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Riccardo Deni
Leggi i suoi articoliL'archeologia non come disciplina rivolta esclusivamente al passato, ma come strumento per interrogare il presente. È questa la prospettiva di Fragments and Futures: Contemporary Encounters with Ancient Worlds, la mostra ospitata fino al 30 settembre all'Art Space Pythagorion della Schwarz Foundation, sull'isola greca di Samo, uno dei progetti espositivi più interessanti dell'estate mediterranea per la capacità di mettere in relazione patrimonio archeologico e ricerca artistica contemporanea.
Curata da Katerina Gregos e ioLi Tzanetaki, l'esposizione riunisce dodici artisti internazionali che affrontano il mondo classico attraverso scultura, pittura, installazione, cinema, collage e media digitali. Il punto di partenza non è la celebrazione dell'antichità, bensì la sua continua riscrittura. Rovine, reperti, miti e archivi vengono considerati frammenti aperti, capaci di produrre nuove interpretazioni e nuove narrazioni.
Il titolo stesso della mostra chiarisce l'impostazione curatoriale. I "frammenti" non rappresentano soltanto ciò che il tempo ha lasciato sopravvivere, ma diventano dispositivi critici attraverso cui ripensare il rapporto tra memoria, identità e costruzione della storia. L'antichità smette così di essere un canone immobile per trasformarsi in un territorio di confronto, nel quale convivono ricerca storica, immaginazione e lettura politica. L'esposizione assume un significato particolare proprio per il luogo che la ospita. Samo è una delle isole più dense di stratificazioni archeologiche del Mediterraneo e il Pythagorion, patrimonio UNESCO e città natale di Pitagora, costituisce uno dei principali laboratori storici della civiltà greca. Inserire qui una riflessione sull'archeologia significa confrontarsi direttamente con uno dei paesaggi fondativi della cultura occidentale. Molti degli artisti adottano pratiche di ricerca che ricordano il lavoro degli archeologi. Scavano negli archivi, recuperano documenti dimenticati, reinterpretano reperti e collezioni museali, interrogando i criteri attraverso cui la storia viene costruita e tramandata. La mostra riflette anche sul ruolo del museo, sulle modalità di esposizione delle collezioni e sui meccanismi che determinano quali memorie vengano conservate e quali, invece, rimangano escluse dal racconto ufficiale.
Tra i protagonisti figurano Rosella Biscotti, Navine G. Dossos, Alexis Fidetzis, Hadjithomas & Joreige, Yiannis Hadjiaslanis, Natalia Manta, Chris Marker, Petros Moris, Panos Profitis, Theopisti Stylianou-Lambert con Alexia Achilleos, Lucia Tallová e Maarten Vanden Eynde, artisti provenienti da contesti geografici differenti ma accomunati da una riflessione sul rapporto tra storia, memoria e costruzione delle immagini. Un altro elemento centrale riguarda il modo in cui la mostra affronta il mito e il corpo classico. Figure e narrazioni tradizionali vengono reinterpretate attraverso prospettive femministe, queer e postcoloniali, mettendo in discussione le idee di bellezza, identità e potere che hanno accompagnato per secoli la ricezione dell'antichità. Parallelamente, materiali storici come marmo, argilla e pigmenti dialogano con scansioni tridimensionali, proiezioni digitali e tecnologie contemporanee, mostrando come continuità e trasformazione convivano all'interno della stessa tradizione. Più che una mostra sull'archeologia, Fragments and Futures diventa così una riflessione sul modo in cui le società costruiscono la propria memoria. Il passato non viene presentato come una verità definitiva, ma come un processo interpretativo continuamente riscritto. In questa prospettiva, il reperto archeologico perde la sua dimensione puramente documentaria per trasformarsi in uno spazio di possibilità, dove ogni frammento continua a generare nuove domande sul presente. L'esposizione segna inoltre i dieci anni della direzione artistica di Katerina Gregos per il programma di arti visive della Schwarz Foundation, sviluppato insieme a ioLi Tzanetaki. In questo decennio l'Art Space Pythagorion si è affermato come uno dei luoghi più originali del Mediterraneo, capace di costruire un dialogo costante tra arte contemporanea, archeologia, geografia politica e storia culturale, facendo della specificità di Samo il punto di partenza per una riflessione di respiro internazionale.
Riccardo Deni
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