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Flavia Foradini
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Ogni anno il Museo di Storia Naturale di Vienna compie campagne di scavi in vari siti sul territorio nazionale, alla ricerca di reperti che risalgono alla preistoria. Quelli sopra al piccolo borgo di Hallstatt, fra le montagne dell’Alta Austria, sia dentro la miniera di salgemma in funzione da millenni, sia nell’antistante necropoli, consentono sempre nuove scoperte, databili in particolare all’Età del Bronzo e all’Età del Ferro.
Un settore particolarmente importante è quello che studia i frammenti tessili, che grazie alla salinità, ma anche a temperatura e umidità costanti dentro la montagna, si sono conservati fino ad oggi: «La morfologia del luogo ci regala manufatti che non si trovano in nessun altro sito dell’Europa Centrale e datano in particolare dal XIII al VI secolo a.C., un arco di tempo in cui possiamo identificare un deciso sviluppo dell’arte tessile, dalle forme molto semplici dell’Età del Bronzo al boom di creatività che si esprime anche nelle tinte delle stoffe nel periodo della cosiddetta “Cultura di Hallstatt”», ci dice Karina Grömer, responsabile del dipartimento che si occupa di stoffe preistoriche. «Abbiamo frammenti tinti di blu, rosso, giallo e abbiamo appurato che venivano utilizzati anche pigmenti esotici, importati da Paesi lontani».
Nel complesso processo di riproduzione dei tessuti con metodi odierni, Grömer ricorre anche volentieri a una comunità internazionale di appassionati di tessitura: «Ne abbiamo in Europa, America, Australia, Nuova Zelanda, e li contattiamo via internet, fornendo immagini e chiedendo di pensare a come un certo manufatto possa essere stato tessuto in origine: spesso si tratta di tecniche che oggi non sono più di uso comune. Per esempio le bordure, i nastri, le passamanerie, sono davvero complessi da tessere. E però ci sono molte persone interessate a capire. E noi traiamo vantaggio da questa “saggezza della folla”, e arriviamo spesso a esiti significativi».
Particolarmente fruttuoso nella collaborazione da parte della Citizen Science è stato il periodo della pandemia: «La gente era obbligata a stare a casa, aveva tempo, e succedeva che già il giorno dopo che avevo pubblicato un’immagine arrivassero delle proposte di soluzioni. È strano dirlo, ma da questo punto di vista il Covid-19 ha favorito la creatività». Importante è anche comprendere le modalità di produzione dei nostri antenati: «Con quali attrezzi? Con quali e quanti materiali? E quanto era il tempo necessario a filare, e quanto poi a tessere un certo manufatto? E così arrivi a capire per esempio che se per ottenere 60 metri di filo, con un certo fuso a mano ci vuole un’ora e se una certa stoffa contiene 10 km di filo, ci vuole un bel po’ di tempo per produrre qualcosa di finito, siamo nell’ordine di mesi. Se poi prima di tessere tingi i fili, ci vuole ancora più tempo, per cui per l’élite sociale c’erano i professionisti, perché se si trattava d’indumenti laboriosi, non li si poteva creare nell’ambito della normale routine domestica. Comunque, mediamente nella preistoria non c’era il problema di cosa decidere di mettersi addosso: non avevano armadi con magari un centinaio di abiti». Soprattutto nell’Età del Ferro i tessuti presentano una grande varietà: «Abbiamo stoffe a righe o a quadretti nei più svariati colori, e per le bordure o i nastri abbiamo meandri, triangoli o quadrati. Constatiamo anche le differenze nell’abbigliamento maschile e femminile e negli accessori, nelle scarpe, nelle cinture, nei copricapo, nei monili e nei gioielli, e vediamo la loro evoluzione. Si comprendono anche dettagli interessanti: come venivano realizzate le scollature, le maniche, e come le varie parti di un abito venivano collegate o cucite tra loro, o quanto lunghi erano i vari tipi di abiti». Grömer è tuttavia cauta nell’uso del termine «moda»: «Si può certo parlare di una sorta di moda, ma l’accezione che usiamo noi oggi rimanda a qualcosa di effimero, di mutevole. E a quel tempo il cambiamento non era così veloce, non c’era una collezione diversa a ogni stagione. Per esempio nelle fibule e nei bracciali, nei monili, si notano cambiamenti nell’arco di una generazione, con la comparsa di un nuovo modello, o di un’altra forma, o di una diversa combinazione di materiali. Potremmo chiamarli trend». Un ulteriore aspetto dei materiali ritrovati è il loro riutilizzo: «Facendo un altro confronto con il nostro oggi, va detto che la maggior parte dei frammenti di tessuto li abbiamo trovati dentro la miniera, perché lì venivano portati quando un indumento non veniva più usato come tale e veniva riutilizzato per gli usi più disparati, per esempio per ricavarne strisce, magari da annodare fra loro. Era un modo sostenibile di usare le risorse».
Flavia Foradini
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