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Courtesy of Art Basel

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Identikit del nuovo collezionista d'arte tra grandi patrimoni, gallerie e intelligenza artificiale

Il nuovo rapporto Art Basel-UBS, curato da Clare McAndrew, analizza le abitudini di 3.100 collezionisti facoltosi in dieci mercati internazionali. La Gen Z registra la spesa media più elevata, ma la pittura resta il principale punto d'ingresso nel collezionismo, le gallerie conservano un ruolo centrale e la famiglia continua a essere determinante. Intanto crescono gli acquisti diretti dagli artisti, la ricerca autonoma e il ricorso all'intelligenza artificiale.

Amélie Bernard

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La generazione più giovane spende più delle altre, la pittura continua a essere la categoria preferita per iniziare una collezione e le gallerie rimangono il principale riferimento commerciale. Ma i compratori sono sempre più autonomi, utilizzano l'intelligenza artificiale per informarsi e, contrariamente all'immagine del collezionista che cerca visibilità pubblica, preferiscono spesso mantenere riservata la proprietà delle proprie opere. È il ritratto del mercato che emerge dal nuovo «Art Basel and UBS Survey of Global Collecting 2026», l'indagine realizzata dall'economista Clare McAndrew, fondatrice di Arts Economics, sulle abitudini di 3.100 collezionisti ad alto patrimonio (high-net-worth individuals, HNWI) in dieci mercati internazionali: Stati Uniti, Regno Unito, Cina continentale, Hong Kong, Francia, Australia, Germania, Giappone, Brasile e Singapore.

Il rapporto, che prende in esame i comportamenti di acquisto del 2025 e della prima metà del 2026, restituisce un quadro nel quale il ricambio generazionale convive con la persistenza di modelli consolidati. Nel 2025 la spesa media per le belle arti degli intervistati ha raggiunto 124.265 dollari, il 13% in più rispetto al 2024. A distinguersi è soprattutto la Generazione Z, con una spesa media di 347.460 dollari, superiore di oltre il doppio a quella di qualsiasi altra generazione considerata. Un risultato che si conferma anche nei primi sei mesi del 2026 e che segnala il peso crescente dei giovani all'interno del collezionismo di fascia alta. Il dato va tuttavia circoscritto al campione analizzato, composto esclusivamente da persone facoltose, e non può essere esteso all'insieme dei giovani acquirenti d'arte.

La crescita della spesa media non significa, peraltro, che il mercato sia dominato da transazioni milionarie. Soltanto l'1% degli intervistati ha acquistato un'opera di valore superiore al milione di dollari nel periodo considerato, anche se quasi la metà di questi compratori appartiene alla Gen Z. La maggior parte degli acquisti si concentra su importi decisamente inferiori: nei primi sei mesi del 2026, il 77% del campione ha speso complessivamente meno di 50mila dollari in belle arti e l'84% meno di 100mila. La capacità di spesa appare dunque fortemente differenziata anche all'interno dei grandi patrimoni, con una minoranza responsabile degli acquisti più importanti e una base molto più ampia di collezionisti attivi nelle fasce di prezzo inferiori.

Ma che cosa comprano e, soprattutto, come iniziano a collezionare? Per la prima volta, il rapporto Art Basel-UBS approfondisce le circostanze che hanno portato gli intervistati a costruire le proprie raccolte. La pittura rimane il principale punto d'ingresso, indicata dal 43% dei collezionisti tra le prime tre categorie acquistate, seguita dalla scultura (25%), dalla fotografia (17%), dalle opere su carta (15%) e dall'arte digitale (15%). Considerando anche gli altri oggetti da collezione, l'antiquariato raggiunge il 26%, davanti alle arti decorative (19%) e ai gioielli e alle gemme (17%). Nonostante l'espansione dei collectibles e delle piattaforme digitali, i linguaggi artistici tradizionali conservano quindi una posizione centrale nella formazione delle collezioni.

Ancora più significativo è il ruolo delle relazioni personali. L'influenza familiare rappresenta il principale fattore di avvicinamento al collezionismo, citato dal 28% degli intervistati e dal 40% degli appartenenti alla Gen Z. Può trattarsi della presenza di una raccolta in famiglia oppure dell'incoraggiamento ricevuto da un parente. Seguono la frequentazione di musei, gallerie e fiere (22%), l'interesse finanziario (14%), gli amici e le reti personali (13%), la scoperta online (13%) e le esperienze di studio o lavoro (10%). Il risultato ridimensiona l'idea che le nuove generazioni entrino nel mercato principalmente attraverso i social network. La formazione del gusto e la familiarità con l'arte continuano a dipendere in misura rilevante dal contesto familiare e dall'accesso alle istituzioni culturali, confermando il peso della trasmissione del capitale economico e culturale.

Anche sul piano commerciale, il cambiamento dei comportamenti non ha cancellato il ruolo degli intermediari tradizionali. L'87% dei collezionisti ha acquistato attraverso un dealer, direttamente oppure in fiera, nell'ultimo anno; il 75% ha comprato direttamente da un mercante e il 62% in una fiera d'arte. Considerando il valore delle transazioni, le vendite dei dealer rappresentano il 42% della spesa complessiva, incluse quelle effettuate durante le fiere. I mercanti rimangono inoltre il canale preferito dal 29% degli intervistati, davanti agli acquisti diretti dagli artisti (19%) e alle fiere (16%).

È proprio il rapporto diretto con gli artisti, tuttavia, a registrare una delle trasformazioni più evidenti. Il 69% degli intervistati dichiara di aver acquistato direttamente da un artista nel 2025 o nella prima metà del 2026, una quota aumentata di sei punti percentuali rispetto alla precedente rilevazione e più che raddoppiata rispetto al 2024. Il dato non implica necessariamente un indebolimento delle gallerie, poiché gli stessi collezionisti utilizzano contemporaneamente più canali. Indica piuttosto una maggiore articolazione delle relazioni commerciali, nella quale il contatto diretto con gli artisti si affianca al lavoro dei mercanti e delle fiere. Anche quando l'intermediazione rimane centrale, del resto, la transazione non richiede più necessariamente la presenza fisica: tra coloro che preferiscono acquistare attraverso un dealer, circa due terzi prediligono siti web, telefono, email o Instagram rispetto alla visita in galleria.

A modificarsi è soprattutto il processo che precede l'acquisto. Il collezionista del 2026 appare più informato e meno disposto ad affidarsi esclusivamente al giudizio degli specialisti. Il 72% degli intervistati dichiara di svolgere ricerche autonome di una certa consistenza prima di comprare un'opera, contro il 62% del 2025; tra i collezionisti della Gen Z la percentuale raggiunge l'80%. Le figure professionali mantengono comunque un ruolo importante: gli esperti delle case d'asta sono consultati dal 31% del campione, gli art advisor dal 30%, gli artisti dal 29% e i dealer dal 27%. Il cambiamento riguarda quindi meno la scomparsa degli intermediari che la possibilità, per i compratori, di confrontare informazioni e valutazioni provenienti da fonti differenti.

In questo contesto si inserisce la crescita degli strumenti digitali. Il 58% degli intervistati utilizza risorse online per ottenere informazioni e consigli sul collezionismo; il 27% consulta pubblicazioni e stampa digitale, mentre il 32% indica Instagram o X tra le proprie fonti. Particolarmente rapido è l'aumento del ricorso all'intelligenza artificiale, utilizzata attraverso applicazioni e altri strumenti dal 22% del campione, contro appena il 4% del 2024. Il 67% degli intervistati considera positivo il suo potenziale nella scoperta di artisti e opere, il 66% nella personalizzazione dei consigli, il 65% nella verifica di provenienza e autenticità e il 64% nell'analisi dei prezzi e delle valutazioni. Percentuali che misurano soprattutto aspettative e percezioni, senza dimostrare l'effettiva affidabilità di queste applicazioni, ma che indicano quanto rapidamente l'AI stia entrando nell'orizzonte decisionale dei compratori.

La maggiore autonomia non coincide necessariamente con una maggiore disponibilità a esporsi pubblicamente. Anzi, uno degli aspetti più interessanti dell'indagine riguarda la riservatezza. Il 64% dei collezionisti preferisce mantenere privata la proprietà delle opere, limitandone la conoscenza alla famiglia o a una cerchia ristretta, mentre soltanto il 10% desidera un ampio riconoscimento pubblico. La Gen Z risulta la generazione più attenta alla privacy: il 39% limita l'accesso fisico alle proprie collezioni alle persone più vicine, il 36% restringe la condivisione online a gruppi privati e il 42% privilegia forme di condivisione riservate o su invito. La stessa tendenza emerge nei rapporti con le istituzioni museali. Tra coloro che prestano opere ai musei, il 30% preferisce l'anonimato completo e il 47% un riconoscimento discreto; soltanto il 17% desidera una piena visibilità pubblica.

Il rapporto suggerisce quindi una trasformazione delle forme attraverso cui il possesso di un'opera produce riconoscimento sociale. L'esclusività non scompare, ma tende a esprimersi attraverso reti selezionate, accessi limitati e relazioni personali. Non sorprende, in questo quadro, che per il 43% degli intervistati l'aspetto più importante della proprietà artistica sia l'unicità o la rarità dell'opera. Tra i collezionisti della Gen Z la percentuale sale al 48%, contro il 38% dei baby boomer. Provenienza, originalità e possibilità di possedere qualcosa di difficilmente accessibile assumono così un peso rilevante, accanto al riconoscimento degli esperti e all'apprezzamento all'interno delle comunità di collezionisti.

Un altro elemento riguarda la crescente diversificazione degli acquisti. Nel 2026 le belle arti rappresentano il 33% della spesa complessiva del campione tra arte e collectibles; insieme alle arti decorative raggiungono il 55%, contro il 49% del 2025. Il restante 45% si distribuisce tra altre categorie, tra cui antiquariato (9%), gioielli e gemme (8%) e design (6%). Gen Z e baby boomer risultano i gruppi più attivi nella diversificazione: rispettivamente il 42% e il 39% hanno acquistato almeno altre due categorie di collectibles oltre alle belle arti, contro il 22% dei millennial e il 23% della Gen X. Le raccolte tendono dunque a comprendere oggetti di natura diversa, ampliando i confini tradizionali del collezionismo artistico.

Accanto alla dimensione culturale, cresce infine l'attenzione al ruolo delle opere nella gestione patrimoniale. Il 19% degli intervistati prevede di utilizzare l'arte come garanzia per ottenere prestiti nei successivi dodici mesi, una quota che raggiunge il 30% negli Stati Uniti. Circa un quinto del campione ha già ottenuto finanziamenti garantiti da opere, percentuale che sale al 45% tra i collezionisti statunitensi. Tra chi ha fatto ricorso a questi strumenti, il 53% ha utilizzato i fondi per acquistare altra arte, il 50% per sostenere costi legati al collezionismo, come imposte e conservazione, e il 48% per esigenze imprenditoriali o di investimento. Il patrimonio artistico viene quindi considerato anche come una risorsa finanziaria utilizzabile, pur all'interno di un mercato nel quale permangono problemi di liquidità, valutazione e trasparenza.

Le aspettative per il futuro restano complessivamente positive: il 57% degli intervistati prevede una crescita del mercato delle belle arti per il resto del 2026, il 58% nei successivi dodici mesi e il 60% in un orizzonte decennale. Le principali preoccupazioni riguardano invece la trasparenza dei prezzi e la sicurezza dei dati personali, finanziari e relativi alle collezioni. Il profilo che emerge dal rapporto Art Basel-UBS è dunque più complesso di quello di un compratore giovane, digitale e interessato soprattutto all'investimento. Le nuove generazioni acquisiscono un peso crescente nella fascia dei grandi patrimoni, ma continuano a privilegiare linguaggi tradizionali come la pittura e ad avvicinarsi al mercato attraverso la famiglia. Le gallerie conservano una posizione centrale, mentre si moltiplicano i canali di acquisto e le fonti di informazione. L'intelligenza artificiale comincia a intervenire nelle decisioni, senza sostituire il ruolo delle relazioni personali e delle competenze professionali.

Il cambiamento più profondo riguarda il rapporto tra informazione, autonomia e fiducia. Il collezionista contemporaneo dispone di più strumenti per conoscere gli artisti, confrontare le opere e valutare le opportunità, ma continua a muoversi all'interno di reti culturali, sociali ed economiche che influenzano le sue scelte. Per gallerie, case d'asta, advisor e istituzioni, comprendere chi compra arte nel 2026 significa quindi interrogarsi su come si forma la domanda, quali relazioni orientano gli acquisti e quale ruolo potranno avere gli intermediari in un mercato popolato da compratori sempre più informati, selettivi e attenti alla propria riservatezza.

 

Amélie Bernard, 09 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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