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Amélie Bernard
Leggi i suoi articoliPoco prima dell'inizio del Mondiale Michael Olise ha cancellato l'intero archivio del proprio profilo Instagram. Nessuna fotografia del passato, nessun ricordo, nessuna cronologia della carriera. Al loro posto è comparsa una sequenza di immagini accomunate da un linguaggio visivo rigoroso e immediatamente riconoscibile. Non sono fotografie scattate a bordo campo. Non sono immagini ufficiali diffuse dalla federazione francese o dai fotografi accreditati. Sono fotografie realizzate davanti a un televisore domestico. Lo schermo diventa il soggetto dell'immagine: compaiono le linee di scansione, le leggere deformazioni del tubo catodico, i riflessi della stanza, la perdita di definizione, i colori attenuati e quella grana che appartiene più alla memoria che alla cronaca.
Dietro questo progetto c'è Lukas Korschan, fotografo e artista tedesco che vive tra Berlino e Amsterdam. È lui l'autore delle immagini che stanno ridefinendo l'identità visiva del centrocampista francese del Bayern Monaco. Il risultato è sorprendente: dall'inizio del Mondiale il profilo di Olise ha superato il milione di nuovi follower, dimostrando come una precisa scelta estetica possa diventare uno straordinario strumento di costruzione dell'immagine pubblica. Ma il dato numerico racconta soltanto una parte della storia.
La vera novità riguarda il linguaggio. Negli ultimi quindici anni Instagram ha imposto un'estetica fondata sulla massima definizione, sulla perfezione tecnica e sulla continua ricerca della nitidezza. Olise e Korschan percorrono la strada opposta. La fotografia rinuncia deliberatamente alla qualità tecnica per recuperare qualcosa di più difficile da ottenere: la sensazione del ricordo. L'immagine non documenta soltanto una partita. Documenta il modo in cui quella partita viene guardata. È una distinzione sottile ma decisiva.
Lo spettatore non osserva semplicemente Olise in campo. Si ritrova nella posizione di chi assiste alla partita dal divano di casa. La televisione diventa una cornice narrativa e trasforma ogni fotografia in una memoria condivisa, quasi familiare. Il calcio torna a essere un'esperienza domestica, prima ancora che uno spettacolo globale. Dal punto di vista della cultura visiva, questa scelta si inserisce in una tradizione ben più ampia. Già alla fine degli anni Sessanta Nam June Paik aveva trasformato il televisore in materiale artistico, facendo dello schermo uno spazio di sperimentazione e non un semplice dispositivo di trasmissione. Poco dopo Wolf Vostell avrebbe incorporato monitor televisivi nelle proprie installazioni, mentre artisti come Richard Prince, Thomas Ruff e Hito Steyerl hanno costruito gran parte della loro ricerca sulla circolazione, la degradazione e la riproduzione delle immagini.
Nel celebre saggio In Defense of the Poor Image, Steyerl descrive la "poor image" come un'immagine compressa, imperfetta, continuamente ricopiata, capace proprio per questo di raccontare il nostro tempo meglio della fotografia impeccabile. L'immagine perde qualità tecnica ma acquista storia, movimento e memoria. Il progetto di Olise sembra muoversi inconsapevolmente nella stessa direzione.
La bassa definizione diventa una scelta estetica. L'errore diventa stile. L'imperfezione diventa autenticità. Non è un caso isolato. Negli ultimi anni il ritorno dell'analogico attraversa moda, fotografia, cinema e musica. Sono tornate le videocamere MiniDV, le fotografie scattate con vecchie compatte digitali, le VHS, le Polaroid e perfino il fascino del tubo catodico. Una generazione cresciuta nell'alta definizione guarda oggi con nostalgia a tecnologie che spesso non ha nemmeno conosciuto direttamente. Olise, nato nel 2001, appartiene pienamente a questa cultura. La sua non è una nostalgia autobiografica ma una nostalgia estetica, costruita attraverso immagini che evocano un passato collettivo più che personale.
Anche il ruolo di Lukas Korschan merita attenzione. Più che documentare il calciatore, il fotografo costruisce un'identità visiva coerente. Il profilo Instagram smette di essere un diario personale e assume la forma di un progetto curatoriale. Ogni immagine dialoga con la precedente, ogni pubblicazione contribuisce a definire un linguaggio riconoscibile, proprio come avviene nella pratica di molti artisti contemporanei. In questo senso il social network diventa uno spazio espositivo. Il feed assume la struttura di una mostra. La sequenza delle immagini conta quanto le singole fotografie.
È una logica distante da quella della comunicazione sportiva tradizionale, dominata dall'immediatezza, dalla celebrazione della prestazione e dall'iperproduzione di contenuti. La scelta di Olise racconta anche una trasformazione più ampia. Gli atleti contemporanei non costruiscono più soltanto un brand personale. Sempre più spesso costruiscono un immaginario. L'estetica diventa parte integrante della loro identità pubblica tanto quanto le prestazioni sportive. Michael Olise sceglie invece di mostrarsi attraverso il dispositivo tecnologicamente più imperfetto possibile: uno schermo fotografato da un altro schermo. Perché l'immagine più memorabile non è necessariamente quella più nitida, ma -spesso- quella che riesce a somigliare a un ricordo.
Lukas Korschan e Michael Olise
Lukas Korschan e Michael Olise
Amélie Bernard
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