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Amanita Iervolino
Leggi i suoi articoliNon è arrivata neppure un'offerta. Il futuro gestionale del Mudec, il Museo delle Culture di Milano, torna così nelle mani di Palazzo Marino dopo che la gara indetta dal Comune per individuare il concessionario chiamato a succedere a 24 Ore Cultura è andata deserta. Alla scadenza del 28 settembre nessun operatore ha presentato una proposta per una concessione di otto anni dal valore stimato superiore agli 84 milioni di euro.
Un risultato che apre una questione più ampia del semplice insuccesso di una procedura amministrativa. Perché il bando riguardava di fatto il modello economico e culturale del Mudec per buona parte del prossimo decennio: non soltanto la produzione e gestione delle mostre e delle attività culturali, ma anche ristorante, caffetteria, bookshop e parcheggio. Un sistema integrato nel quale la sostenibilità delle attività museali avrebbe dovuto convivere con quella dei servizi commerciali. L'attuale concessione a 24 Ore Cultura terminerà nel marzo 2027. La società, che gestisce il Mudec dalla sua apertura nel 2015, non ha partecipato alla nuova gara. Una scelta sulla quale sono attesi ulteriori chiarimenti il 7 ottobre, in occasione della conferenza stampa dedicata alla mostra su Matisse.
Il dato più significativo, tuttavia, riguarda i numeri dell'operazione. La concessione era stata valutata complessivamente in circa 84,36 milioni di euro e prevedeva per il concessionario anche il pagamento al Comune di un canone minimo annuale di 100mila euro, suscettibile di rialzo in sede di offerta. Ma già durante la procedura alcuni potenziali partecipanti avevano posto domande sulla sostenibilità del piano economico-finanziario. Secondo quanto ricostruito da «Repubblica», uno degli operatori aveva evidenziato un elemento particolarmente significativo: a fronte degli oltre 84 milioni di ricavi previsti nell'arco della concessione, l'utile netto cumulato stimato sarebbe stato di appena 17.694 euro. Un margine estremamente ridotto rispetto alla dimensione economica e ai rischi dell'operazione. Un altro quesito aveva richiamato l'attenzione sul fatto che il piano prevedesse risultati negativi in cinque delle otto annualità.
Il Comune aveva spiegato che le perdite registrate in alcuni esercizi potevano essere considerate fisiologiche, soprattutto in relazione agli investimenti iniziali e ai relativi ammortamenti. Ma il risultato della gara introduce ora un dato concreto nella discussione: alle condizioni previste dal bando nessun operatore ha deciso di assumersi il rischio della concessione. Anche il meccanismo del canone era stato oggetto di osservazioni. La possibilità di offrire un importo superiore ai 100mila euro annuali consentiva infatti di ottenere un punteggio migliore nella gara, ma avrebbe contemporaneamente ridotto margini già estremamente contenuti. Altrettanto delicato il capitolo delle esposizioni. Per alcune mostre erano stati ipotizzati costi nell'ordine degli 800mila euro, mentre eventuali extracosti sarebbero rimasti a carico del concessionario. Un elemento tutt'altro che secondario in un modello nel quale la capacità di produrre grandi mostre costituisce una delle principali fonti di attrazione del pubblico, ma comporta allo stesso tempo rischi economici considerevoli.
Il caso Mudec diventa così interessante anche oltre Milano. Il museo rappresenta infatti uno degli esperimenti italiani più riconoscibili di integrazione tra funzione museale pubblica e gestione privata di una parte rilevante dell'offerta culturale e commerciale. Il Comune resta proprietario dell'immobile e delle collezioni, mentre il concessionario assume un ruolo determinante nella programmazione espositiva e nei servizi capaci di generare ricavi. La mancata partecipazione alla gara pone inevitabilmente la domanda su quale equilibrio possa rendere sostenibile questo modello nel prossimo ciclo. A complicare ulteriormente il quadro c'è il futuro del ristorante di Enrico Bartolini, tre stelle Michelin, ospitato all'interno del museo. Nelle ultime settimane è circolata l'ipotesi di un possibile trasferimento dello chef a CityLife, al momento senza conferme da parte del suo staff. La questione assume ora un peso ulteriore, perché il ristorante faceva parte dell'ecosistema economico ricompreso nella concessione.
Eppure il Mudec si prepara contemporaneamente a crescere sul piano museale. Dal 2027 gli spazi destinati alle collezioni permanenti dovrebbero raddoppiare dagli attuali 500 a circa mille metri quadrati, rafforzando la componente propriamente museale di un'istituzione che negli anni ha costruito una parte importante della propria notorietà attraverso le grandi mostre temporanee. È proprio questo apparente paradosso a rendere particolarmente significativo l'esito della gara. Mentre il museo prepara un'espansione della propria offerta culturale, il modello economico chiamato a sostenerne una parte decisiva non ha trovato operatori disposti a investirvi. Palazzo Marino dovrà ora decidere se riproporre il bando, modificarne le condizioni o intervenire più profondamente sulla struttura della concessione. Prima ancora di individuare chi gestirà il Mudec dal 2027, la gara deserta pone dunque una domanda più importante: quale Mudec, e con quale equilibrio tra funzione pubblica, produzione culturale e sostenibilità economica, Milano vuole costruire per i prossimi anni?
Amanita Iervolino
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