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Jenny Dogliani
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L’Italia è uno dei Paesi più fotografati al mondo. Eppure, nonostante i grandi nomi che hanno segnato il Novecento, la fotografia italiana contemporanea fatica ancora a essere riconosciuta nella scena internazionale. Una distanza che Renata Ferri ha scelto di interrogare attraverso Peninsula, la committenza nell’ambito di Cortona On The Move, realizzata in partnership con Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia e Fondazione CR Firenze. «Un festival deve produrre contenuti originali», spiega Ferri, illustrando la scelta di affidare una committenza a dieci autori italiani per entrare nel vivo delle loro ricerche, sostenendo percorsi già avviati o aprendo nuove direzioni e traiettorie di racconto del Paese, sfociate in dieci progetti, in parte inediti, i cui esiti popoleranno gli spazi della Fortezza del Girifalco a Cortona, recentemente recuperata grazie al sostegno di Intesa Sanpaolo.
Presentato in anteprima alle Gallerie d’Italia di Torino, il progetto sarà uno dei nuclei portanti della sedicesima edizione del festival internazionale di fotografia, intitolata Beautiful Country, visibile dal 16 luglio all’1 novembre 2026. Gli autori coinvolti sono Arianna Arcara, Fabio Barile, Marina Caneve, Federico Clavarino, Matteo De Mayda, Giorgio Di Noto, Alessandro Imbriaco, Rachele Maistrello, Giulia Parlato e Giovanna Silva. Cinque artiste e cinque artisti chiamati a misurarsi con un Paese che la fotografia ha costruito e trasformato nell’immaginario collettivo. Un confronto che parte inevitabilmente dall’eredità di Viaggio in Italia, il progetto con cui nel 1984 Luigi Ghirri cambiò il modo di osservare il paesaggio italiano, sostituendo alla veduta monumentale un’indagine sui luoghi ordinari, sulle periferie, sulle tracce dell’abitare. Una sensibilità vicina anche allo sguardo di Gianni Celati, che con Ghirri ha attraversato la pianura padana raccontando luoghi quotidiani e marginali, facendo del paesaggio un archivio di trasformazioni e presenze umane.
© Marina Caneve
Alla Fortezza del Girifalco di Cortona, Peninsula diventa così una geografia a più voci.
Giorgio Di Noto con Via terra costruisce un viaggio tra musei e paesaggi del Sud Italia, dalla Campania alla Basilicata, dalla Puglia alla Calabria. Non fotografa solo i luoghi della Magna Grecia, ma anche il modo in cui vengono conservati e raccontati: reperti, depositi, diorami, modelli e ricostruzioni diventano parte di una transizione continua tra il paesaggio reale e la sua rappresentazione.
Nelle città di Giovanna Silva — Milano, Venezia, Torino, Genova e Roma — passato e presente convivono senza pacificazione. Architetture, cantieri, monumenti e nuove costruzioni rivelano crepe e fratture che caratterizzano la storia millenaria di molte città, dove il contemporaneo può essere seducente ma anche straniante, quasi fuori posto.
Rachele Maistrello parte da Marina Romea e da una riflessione cara a Gianni Celati: la distanza tra ciò che chiamiamo reale e ciò che appartiene all’immaginazione è più sottile di quanto pensiamo. Nei luoghi del Deserto rosso di Michelangelo Antonioni, dove il paesaggio diventa anche stato mentale, fotografa minerali ingranditi e ricollocati nello spazio naturale: elementi che compongono il pianeta, il corpo umano, le tecnologie che usiamo e persino la fotografia analogica attraverso l’argento della pellicola.
Alessandro Imbriaco ricomincia invece dal gesto più semplice: prendere una macchina fotografica e guardare il paesaggio dalla terrazza di Atena Lucana, dove vive. Da quell’osservazione nascono studi sulla luce e sulla distanza, ma anche la consapevolezza che uno sguardo dall’alto lascia sempre fuori qualcosa. Scendendo nel paesaggio ritrova ciò che non vedeva più, come i fiori raccolti.
Giulia Parlato esplora un’Italia sotterranea fatta di grotte, bunker, chiese rupestri e cavità vulcaniche. Un paesaggio senza orizzonte, impossibile da cogliere nella sua totalità, dove l’uomo da sempre colloca ciò che vuole nascondere, proteggere o rendere sacro: dalle memorie della guerra ai miti più antichi.
Federico Clavarino costruisce il lavoro intorno all’idea di “verso”, inteso come qualcosa che nasce prima della spiegazione razionale: il suono degli animali, la parola dei poeti, l’espressione che emerge quando entrano in gioco emozione e corpo. Anche le sue fotografie diventano frammenti della penisola, dettagli e presenze difficili da ricondurre a un significato immediato, che trovano nuove relazioni accostandosi tra loro.
Matteo De Mayda racconta una Venezia senza Venezia. Lascia fuori monumenti e vedute per concentrarsi sulla laguna, un paesaggio che sembra naturale ma è stato modificato dall’uomo per secoli: deviazioni dei fiumi, barene artificiali, Mose, isole recuperate dalla comunità, nuove specie animali. Un territorio dove natura e intervento umano continuano a ridefinirsi.
Arianna Arcara, dopo una ricerca cresciuta nell’esperienza del collettivo Cesura e della fotografia di testimonianza, torna alla Sardegna delle proprie origini. Non quella turistica o folclorica, ma la terra della memoria familiare, attraversata dal maestrale, dallo spopolamento e dai cambiamenti delle comunità rurali, incontrata soprattutto attraverso i corpi e le storie delle donne.
Marina Caneve parte dal terremoto del Friuli del 1976, sceglie però di non fotografare le tracce della distruzione, ma di guarda a ciò che il sisma ha prodotto: grotte con sismografi, reti di monitoraggio, strumenti scientifici e tentativi dell’uomo di interpretare una forza che resta imprevedibile. Alla tecnologia affianca l’immaginario ancestrale degli animali capaci, secondo alcune tradizioni e studi, di percepire prima i movimenti della terra.
Fabio Barile porta infine Peninsula verso una riflessione sui confini della fotografia. Parte dalla spedizione scientifica americana lungo il 40º parallelo del 1870 del fotografo Timothy O’Sullivan, per immaginare una nuova esplorazione sui Colli Albani, territorio vulcanico attraversato da stratificazioni geologiche e mitologiche. Dal lago di Nemi al bosco sacro di Diana fino alle antenne di Monte Cavo, fotografie, disegni, acquerelli e appunti diventano strumenti diversi per interrogare il paesaggio.
Ciò che si dispiega nella Fortezza del Girifalco non è un atlante ordinato dell’Italia, ma dieci punti di frizione. «Da tutti i lavori emergono crepe», osserva Ferri. Crepe di un Paese che continua a essere guardato, fotografato e raccontato.
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