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Carlo Scarpa, tavolo «Doge», 1970 ca

Courtesy of Finarte

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Carlo Scarpa, tavolo «Doge», 1970 ca

Courtesy of Finarte

L’eredità privata di Antonio Crivellaro va in asta da Finarte

La house sale rivela per la prima volta l’universo domestico del giurista: dall’astrazione di Atanasio Soldati e Piero Dorazio ai vetri Venini, un dialogo intimo tra arte, design e memoria

Michelangelo Tonelli

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Finarte ha annunciato un’asta che apre ad un mondo privato rivelando un pensiero, una filosofia che ha preso forma nello spazio domestico. Il 5 e 6 marzo, nella sede milanese di via dei Bossi 2, nel cuore di Brera, andrà in scena Abitare la bellezza. Le case di Antonio Crivellaro, house sale dedicata alla collezione del celebre avvocato e professore milanese (1942–2025), figura di spicco del panorama giuridico internazionale. Ci sono case che non contengono soltanto una vita ma la raccontano. Non sono semplici involucri, infatti, ma mappe di un modo di essere e di vivere che si è costruito nel tempo con coerenza. Le residenze di Antonio Crivellaro - l’appartamento milanese e la villa di Lerici affacciata sul Golfo dei Poeti - sono stati luoghi vissuti, attraversati e condivisi. Qui l’arte africana convive con il design storico; la pittura astratta del Novecento dialoga con arredi d’epoca rigorosi; le sculture si dispongono come presenze silenziose accanto a tavoli e finestre. Nulla è esibito e tutto è abitato. La collezione riflette una visione coerente e originale, capace di tenere insieme epoche e linguaggi diversi. Accanto a una natura morta seicentesca di Isaak Denies, emergono opere centrali dell’astrazione italiana e internazionale del Novecento: Alberto Magnelli, Atanasio Soldati, Piero Dorazio, Giorgio Griffa, Max Bill. A queste si affiancano sculture, manufatti africani, vetri storici e arredi d’autore, in un dialogo serrato ma naturale. Attorno al tavolo basso di Carlo Scarpa e ai piccoli troni lignei Yoruba, Crivellaro intratteneva gli ospiti con battute e invenzioni teatrali, ricordando che la bellezza, per lui, non era mai disgiunta dall’ironia. Viaggiatore instancabile, docente capace di formare generazioni di studenti, ha vissuto l’arte come presenza necessaria, esercizio quotidiano di attenzione e conoscenza. Più volte aveva pensato di separarsi dalle sue opere, senza riuscirci davvero: non riusciva a immaginarle lontane dalle stanze che le avevano accolte. La decisione finale è maturata solo nel testamento, affidata ai nipoti come gesto di apertura e continuità.

 

Piero Dorazio, «ALLA LUNGA II», 1984. Courtesy of Finarte

Dogon, mali, struttura di supporto del tetto di un toguna con figura femminile in rilievo, legno duro a patina d’epoca. Courtesy of Finarte

Cresciuto in una famiglia veneta improntata a sobrietà e disciplina, Crivellaro affiancò alla carriera accademica una curiosità culturale vorace. Gli anni tra Padova e Harvard, nei primi Settanta, segnarono l’inizio di un rapporto profondo con l’arte contemporanea, maturato nei musei americani e consolidato poi a Milano. La prima opera - una scultura in marmo di Natalino Andolfatto - entrò in casa prima ancora degli arredi essenziali. Le composizioni geometriche evocavano nel professore le grandi opere ingegneristiche osservate nel corso della sua attività professionale. In questo contesto si inserisce una composizione di Atanasio Soldati, opera chiave del primo astrattismo italiano, seguita da tre lavori di Piero Dorazio, fondatore del gruppo Forma 1, che ampliarono la variabilità geometrica della raccolta. Nel 2004 Crivellaro acquistò la villa di Lerici, dedicandola alla madre Bona. Nel salone, i vetri di Venini, tra cui le cinque bottiglie della serie «Bolle» di Tapio Wirkkala, dialogavano con tappeti berberi disposti in obliquo e con una poltrona bergère di Carlo Mollino mentre i servizi di Richard Ginori accompagnavano le tele di Vittorio Matino. La villa, come la casa milanese, era pensata per la convivialità: luogo di relazione non di rappresentazione. Nel 2009 acquistò l’appartamento di via Cossa a Milano, dove la collezione trovò una sintesi compiuta. All’ingresso, la scultura «Erma» di Mario Negri, una scultura lignea africana Calao e una struttura «Toguna Dogon» segnavano simbolicamente la soglia. Nell’attico, le opere di Giorgio Griffa definivano il nucleo più avanzato della raccolta, completato da un acquerello realizzato per la messa in scena de «La vita di Galileo» di Bertolt Brecht. Questa house sale nasce così non come dispersione ma come apertura perchè le opere lasceranno le stanze che le hanno custodite per incontrare nuovi sguardi. 

Michelangelo Tonelli, 27 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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