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Tracey Emin, Just How Much Do I Love You, 2025

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Tracey Emin, Just How Much Do I Love You, 2025

Parola, immagine, scultura: la nuova verità di Tracey Emin, a Roma

L’artista britannica presenta l’ottava personale negli spazi romani della Galleria Lorcan O’Neill, con un nuovo ciclo di lavori in mostra fino al 26 agosto

Ludovica Zecchini

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Nel percorso recente di Tracey Emin si è ormai consolidato un passaggio che la critica internazionale ha registrato con crescente attenzione: quello da una poetica provocatoria a una costruzione formale più controllata, in cui l’esperienza personale viene assorbita dentro un linguaggio sempre più essenziale. Alla Galleria Lorcan O’Neill, la mostra There Is A Truth (fino al 26 agosto a Roma) si inserisce in questa traiettoria - riunendo pitture, lavori su carta e una grande scultura in bronzo - restituendo un’immagine inedita dell’artista.

Il titolo - ripreso da una scritta presente su uno dei dipinti in esposizione - diventa il fulcro concettuale del progetto, che riunisce nuove opere realizzate appositamente dall’artista tra Londra e Margate negli ultimi due anni. In particoalre, Emin testimonia il potere curativo dell’arte nelle nostre vite e ci invita a entrare in dialogo con le verità fondamentali continuando ad affrontare temi conflittuali ma inevitabilmente interconnessi-dell’amore, del dolore, del sesso, del lutto, della maternità, dell’ansia, dell’agonia e del desiderio.

Il fulcro dell’esposizione è We Will Not Be Alone (2025), imponente bronzo patinato che occupa il centro della galleria e ne struttura la percezione spaziale. Attorno, una serie di tele di grande formato (tra cui Just How Much Do I Love You) e lavori su carta (tra cui Wanted Alive With You e Dreaming About Another World) caratterizzati da una dimensione più immediata.

Tracey Emin, There Is A Truth. Galleria Lorcan O’Neill, Roma

Nel complesso, le opere costruiscono un paesaggio emotivo fatto di apparizioni instabili, corpi che sembrano emergere dalla superficie per poi dissolversi nel bianco della tela. Il segno di Emin conserva la propria urgenza, ma qui appare attraversato da una tensione diversa: meno dichiarativa, più introspettiva. Le figure femminili, i volti, gli autoritratti e le anatomie spezzate non insistono tanto sulla violenza dell’esposizione come accadeva precedentemente.

I contorni restano aperti, quasi esitanti, mentre linee improvvise e torsioni cromatiche restituiscono ai corpi una vibrazione nervosa. È una grammatica visiva che da anni appartiene all’artista britannica, ma che nella mostra romana sembra assumere una qualità più meditativa, persino accogliente in alcuni passaggi. Emblematica, in questo senso, la grande maternità che attraversa uno dei nuclei centrali dell’esposizione.

Il progetto romano si inserisce in un momento particolarmente intenso della carriera di Emin. Alla Tate Modern è ancora in corso A Second Life, ampia retrospettiva dedicata alla sua produzione recente (fino al 31 agosto 2026), che ha confermato la centralità della sua ricerca nel panorama britannico e internazionale. Negli ultimi anni, inoltre, l’artista è stata protagonista di importanti mostre personali a Palazzo Strozzi (2025), al Yale Center for British Art (2025), al Munch Museum (2021), alla Royal Academy of Arts (2020) e al Musée d’Orsay (2019). Nel 2007 ha rappresentato la Gran Bretagna alla 52ª Biennale di Venezia.

Accanto all’attività espositiva, Emin ha sviluppato negli ultimi anni un’infrastruttura culturale stabile a Margate con i TKE Studios e il programma di residenze T.E.A.R., oltre alla Tracey Emin Foundation, che sostiene giovani artisti e pratiche emergenti.

Ludovica Zecchini, 27 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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