’arte del XX e XXI secolo alla fotografia, dal design agli orologi e ai gioielli. Questo ci permette di lavorare con un approccio curatoriale, costruendo aste e progetti espositivi studiati in modo preciso, dove ogni opera entra in un dialogo specifico. Allo stesso tempo, manteniamo un rapporto diretto e personalizzato con i collezionisti: ogni vendita nasce da un lavoro di ricerca, relazione e consulenza «tailor made», sia per le opere selezionate sia per chi le acquista. È questa combinazione tra competenza specialistica, visione curatoriale e attenzione al singolo collezionista che definisce l’identità di Phillips, e sono felice di poter guidare la sede italiana occupandomi sia del sourcing delle opere sia delle vendite, accompagnando i clienti italiani nel dialogo con il mercato internazionale.
Negli ultimi anni Phillips ha rafforzato la propria presenza a Milano con uno spazio espositivo dedicato a mostre, preview e incontri con i collezionisti. Come immagina l’evoluzione di questo progetto nei prossimi anni?
Quando abbiamo aperto a Milano a fine 2023, abbiamo scelto lo spazio di via Lanzone perché volevamo un luogo ricco di storia, ma al contempo proiettato nel presente e verso il futuro. Abbiamo avuto il privilegio di ospitare qui tanti capolavori, tra cui opere bellissime di Lucio Fontana, Alighiero Boetti e Carla Accardi, ma anche di Andy Warhol, Tracey Emin o Damien Hirst, che hanno dialogato con i preziosi pavimenti progettati dall’architetto milanese Luigi Caccia Dominioni. Immaginiamo che il progetto continui con due mostre tematiche l’anno e numerosi incontri con esperti, collezionisti e semplici appassionati che da Phillips possono sentirsi a casa.
Milano è oggi uno dei nodi principali del collezionismo europeo. Che tipo di pubblico incontrate qui rispetto a piazze come Londra, Parigi o New York?
Il collezionista italiano è preparato, sa tutto delle opere che gli piacciono, le studia a fondo prima di decidere. È sofisticato, molto riflessivo e cauto. Se a New York le vendite sono più dettate dall’impulso, oserei dire dal cuore, e a Parigi dal cervello, a Milano sono guidate da entrambi. Penso che l’arte vada capita, ma debba anche essere sentita e, forse anche per la nostra tradizione storica, gli italiani in questo sono i migliori.
Le aste di marzo a Londra hanno aperto la stagione primaverile del mercato internazionale. Che segnali emergono da questa tornata?
Il segnale è di cauto ottimismo. Il mercato è sicuramente più selettivo ma quando le opere sono di grande qualità la risposta dei collezionisti resta molto forte. Si vede una ripresa e, compatibilmente con la situazione geopolitica mondiale, siamo fiduciosi che, nei prossimi mesi, possa ulteriormente rafforzarsi.
In queste aste avete presentato la collezione di John Loeb. Può parlarcene?
John L. Loeb Jr, ambasciatore americano in Danimarca, si appassionò all’arte danese e costruì una collezione di quasi 150 opere, tra cui alcuni Hammershøi bellissimi. A Londra a inizio marzo abbiamo presentato una prima tranche di opere, che ha realizzato risultati ottimi anche per artisti meno noti, come il record di Anna Ancher, che ha triplicato la stima minima. Mi piacerebbe tantissimo un giorno avere l’opportunità di presentare in asta una single owner collection simile a questa, ma di arte italiana.
Negli ultimi anni le maison hanno ampliato molto il loro raggio d’azione. Come sta cambiando il modello della casa d’aste nel sistema dell’arte?
Nel 2025 abbiamo realizzato un +66% con le trattative private, che sono oggi uno dei nostri canali principali di vendita per i collezionisti che preferiscono mantenersi riservati. Phillips è anche partner di Maze Art Fair, che nel febbraio 2026 è arrivata alla terza edizione a Gstaad e ha lanciato il primo appuntamento anche a St. Moritz, con grande successo. Penso che il mondo dell’arte, come il mondo in generale, sia sempre più fluido e che sia necessario adattarsi ai nuovi contesti in modo creativo.
Che cosa consiglierebbe ai giovani che vogliono intraprendere il suo percorso professionale?
Consiglierei di non essere snob verso nessun prodotto culturale. Nel nostro lavoro è fondamentale avere curiosità, dall’arte antica alla cultura visiva contemporanea.
Gioia Meli
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