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Giuseppe Spagnulo con «I volti del dio Pen», 2000

Foto Lorenzo Castore

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Giuseppe Spagnulo con «I volti del dio Pen», 2000

Foto Lorenzo Castore

Nella fucina di Giuseppe Spagnulo, a dieci anni dalla scomparsa

Formatosi nel laboratorio ceramico paterno, l’artista pugliese ha creato sculture possenti, in terracotta e ferro soprattutto, restando sempre fedele «alla fascinazione dei grandi forni, delle fiamme, del fuoco». A curarne l’archivio è l’Associazione presieduta dal figlio Andrea, in vista del catalogo generale dell’intera opera affidato a Bruno Corà 

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Dieci anni fa, nel giugno del 2016, scompariva a Milano Giuseppe Spagnulo (Pino Spagnulo, come tutti lo chiamavano), scultore dall’espressività epica e potente che, nato nel 1936 a Grottaglie, la capitale pugliese della ceramica, figlio d’arte com’era, si era formato proprio nel laboratorio ceramico del padre. Fu solo un punto di partenza questo, però, per quanto fondante, cui dal 1952 al 1958 si sarebbero aggiunti gli studi all’Istituto della Ceramica di Faenza, dove allora si sperimentavano i materiali ad alta temperatura come il grès. 

Quando nel 1959 si trasferirà a Milano, non saranno solo gli studi all’Accademia di Brera ma anche la collaborazione con Arnaldo Pomodoro e con Lucio Fontana e l’amicizia con Tancredi e Piero Manzoni ad aprirgli la strada, ricca di frutti, che dopo alcune mostre in importanti gallerie milanesi e torinesi, nel 1972 lo vedrà per la prima volta alla Biennale di Venezia (sarà di nuovo invitato nel 1986) e l’anno dopo alla Quadriennale di Roma, per portarlo poi nel mondo: in Corea, Olanda, Svizzera ma soprattutto in Germania, dove dal 1987 al 2002 tenne la cattedra di Scultura all’Accademia di Belle Arti di Stoccarda, e dove ha realizzato numerose opere pubbliche, oltre a entrare con i suoi lavori in tante collezioni private.

Per rileggere, in questo anniversario, il suo percorso così ricco di mostre importanti (quand’era in vita, ma anche postume come «Ali di Fuoco» a Landshut nel 2008, con la Galleria Walter Storms di Monaco, o quella, memorabile, del 2014 nella Galleria dello Scudo di Verona, che presentava il suo grandioso ritorno alla ceramica) e fitto di opere monumentali (da «Senza Titolo» (1974) a Gibellina Nuova, in Sicilia, a «Turris», 1992, per Zug, Svizzera; da «Grande Ruota» (2000), nello Stadtpark Bochum, Germania, a «La foresta d’acciaio (Monumento ai caduti di Nassiriya)» (2008), posto fuori da San Paolo fuori le Mura a Roma), siamo stati nel suo studio (la sua fucina, a ben vedere) a Gaggiano, appena fuori Milano, dove, anticipati all’esterno da opere monumentali come «Ali di fuoco» (2004), sono conservati molti esempi delle sue sculture possenti, con il forno in cui cuoceva le terrecotte, le grosse catene e gli argani con cui si sollevavano le opere più pesanti (tutte lo sono in realtà: non solo quelle grandiose ma anche quelle di dimensioni minori, perché i suoi due materiali d’elezione sono una la terracotta massiccia e poderosi blocchi di ferro) e il carroponte per spostarle. 

«Prima lavorava in una chiesa sconsacrata a Merate, nel Lecchese, rammenta il figlio Andrea Spagnulo, presidente dell’Associazione Archivio Giuseppe Spagnulo che, con Ilaria Porotto e gli altri membri dell’Associazione e del Comitato scientifico, promuove il lavoro dell’artista. Era un luogo molto suggestivo, che però non è più stato funzionale quando lui, negli anni Novanta, dalla terracotta è ritornato ai “ferri”, praticati già trent’anni prima ma allora con attrezzature rudimentali come scale e trabattelli. È dalla terracotta, però, che era partito, al seguito del padre grande ceramista di Grottaglie, che realizzava i “capasoni”, le enormi giare in cui in Puglia si conservano olio, olive e altri alimenti. E con la terracotta Pino Spagnulo aveva ripreso a lavorare anche alla fine, restando sempre fedele, nei ferri come in questi lavori, alla fascinazione dei grandi forni, delle fiamme, del fuoco».

I «ferri» conservati nello studio provano la sua sfida costante con la materia, da lui tagliata, lacerata, perforata con il cannello ossidrico, lasciando in mostra anche il materiale di risulta, espulso come in una colata lavica. Se, invece che in un blocco, il ferro era forgiato in forma di spessa lastra, lo piegava servendosi di pesi colossali lasciati cadere dall’alto, per dare vita a opere che nulla hanno di estetico, ma che registrano la sua lotta titanica, da demiurgo, con questi materiali «ostili»: «i primi ferri del resto, nota Andrea Spagnulo, sono degli anni della lotta politica e in quelle opere, in cui metteva in gioco energie potenti, lui creava un disequilibrio, per trovare poi un nuovo equilibrio».

Evidente da subito, nel suo lavoro, la presenza dell’idea di paesaggio, che nasceva dagli orizzonti della Puglia dov’era nato e cresciuto ma anche, spiega il figlio, «da quelli della Sardegna, dove aveva voluto una casa immersa in ettari di campagna. E “Paesaggi” aveva intitolato i lavori, con inclusioni di vetri, ossidi di ferro e altri materiali, che presentò nel 1977 a Newport Harbour, in California (nello studio ce n’è un bellissimo esempio, ripreso da Spagnulo negli anni 2000, Ndr). Queste forme in ferro hanno un diretto contatto con la natura eppure Vittorio Gregotti, con una scelta coraggiosa, volle lui per uno spazio urbano come la piazza milanese di fronte al Teatro degli Arcimboldi. E Pino Spagnulo creò una delle sue “Scogliere” fatte di colossali blocchi di ferro spaccati e corrosi».

Non meno possenti e primordiali sono le terrecotte, che con i ferri condividono l’identica sfida alla materia e l’identico rifiuto di ogni estetismo, ma impressionanti (e molto meno conosciute) sono anche le grandi, bellissime carte, nelle quali Spagnulo trovava uno spazio di libertà: «Libertà e velocità, puntualizza Andrea Spagnulo, e quell’immediatezza che la scultura gli negava. Anche qui c’è grande intensità: non violenza ma forza, oltre all’uso di una tecnica da alchimista, perché si creava da sé i materiali, servendosi di carboncino, ossido di ferro, colla e sabbia vulcanica: quando ero molto piccolo andavamo in vacanza a Stromboli e prendevamo della sabbia dalla spiaggia (allora era consentito), che poi lui usava nei suoi dipinti». Spesso, poi, sovrapponeva più carte, che piegava e corrugava, con un effetto tridimensionale che accentua la matericità delle opere, quasi sculture anch’esse.

All’archiviazione dei suoi lavori (di cui non si occupò mai), sta provvedendo dal 2022 l’Associazione Archivio Giuseppe Spagnulo, in vista della redazione del Catalogo ragionato dell’intera opera, curato da Bruno Corà, compagno di strada di tanti anni di Pino Spagnulo. Un lavoro non facile, da detective, con tante sue opere conservate in collezioni del mondo, che vanno visionate prima di essere accolte nel catalogo, il cui comitato scientifico, accanto a Corà, ad Andrea Spagnulo e a Ilaria Porotto, vede la presenza di Massimo Di Carlo (Galleria dello Scudo, Verona), e di Ernesto Gisondi (Progettoarte Elm, Milano). 

Ada Masoero, 19 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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