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Giovanni Pellinghelli del Monticello
Leggi i suoi articoliAprirà nella primavera del 2027 il Dipartimento delle Arti di Bisanzio e dei Cristiani d’Oriente del Louvre, la cui realizzazione, annunciata a metà settembre 2021, è partita nel 2022: la direttrice Laurence des Cars ha più volte sottolineato che le opere che costituiranno il nuovo Dipartimento (curatore Maximilien Durand) perlopiù sono già presenti nel complesso museale, ma in sezioni diverse, e che una vasta campagna di acquisizioni è in atto. La riunione in uno spazio organico e organizzato valorizzerà perciò le specificità artistiche, storiche ed etnoculturali di epoche, civiltà e territori assai vasti, nate dall’incontro della koinè cristiano bizantina con le variegate identità regionali ed etnografiche di quello che fino al 29 maggio 1453 rimase ufficialmente l’Impero Romano d’Oriente: dall’Anatolia all’Etiopia, dall’Armenia al Mar Nero, dal Corno d’Oro a Gerusalemme, dalla Siria ai Regni Crociati e oltre, fino ai Variaghi della Rus’ (Russia ed Ucraina) in contatto e conflitto con Bisanzio fin dall’820.
Focus scientifico e dialettico del nuovo Dipartimento saranno le arti di matrice bizantina nel contesto spazio-temporale delle varie comunità cristiane greche, slave e del Mediterraneo orientale così da finalmente sovvertire la penalizzazione di Bisanzio avviata dall’Illuminismo, che ne vide solo la struttura socio-politica oscurantista, teocratica, totalitaria, trascurandone però i positivi aspetti creativi d’influenze reciproche fra etnie e culture. Colpo d’ala alla creazione del nuovo settore (e sua futura «pièce de résistance») è stata l’acquisizione, perfezionata a fine febbraio 2025, dell’eccezionale Collezione Abou Adal: 272 icone cristiane orientali, raccolte dai libanesi Georges Abou Adal (1920-2001) e dal figlio Freddy (1953), magnati della distribuzione nel mondo arabo di beni di lusso così amati dalla ricchezza islamica. Da qui l’illimitata capacità di acquisizione di pezzi che spaziano dal XV secolo all’inizio del Novecento con sfaccettata provenienza etnogeografica (come l’Impero Bizantino a cui risalgono le più antiche): Grecia, Balcani, Transilvania, Valacchia (nello stile «Brâncoveanu» dal nome del voivoda Constantin II, 1654-1714, regnante dal 1688), Moscovia e Levante con specifiche cretesi, macedoni, di Mosca e Novgorod, serbe, levantine e fino alle rarissime icone melchite, prodotte ad Aleppo e nei domini del Patriarcato Greco Ortodosso di Antiochia all’epoca della Rinascenza arabizzante nel XVII secolo.
Ne'meh al-Musawwir, attr., «L’Archangelo Michele», inizio XVIII secolo. © Musée du Louvre, Dist. GrandPalaisRmn/ Julien Vidal
Ne'meh al-Musawwir, «San Giorgio e scene della sua vita», 1666. © Musée du Louvre, Dist. GrandPalaisRmn/ Julien Vidal
Propriamente Patriarcato di Antiochia e di tutto l’Oriente per il Rum ortodosso, chiesa autocefala all’interno della più ampia fratellanza del Cristianesimo ortodosso orientale e che si considera l’erede della primigenia comunità fondata ad Antiochia dagli apostoli Pietro e Paolo, i cristiani antiocheni con i copti d’Egitto e i maroniti del Libano (a cui appartiene la famiglia Abou Adal) sono le tre maggiori confessioni cristiane del Medio Oriente. Vale rimarcare come nella denominazione ecclesiale del Patriarcato di Antiochia appaia l’emozionante termine «Rum», derivato dal greco bizantino Rhomaioi=Romei=Romani, endonimo degli abitanti di Balcani, Anatolia, Siria e Vicino Oriente all’epoca del preislamico splendore di Bisanzio imperiale. Molte le opere di artisti della Scuola cretese (fiorente sotto il dominio veneziano a partire dal tardo Medioevo con culmine dopo la caduta di Costantinopoli e centro alla pittura greca nei secoli XV-XVII): da Michaél Damaskinos (1533ca.-93), Teophanes Strelitzas (1490-1559), Georgios Klontzas (1535-1608) noto a Venezia come Zorzi Cloza dito Cristianopullo (influenzato dalla pittura veneziana, da Gentile da Fabriano e perfino da Michelangelo), artista fra i più influenti dell’Età postbizantina, autore di icone, miniature, trittici e manoscritti miniati, commissionati da mecenati cattolici e ortodossi; fino a Ioannis Kornaros (1745-1821), di origini chiaramente veneziane (data l’omonimia con i patrizi Cornaro e l’ultima regina di Cipro Caterina) e solo pittore di vaglia rimasto a Creta dopo la diaspora artistica per l’annessione all’Impero Ottomano (1669, completa 1715) e il trasferimento nelle sette Isole Jonie (Scuola eptanese), considerato il massimo artista greco tra Sette e Ottocento per la sua fusione autografa dell’antica matrice veneziana e bizantina con la Scuola del Rinascimento cretese e la Scuola eptanese. Di alcune icone spicca anche l’iconografia rara: la «Divina Liturgia» o i «Simboli dell’Eucarestia» e la «Festa dell’Ortodossia», temi risalenti al rilancio della pittura bizantina seguito alla fine dell’iconoclastia (decisa a metà IX secolo dal Basileus dei Romei Michele I Rangabe).
La sezione bizantino-orientale si dislocherà nell’Ala Denon (dove figurano «La Gioconda» e «La Vergine delle Rocce» di Leonardo o «La Morte della Vergine» di Caravaggio) e, come ha spiegato Maximilien Durand, l’acquisizione della Collezione Abou Adal (esposta in due sole occasioni: nel 1993 al Musée Carnavalet, poi nel 1997 al Musée d’Art et d’Histoire a Ginevra per la mostra voluta da Freddy Abou Adal) arricchirà l’opportunità del Louvre a un racconto «diverso» degli scambi artistici, culturali e religiosi fra Occidente e Oriente europeo, riflettendo le opere non solo la devozione religiosa ma anche l’evoluzione etnica ed estetica delle sue tradizioni culturali e liturgiche.
A completare l’eccellenza di questo nuovo e nono Dipartimento, grazie alla donazione ad hoc di 4 milioni di euro dalla Société des Amis du Louvre, il museo ha acquisito nel 2025 (per 2,2 milioni di euro dalla galleria newyorkese À la Vieille Russie) il Trittico imperiale (25,6x32,4 cm) di Fabergé (orafo Mikhail Evlampevič Perkhin, 1860-1903). Dono nel 1895 alla famiglia imperiale per la nascita di Olga, primogenita di Nicola II e Aleksandra Fëdorovna, realizzato in betulla della Carelia con montatura in vermeil e smalti e smeraldi, rubini, zaffiri e perle, il Trittico raffigura nel pannello centrale i santi eponimi della famiglia Romanov (Nicola, Alessandra e Olga) accanto ai quattro Evangelisti (ai quali era equiparata Olga, Madre della Chiesa russa) e Serafini sulle ante. Di ovvia ispirazione Art Nouveau (come il simile Trittico di Fabergé del 1894 per il matrimonio di Nicola II e di Aleksandra, conservato all’Ermitage di San Pietroburgo) ed esposto nel 1977 al Victoria & Albert Museum, si affianca all’altro Trittico imperiale creazione della meno nota Maison Olovianičnikov (attiva 1853-1918) e acquisito dal Louvre nel 2022.
L’inizio del percorso bizantino al Louvre. © Why-Bgc
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