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Lo skyline di Arles con il nuovo «spazio creativo» LUMA in cui spicca la Torre di Frank Gehry © Adrian Deweerdt

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Lo skyline di Arles con il nuovo «spazio creativo» LUMA in cui spicca la Torre di Frank Gehry © Adrian Deweerdt

Nella torre di Maja l’arte è biodiversa

Non il solito museo privato, Luma Arles è un luogo di ricerca voluto dalla collezionista Maja Hoffmann in una sede progettata da Frank Gehry: «Mentre il mondo sta cominciando a crollare, dico che la voce degli artisti è più cruciale che mai per fornire soluzioni culturali interdisciplinari»

Luana De Micco e Caroline Roux

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Mentre a Parigi François Pinault ha aperto il suo nuovo museo nella Bourse de Commerce, ampliando l’offerta culturale della capitale, ad Arles, in Provenza, settecento chilometri più a sud, già nota per il festival di fotografia Les Rencontres e sede della Fondation Van Gogh, è stato inaugurato il 26 giugno il «campus creativo» LUMA.

Tuttavia è un progetto completamente diverso rispetto a quello di Pinault. È infatti un polo interdisciplinare dedicato all’arte contemporanea e alla ricerca. Costato oltre 100 milioni di euro, è stato voluto da Maja Hoffmann, collezionista e mecenate, erede del colosso farmaceutico svizzero Roche, che vuole fare di Arles, tra i comuni più poveri della Francia, afflitto da disoccupazione cronica, un nuovo hub culturale, alla stregua delle grandi città d’arte.

«Vogliamo proporre un programma di qualità come si fa nelle grandi capitali. Un programma radicato nel territorio, ha detto la collezionista, inaugurando il nuovo centro davanti ai giornalisti, che sia un arcipelago di idee, aperto alla creazione e al dibattito, agli artisti e al pubblico». La Hoffmann ha istituito la Fondazione LUMA, intitolata ai suoi figli Lucas e Marina, a Zurigo nel 2004. Da allora ha sostenuto progetti d’arte in ​​tutto il mondo, dal Park Avenue Armory di New York ai Tanks della Tate Modern e alle Serpentine Galleries di Londra.

Proveniente da tre generazioni di collezionisti d’arte, spiega: «È l’artista, e il discorso artistico, che ho sempre voluto coltivare e proteggere. E ora, mentre il mondo sta cominciando a crollare, dico che la voce del produttore culturale, la persona creativa, è più cruciale che mai, per fornire soluzioni culturali interdisciplinari».

Sebbene Maja Hoffmann sia di nazionalità svizzera e abbia residenze in tutto il mondo, il suo cuore è nella regione della Camargue a sud di Arles: «I miei genitori avevano già messo radici prima che io nascessi e ci siamo trasferiti qui quando avevo una settimana. È dove sono cresciuta». Suo padre, Luc Hoffmann, un ornitologo, ha fondato l’innovativo centro di ricerca Tour du Valat per la conservazione delle zone umide in Camargue nel 1954, prima di cofondare il World Wildlife Fund nel 1961. «La gente pensava che fosse un sognatore, ma era importante quello che faceva e quando lo faceva».

Nel 2008 il suo intervento è stato determinante per dare stabilità e continuità alla Fondation Van Gogh, dal 2010 riconosciuta dallo Stato come istituzione di utilità pubblica. Ora Maja (classe 1956) ne è la presidente e sta seguendo le orme filantropiche del padre. La crisi sanitaria ha rallentato il progetto: «Fino a qualche settimana fa ci sembrava ancora improbabile poter aprire». Il progetto ha avuto un lungo periodo di gestazione.

Nel 2006, la Hoffmann ha ottenuto il via libera della città per recuperare sette officine dismesse delle ferrovie, ai limiti del centro storico, che un po’ alla volta ha fatto riabilitare in spazi modulabili per performance ed esposizioni. All’architetto paesaggista belga Bas Smets ha affidato il compito di trasformare il Parc des Ateliers cementato e all’abbandono in un ampio giardino che ricordi il vicino parco naturale della Camargue. «Chiunque pianta alberi crede nel futuro», ha affermato Bas Smets, ideatore di un processo di trasformazione del paesaggio che creerà un suo microclima più clemente in questa parte calda e umida della Francia.

Il Parc des Ateliers è la sede di LUMA Arles. È un luogo dove si farà e si mostrerà arte, dove si esplorerà e si sfrutterà la biodiversità della regione, dove si terranno conferenze che spaziano su tutti i tipi di indagini culturali e si espandono le opportunità educative, e dove i visitatori locali e internazionali si troveranno a passeggiare all’ombra degli alberi, intorno a uno spettacolare lago artificiale (alimentato con l’acqua inutilizzata che dalle Alpi scorre fino al fiume Rodano), o consumare un pasto a base di prodotti locali in uno dei due ristoranti.

Era il 2008 quando la collezionista si è circondata di esperti, formando un «core group» di curatori e artisti con Philippe Parreno, Tom Eccles, Beatrix Ruf, Liam Gillick e Hans Ulrich Obrist, per lavorare a un progetto di centro culturale inedito. Ha quindi chiesto a Frank Gehry, l’autore del Guggenheim di Bilbao e della sede della Fondation Vuitton di Parigi, di pensare a un «gesto architettonico» per Arles.

La prima pietra del nuovo edificio è stata posata nell’aprile 2014. Oggi la Torre-specchio di Gehry svetta a 56 metri sul paesaggio di Arles con la sua forma contorta, rivestita da 11mila mattonelle di alluminio che giocano con la bella luce del Sud, ispirata al vicino massiccio roccioso delle Alpilles dipinto da Van Gogh. La Torre ha già fatto molto parlare di sé, criticata perché altera lo skyline della città, patrimonio Unesco per le ricche vestigia del suo passato romano.

Maja Hoffmann ha rivendicato la sua scelta: «L’idea della Torre è mia. Non è stato un gesto provocatore. L’ho voluta come un faro che accompagnasse il Rodano fino al mare, non perché si facesse notare. Volevo vedere il mare dall’alto». Frank Gehry, 92 anni, l’ha definita il suo «primo edificio romano. L’architettura del passato ha alimentato la mia riflessione. Questo edificio è un omaggio all’architettura romana. Non ne farò altri così». La base della Torre, una vasta rotonda di vetro che ospita la hall centrale, il «drum», ricorda a modo suo le antiche arene.

Luma è un «ecosistema vivente», secondo la definizione di Mustapha Bouhayati, il suo vicedirettore. L’Atelier Luma, creato nel 2016 e diretto da Jan Boelen, lavora sulla creazione di materiali innovativi a base di alghe, lana merinos o cristalli di sale, che si ritrovano nei sorprendenti rivestimenti interni della Torre. Opere spesso interattive, a volte ludiche, sono state commissionate ad artisti di fama mondiale per essere presentate in modo permanente nella Torre e nel giardino.

«Take Your Time» di Olafur Eliasson, ad esempio, è uno specchio in movimento costante fissato in cima alla monumentale scala a chiocciola del «drum», disorientando il visitatore che la osserva. «Isometric Slides» di Carsten Höller è un gigantesco doppio scivolo di metallo, «una scultura nella quale si può viaggiare», ha spiegato l’artista. Etel Adnan ha realizzato un’opera murale di ceramica per l’auditorium. Di Philippe Parreno è «Danny», un’opera immersiva, mentre Koo Jeong ha installato uno skatepark fosforescente sulla terrazza della Torre, al nono piano.

Jakob Kudsk Steensen ha invece iniziato una residenza di sei mesi ad Arles nel gennaio 2020 ed è rimasto fino a settembre, effettuando ricerche nelle zone umide della Camargue e filmando in modo forense i cicli di vita di animali e piante, la loro nascita naturale, l’interdipendenza e il decadimento. Vista attraverso la realtà virtuale, la sua rappresentazione della complessità della regione è sbalorditiva.

Gli immensi spazi nel sottosuolo accolgono le sale espositive, secondo un programma del senior curator Vassilis Oikonomopoulos, che nel 2016, alla Tate Modern, aveva lavorato all’ambiziosa installazione della Turbine Hall di Philippe Parreno. «Arles è un’opportunità unica, afferma Oikonomopoulos, e più intrecciata con la natura rispetto alla maggior parte delle città. Alla LUMA non siamo bloccati in un programma convenzionale. Possiamo essere flessibili e correre dei rischi». Maja Hoffmann è il capo, ma ognuno dice la sua.

Ora, mentre la definizione stessa di museo sta cambiando e le tradizionali divisioni binarie (tra i sessi o tra arte e natura) si stanno dissolvendo, nessun posto è in una posizione migliore per rispondere di questo assetto a ruota libera. Nella Main Exhibition Gallery è invece presentata la collezione di Maja Hoffmann. Per l’inaugurazione, sono stati selezionati lavori di Paul McCarthy, Michelangelo Pistoletto, Katharina Fritsch, Mike Kelley, Franz West, Isa Genzken e Rirkrit Tiravanija.

La galleria Est allestisce (fino al 30 settembre) opere della collezione della Emanuel Hoffmann Foundation, riunita dalla nonna di Maja Hoffmann, dedicata alle neoavanguardie europee e americane, con lavori di Alighiero Boetti, Richard Long, Cy Twombly e Bruce Nauman. La collezionista ha inoltre voluto uno spazio per «Les Archives vivantes», piccole sale dove sono presentati i suoi archivi fotografici. Si possono vedere monografiche di Nan Goldin, Diane Airbus e Annie Leibovitz.

Passeggiando nel giardino, ci si imbatte in una scultura rosa alta 13 metri di Franz West. I diversi edifici ospitano già delle mostre. Nelle Forges è proiettato (fino al 30 ottobre) il nuovo film animato di Ian Cheng, «Life After Bob», mentre La Grande Halle ospita (sempre fino al 30 ottobre) l’esperienza inter-specie di Pierre Huyghe, «After Uumwelt». La Mécanique Générale ospita infine (dal 4 luglio al 26 settembre) «Masculinité», una mostra dei Rencontres de la photographie.
 

Lo skyline di Arles con il nuovo «spazio creativo» LUMA in cui spicca la Torre di Frank Gehry © Adrian Deweerdt

L’installazione «Krauses Gekröse» (2011) di Franz West nel Giardino di LUMA Arles. Foto Luana De Micco

Luana De Micco e Caroline Roux, 28 luglio 2021 | © Riproduzione riservata

Nella torre di Maja l’arte è biodiversa | Luana De Micco e Caroline Roux

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