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Cecilia Paccagnella
Leggi i suoi articoliA inizio Novecento, Marcel Duchamp rivoluzionò il concetto di opera d’arte introducendo il ready made, secondo cui un oggetto di uso comune, realizzato industrialmente, può essere elevato a pezzo da museo. Qualche decennio più tardi, nella seconda metà del secolo, la Pop Art porta alle estreme conseguenze questa riflessione e adotta la tecnica della serigrafia per rivolgere una critica alla società dei consumi, satura di immagini e prodotti che si insinuano nelle menti delle persone per creare bisogni.
E poi ci sono casi come quello di Bruna Esposito (Roma, 1960), che dagli oggetti quotidiani riesce a tirare fuori il bello. Trasformati in maniera poetica, questi assumono nuovi significati e sono capaci di trattare temi come la cura e il cambiamento. La sua è una ricerca che al contempo coinvolge più sensi dello spettatore, dall’olfatto al suono al tatto, e per far ciò spazia dalla scultura alla performance, dal disegno alla fotografia e arriva fino al video.
Dal 24 luglio al primo febbraio 2027, il suo lavoro è protagonista di una mostra nel Robert Olnick Pavilion di Magazzino Italian Art a New York, con la curatela di Nicola Lucchi. Le opere, mai esposte prima negli Stati Uniti, provengono in gran parte dalla serie «inconveniente» del 2014: coperte dorate isotermiche per presidi medici di primo soccorso, tavoli di mercatini ambulanti, dissuasori per uccelli, cellophane e altri materiali di recupero compongono strutture scultoree precarie. A partire da una condizione di difficoltà e disagio, come suggerisce il titolo, l’artista crea tensioni capaci di generare forme e associazioni inattese. Oggetti ordinari si fanno quindi portatori di risonanze emotive e poetiche, senza però mettere in secondo piano ciò che di fatto sono. Al loro fianco, un’installazione vive nell’oscurità: in «Oltremare (sotto terra vulnerabili)» (2006-11), le immagini di un video posto a terra sono corredate da un suono sommesso e il pubblico è invitato a sedersi su sacchi di riso. Le uniche fonti di luce (in questo caso rossa) provengono da lumini cimiteriali.
Ed è proprio la luce il fulcro di «Bruna Esposito: In Light of Facts», in italiano «alla luce dei fatti», che diventa uno strumento per rendere visibili aspetti spesso trascurati della realtà. «Le opere di Bruna Esposito prendono il loro avvio da circostanze e materiali che appartengono al nostro presente, spiega il direttore di Magazzino, Lucchi, ma attraverso l’intervento dell’artista questi elementi arrivano a rivelare l’umanità, e dunque la poesia, che si cela nella durezza dei fatti e delle cose».
Il rapporto tra Esposito e Nancy Olnik e Giorgio Spanu, i fondatori dell’istituzione che promuove l’arte italiana oltreoceano, ha radici lontane e già nel 2021 una sua opera era stata installata nel parco: «Altri Venti-Ostro» (2020), progetto vincitore dell’Italian Council. «Siamo oggi lieti di presentare al nostro pubblico una mostra che riflette pienamente la missione del museo: promuovere la conoscenza di artisti italiani il cui lavoro sa confrontarsi con le questioni del nostro tempo senza rinunciare alla forza dell’immaginazione», affermano.
Una veduta di «Oltremare (sotto terra vulnerabili)» (2006-11). Foto Marco Anelli-Tommaso Sacconi