Prendiamo il polso al mondo

I Rencontres de la Photographie tornano in presenza e affrontano le problematiche attuali, dall'identità alla fragilità del nostro ecosistema

Rotimi Fani-Kayode, «Untitled», 1985
Luana De Micco |  | Arles

Nel 2020 i Rencontres de la Photographie erano mancati per la prima volta in più di cinquant’anni, causa epidemia di Covid-19. Il festival torna quest’anno con l’edizione numero 52 (fino al 26 settembre), affidata a Sonia Voss, e con un nuovo direttore, Christophe Wiesner, che ha preso la guida della rassegna nel giugno 2020, in piena pandemia e con la 51ma edizione appena annullata. Nel 2019 la rassegna aveva presentato 50 mostre e accolto 145mila visitatori.

Quest’anno, nel rispetto di un rigido protocollo sanitario (con l’esclusione di alcuni spazi non sufficientemente ampi per garantire la regola dei 10 metri quadrati a visitatore e con esposizioni che si terranno all’aperto) le mostre saranno 35 e, in mancanza probabilmente di turisti stranieri, resta l’incognita dei visitatori.

È «un’edizione di transizione», dice Wiesner, 56 anni, già direttore di Paris Photo, che ha ripreso una parte della programmazione, mai mostrata, del suo predecessore, Sam Stourdzé: «Non si trattava di fare tabula rasa, ma di riflettere su come aggiornare l’eredità dell’edizione costruita da Stourdzé intorno al tema della resistenza e della fotografia che, secondo le sue parole, “si solleva, si oppone, denuncia, reincanta”. Sono partito da queste premesse, spiega Wiesner, tracciando variazioni, echi, nuove complementarità o corto circuiti, perché i Rencontres prendano il polso del mondo».

In programma troviamo diversi fotografi del continente africano e una certa presenza di fotografe; tra i temi emergono le problematiche sociali attuali, come la costruzione dell’identità, le migrazioni e l’esilio, la fragilità degli ecosisistemi. Quattro le sezioni: «Identità/fluidità», «Emergenze», «Atlante» e «Riletture».

A proposito di attualità, sulla scia del movimento #MeToo che ha dato voce a tante donne vittime di molestie, una grande mostra con una cinquantina di artisti (Wolfgang Tillmans, Richard Mosse, John Coplans…), dal titolo «Masculinité», reinterpreta i codici della virilità, dagli anni ’60 ad oggi, analizzando il ruolo che cinema e fotografia hanno avuto nella costruzione degli stereotipi.

Con «Garçons sensibles» Sébastien Lifshitz lavora invece sull’omosessualità invisibile negli anni ’60. In «Emergenze» sono presentati gli 11 progetti selezionati per il Prix Louis Roederer, tra cui quello di Tarrah Krajnak sull’identità femminile e latinoamericana, e quello di Massao Mascaro che tra il 2017 e il 2020 ha ripercorso il viaggio di Ulisse nel Mediterraneo.

Per la sezione «Atlante», Stéphan Gladieu propone una galleria di ritratti di coreani del Nord, mentre Anton Kuster nella serie «Blue Skies» cattura i cieli degli oltre mille campi di concentramento dell’ex Terzo Reich. «Riletture» allestisce fotografie e fotomontaggi inediti di Charlotte Perriand, una scoperta resa possibile dall’apertura degli archivi della designer. Le opere di Sabine Weiss, 97 anni, ultima esponente della scuola umanista francese, sono esposte nella cappella del Museon Arlaten, restaurata di recente.

© Riproduzione riservata Stéphan Gladieu, «North Koreans Portraits», North Korea, Pyongyang, June 2018. Cortesia di School Gallery/Olivier Castaing
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