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Vittorio Bertello
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Più di tre anni fa, nel dicembre del 2022, partivano i lavori di restauro all’Abbazia di Sant’Eutizio a Preci (Pg), lavori che nel 2023 si prevedeva di poter terminare in tre anni. L’intervento è stato finora articolato e complesso, e diverso da un restauro tradizionale, perché le problematiche emerse sono una sorta di combinazione tra quelle relative alla funzione strutturale e quelle geotecniche, essendo l’edificio aggrappato al costone che avrebbe dovuto sostenerlo e che in realtà è franato. Questo ha portato alla necessità di dover aggiornare lo stato avanzamento lavori quasi quotidianamente, dovendo analizzare dei problemi che non si potevano prevedere. Ripercorre le vicende di questo triennio il capoprogettista dei restauri all’abbazia, l’ingegner Giampaolo Capaldini, intervistato da Francesco Carlini per il sito del settimanale umbro «La Voce».
Capaldini chiarisce che i lavori nel complesso abbaziale si strutturano in tre macro-cantieri, che hanno però gli stessi progettisti e le stesse ditte: la chiesa, il monastero e la rupe con il campanile. I tre cantieri sono partiti in successione, prima la chiesa, poi il monastero e infine quello della rupe (che è stato avviato da poco). Per ora pare potersi ipotizzare che entro il 2026 potrebbe essere ultimata la chiesa, in modo da essere restituita al culto: infatti è stata fatta tutta la copertura, la zona del presbiterio è stata consolidata, la facciata è stata quasi ultimata e da qualche tempo si sono iniziati i lavori nella cripta. Nel giro di un altro anno potrebbe essere pronto il monastero, che comunque è a buon punto, con le strutture quasi ultimate. Infine, la rupe: i lavori sono partiti da circa due mesi e probabilmente ci vorranno circa tre anni per ultimarla.
Capaldini rievoca il restauro del monumento a partire dall’avvio dei lavori. «Quando siamo entrati la prima volta, dice l’ingegnere, c’era il finimondo: il terremoto aveva fatto crollare tante murature e aveva causato lo sgretolamento della rupe su cui c’era il campanile, che è implosa sull’intero complesso, sommergendolo e causando, tra l’altro, lo sbriciolarsi della facciata della chiesa. La prima fase, della messa in sicurezza, è durata qualche anno, ma ha consentito di rendere accessibile quello che era rimasto dell’Abbazia, garantendo così la sicurezza dei muri rimasti e l’incolumità di noi progettisti e delle maestranze. Dopodiché il progetto è stato improntato tutto al restauro puro: abbiamo studiato come le vecchie strutture stavano in piedi e le abbiamo riproposte con il metodo dell’anastilosi, cioè recuperando quasi tutti i pezzi crollati per ricollocarli nel posto che occupavano prima del terremoto. Nel fare questo però abbiamo utilizzato delle tecnologie innovative nel campo antisismico: sono state recuperate le funzioni delle murature crollate sostituendo le loro vulnerabilità intrinseche con nuove tecnologie e con nuovi materiali che oggi abbiamo a disposizione».
La facciata e il rosone della Chiesa di Sant’Eutizio sono ora tornati al loro posto. «È stata una grandissima impresa, dice il capoprogettista. Solo il rosone si era rotto in oltre 400 pezzi, che erano sepolti, insieme agli altri, sotto metri di detriti. La campana maggiore, ad esempio, l’abbiamo ritrovata all’interno della chiesa sotto metri e metri di macerie. Siamo quasi arrivati a ricostruire per intero la facciata con un’anastilosi pura. Tutti i conci di pietra sono stati rimessi esattamente dove erano e per farlo abbiamo studiato a fondo foto e documentazione storica. […] La muratura della facciata è stata realizzata con materiali innovativi: è stato usato un calcestruzzo a base di calce e un’armatura diffusa in acciaio inox in grado di garantire alla facciata un comportamento monolitico e quindi resistente in caso di sisma. Da poco abbiamo ricollocato nella facciata il rosone e anche esso ha una tecnologia antisismica: i 400 pezzi recuperati sono stati rimontati nell’originario spazio; poi è stata realizzata una struttura in acciaio inox per contornarlo, per tenerlo insieme con un comportamento monolitico e per ancorarlo».
Nel complesso abbaziale è stato anche allestito un laboratorio di restauro. La necessità di questa presenza è dovuta al fatto che lo storico edificio contiene tantissimi reperti storici, molti di epoca romana, danneggiati dai terremoti del 2016: dipinti, stacco di affreschi, pietre, lapidi decorate e altro. Questo permette di riparare e rimontare con più attenzione, in quanto le maestranze possono controllare allo stesso tempo sia lo stato di questi manufatti, sia la posizione sulle murature. Nell’Abbazia c’è una grande varietà di materiale lapideo e nel monastero ci sono diversi affreschi che sono stati tutti recuperati dalle murature crollate, sono stati consolidati in questo laboratorio e poi andranno ricollocati nelle pareti ricostruite.
Infine, sono stati scoperti sconosciuti affreschi medievali. «Guardando l’altare della chiesa, sul lato sinistro, ossia nella zona a monte, le lesioni del terremoto hanno fatto affiorare delle tracce di affreschi, databili tra il 1000 e il 1300, arco temporale in cui la chiesa ha cambiato sembianze: da più piccola fino all’attuale. Si è scavato e sono emersi i resti di una vecchia abside, che doveva essere completamente affrescata, demolita nel corso del tempo. Ciò conferma la tesi che prima dell’attuale chiesa romanica ce n’era un’altra disposta trasversalmente e di dimensioni più piccole. I resti degli affreschi emersi verranno rimessi a giorno e restaurati, consolidando anche le murature che li sostengono. Sta prendendo concretezza l’idea di realizzare una piccola abside in vetro, richiamando quella che c’era in antico, per consentire, dall’esterno della chiesa dove c’è il camminamento alla base della rupe, di vedere gli affreschi recuperati».
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