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Ugo La Pietra, Milano 2021

© Stefano Ferrante © courtesy Archivio Ugo La Pietra, Milano

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Ugo La Pietra, Milano 2021

© Stefano Ferrante © courtesy Archivio Ugo La Pietra, Milano

Lo sguardo disequilibrante della Fondazione La Rocca cambia la nostra prospettiva

Simone Ciglia, nuovo chief curator, racconta la nuova stagione della Fondazione a Pescara, una ricerca nell’arte contemporanea che va da Ugo La Pietra al collettivo Claire Fontaine

Cecilia Paccagnella

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Questa primavera è sbocciato il nuovo corso della Fondazione La Rocca, tra attività espositive, nuovi progetti e la nomina di Simone Ciglia a Chief Curator. «Sono felice di poter approfondire il dialogo avviato in passato con la Fondazione La Rocca», racconta a Il Giornale dell’Arte. Già curatore della mostra di Matteo Fato (giugno-ottobre 2025), Ciglia è entrato nel nuovo ruolo assieme al format FLR Incontra, uno spazio parallelo di riflessione e ricerca in cui il pubblico è invitato a entrare in relazione diretta con studiosi, autori e artisti. Il primo ciclo di appuntamenti, a cura di Gianni Garrera, riflette sui «Teatri sovrannaturali. Le parodie della Sacra Scrittura» da San Francesco a Leopardi, e proseguirà fino a settembre (26 luglio, 30 agosto e 27 settembre i prossimi incontri). L’11 ottobre, invece, avrà luogo il monologo di Antonio Pascale dal titolo Cose umane, ispirato al suo omonimo romanzo pubblicato da Einaudi (2025). Fino al 3 ottobre è aperta «Ugo La Pietra. Alla finestra», curata da Giacinto di Pietrantonio, per la quale Ciglia ha seguito il public program e la mediazione con il pubblico. «Iniziare la nuova stagione del programma espositivo con la mostra di La Pietra è una felice consonanza che risuona tanto della mia pratica critica e curatoriale quanto della nuova linea programmatica della Fondazione. Un autore che dagli esordi ha sfidato ogni confine disciplinare e specificità di medium. Quest’attitudine costituisce un modello per la mia pratica che percorre le tangenze dell’arte con filosofia, letteratura e gli altri ambiti menzionati». 

Ugo La Pietra (Bussi sul Tirino, 1938) è un autore attivo tra arte, design e riflessione sull’abitare. Nella mostra concepita appositamente per gli spazi della Fondazione sono allestite circa 70 opere, tra acrilici su tela, fotomontaggi, acquerelli su carta, ceramiche e arazzi, per approfondire uno dei nuclei centrali della sua ricerca: il rapporto tra interno ed esterno, pubblico e privato, individuo e ambiente. Come scrive nel catalogo, edito da Allemandi, Di Pietrantonio: «La Pietra fa passare la sua sinestesia dei linguaggi attraverso la finestra che non è più quella ideale albertiana di misura del mondo, ma passaggio tra sé e mondo e dunque non solo uno spazio teorico, ma cornice e confine prospettico, esistenziale aperto».
 

Lei si sente una «finestra» tra Italia e Stati Uniti oppure vede la finestra come uno strumento da utilizzare per creare un ponte tra le due realtà?
Entrambe mi sembrano metafore appropriate per descrivere la relazione fra questi due contesti. Vivo negli Stati Uniti dal 2020 (è Assistant Teaching Professor presso il Dipartimento di Storia dell’Arte e dell’Architettura dell’Università dell’Oregon, Ndr), ma ho mantenuto un forte legame con l’Italia. Vorrei quindi operare come una «finestra» e un «ponte» fra queste due realtà: in entrambe, il mio è uno sguardo «disequilibrante», per citare La Pietra, perché decentrato, consentendo di percepire aspetti talvolta non immediatamente leggibili da una prospettiva interna. Allo stesso tempo, mi piacerebbe portare in ciascuno di questi contesti qualcosa dell’altro. 

Pensa che farà collaborare le due attività?
Insegnamento, ricerca e curatela sono dimensioni che vivono senza soluzione di continuità nella mia pratica: ciascuna offre una diversa modalità di avvicinare ciò che chiamiamo «arte» e ognuna è alimentata dall’apporto dell’altra. L’ideale che guida la mia attività si situa all’intersezione fra teoria e prassi, accademia e curatela. Ciò significa anche attenzione nei confronti della mediazione con diversi tipi di pubblico, dalla didattica all’incontro con realtà associative e una più ampia comunità che negli anni la Fondazione ha saputo costruire grazie a un forte radicamento territoriale. 

Ci può anticipare qualcosa della mostra del collettivo Claire Fontaine, la prima da lei curata per la Fondazione?
«Claire Fontaine. Istruzioni per l’uso» (19 dicembre 2026-marzo 2027, catalogo Allemandi) sarà basata sull’omonimo libro di Anita Chari, tradotto in italiano grazie al sostegno della Fondazione La Rocca. Teorizzando i modi in cui il loro approccio sperimentale può illuminare una pratica «tattile» della teoria critica, la monografia delinea una serie di tecniche e procedure teoriche centrali, tra cui defunzionalizzazione, critica istituzionale, sciopero umano, mimesi, desoggettivazione, détournement, materialismo magico e materialismo femminista. Tali questioni teoriche sono articolate come una mostra-saggio, affiancando estratti del testo critico alle opere.

Che cos’ha in serbo per il futuro della Fondazione?
Il programma espositivo cui sto lavorando vuole sondare la dimensione osmotica delle arti visive con altre discipline attraverso un doppio sguardo: da vicino, al territorio in cui la Fondazione è radicata, e da lontano, con una proposta espositiva inedita per l’Italia.

Ugo La Pietra, «Alla Finestra», 1975, Milano, Archivio Ugo La Pietra

Ugo La Pietra, «Soggiorno urbano. Barriera antiterrorismo», 2017. Photo by Tiziano Doria © courtesy Archivio Ugo La Pietra, Milano

Cecilia Paccagnella, 11 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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