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Vittorio Bertello
Leggi i suoi articoliÈ stata rinvenuta, in una raccolta della Biblioteca nazionale centrale di Firenze (il Fondo Magliabechiano), una copia stampata dell’Almagesto di Tolomeo contenente numerose postille autografe di mano di Galileo Galilei. La scoperta, effettuata da Ivan Malara, assegnista di ricerca all’Università di Milano, è stata poi confermata da una serie di perizie grafologiche, ed è stata quindi presentata a Firenze. L’edizione in questione, contenente la traduzione in lingua latina dell’opera di Tolomeo, fu pubblicata a Basilea nel 1551.
L’Almagesto è l’opera astronomica scritta intorno al 150 da Claudio Tolomeo che per più di mille anni costituì la base delle conoscenze astronomiche in Europa e nel mondo islamico. Il titolo originale greco era «Mathematiké syntaxis», cioè «Trattato matematico». Il titolo attuale affonda il suo etimo tra la lingua araba e quella greca: «al-Magísti», dal greco «Meghíste», «grandissima». In essa, partendo da un’argomentazione filosofica a sostegno della tesi dell’immobilità della Terra, si passa poi alla descrizione matematica del moto del Sole, della Luna e dei cinque pianeti allora conosciuti (Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno).
Le traduzioni in latino non portarono automaticamente a una comprensione della teoria tolemaica da parte della cultura europea, che era impreparata allo studio di un testo astronomico così difficile. La sua assimilazione richiese alcuni secoli: due tappe importanti di questo lento processo furono la pubblicazione della Theorica planetarum del matematico, astronomo e astrologo italiano Campano da Novara, pubblicata intorno al 1262, e la costruzione di un modello meccanico del sistema tolemaico da parte dell’astronomo e filosofo veneto Giovanni Dondi dell’Orologio nel secolo successivo.
Il rinvenimento ha avuto luogo nell’ambito di uno studio volto a chiarire quale fosse la conoscenza diretta che Galileo aveva dell’Almagesto, e in particolare su quale testo avesse studiato. «Non è una scoperta casuale, ha detto Malara, nasce da una ricerca che ho iniziato circa tre anni fa: volevo capire come Galileo studiò l’Almagesto e per farlo ho iniziato un censimento delle varie edizioni dell’Almagesto e a Firenze ho trovato quest’opera annotata».
Dei 13 volumi dell’opera i primi cinque presentano numerose annotazioni che l’assegnista ha attribuito a un giovane Galileo. «La grafia è estremamente simile, dice Malara, è quasi identica e poi anche dal punto di vista dei contenuti ci sono alcune postille che richiamano in modo evidente il contenuto di altre idee galileiane». Per Malara le annotazioni sono riconducibili al «periodo tra il 1589 e il 1592, quando Galileo insegnava matematica a Pisa». Il contenuto delle note, prosegue lo studioso, «è estremamente tecnico. Galileo annota soprattutto le parti tecniche, cerca di comprendere, spiegare e chiarire alcuni passaggi matematici. Confutazioni per ora non ne ho trovate. Ma c’è un passaggio in cui Galileo più che confutare dice “qui l’esperienza ci dice qualcosa di diverso”, e questo è un passo interessante perché è una critica in linea con quello che noi ritroviamo in altri scritti di Galileo».
Un’altra curiosità, ha concluso il ricercatore, è costituita da «una preghiera. Vi sono testimonianze di poco successive che ci dicono che Galileo solitamente pregava, rivolgeva un’orazione a Dio prima di studiare l’Almagesto, perché è un’opera veramente molto difficile».
Vittorio Bertello
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