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Jenny Dogliani
Leggi i suoi articoliFigura centrale della scena italiana con una galleria che da Napoli dialoga stabilmente con il contesto internazionale, Alfonso Artiaco ha costruito negli anni un programma coerente, capace di tenere insieme rigore curatoriale e apertura sperimentale. In questa conversazione, in vista della 30ma edizione di Miart, riflette sul tema dell’improvvisazione come necessità operativa, sul ruolo strategico delle fiere per una galleria con vocazione internazionale e sul rapporto con Milano, città–snodo in cui collezionismo, moda, design e istituzioni culturali si intrecciano in un ecosistema unico
Achille Perilli in galleria
Il tema della trentesima edizione di miart è New Directions, un concetto che richiama il jazz e l’idea di variazione sul tema attraverso l’improvvisazione. Nel suo percorso di gallerista si è mai trovato in una situazione in cui ha dovuto contare sulla vostra capacità di improvvisazione?
Cerco sempre di avere tutto abbastanza chiaro e definito prima di procedere, ma a volte le circostanze ti obbligano all’improvvisazione. È capitato e devo dire che, in qualche modo, ho anche avuto una certa abilità di buona improvvisazione. In galleria, a volte, ci siamo trovati con produzioni non consegnate nei tempi previsti e quindi senza opere importanti sulle quali si faceva affidamento. Allora abbiamo dovuto lavorare con l’artista a una sostituzione adeguata. Una volta invece, per un errore del corriere, non arrivava il nostro trasporto da Napoli per Basilea. Anche lì dovemmo improvvisare una squadra per l’allestimento. Il trasporto, previsto per il sabato, arrivò solo il lunedì sera. Il martedì si inaugurava a Basilea, così montammo tutto nella notte tra lunedì e martedì per essere pronti all’apertura. Alcune volte le circostanze ti obbligano a improvvisare.
Le fiere d’arte giocano un ruolo significativo per le gallerie. Qual è l’obiettivo di esporre a una fiera internazionale come miart?
Le fiere siano il luogo dove puoi raggiungere un pubblico che solitamente non frequenta la tua galleria, interpreto la fiera come una sorta di presentazione, un riassunto di ciò che produci e del lavoro che fai in galleria. Noi siamo una galleria che lavora su uno scenario internazionale e se operi in una città che non ha passaggio un pubblico internazionale, le fiere ti aiutano a raggiungerlo.
Con quali artisti, tipologie di opere e concept curatoriale partecipa a miart?
Presentiamo le ultime cose che abbiamo fatto in galleria. Spesso, nel passato, a Milano abbiamo fatto delle personali: Darren Almond, Veronica Janssens, Tursic & Mille, Pove. Quest’anno porteremo un po’ dei lavori delle ultime mostre, tra cui quella di Achille Perilli, che si sta chiudendo proprio oggi.
Milano è ricca di musei e gallerie, ma è anche la città della moda e del design. Quanto questo ecosistema così ibrido ha influenzato la sua scelta di partecipare?
Devo dire che non ho pensato a questo. Ho pensato più al collezionismo milanese, al pubblico milanese, che chiaramente è fatto anche di questi mondi – il design, la moda –mondi molto importanti che spesso comunicano tra loro. Non ho partecipato per questo, ma certamente è un momento in cui si possono raggiungere persone che hanno ruoli importanti nel campo, per esempio, della moda. Ci sono tanti attori interessanti sulla scena milanese: fondazioni, collezionisti, imprenditori. Milano è una città europea molto ben strutturata e quindi ha senso partecipare.
Jenny Dogliani
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