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Mimmo Jodice

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Mimmo Jodice

L'eredità di Mimmo Jodice tra camera oscura e camera chiara

La prima mostra dedicata a Mimmo Jodice dopo la sua scomparsa riunisce opere, documenti d'archivio e materiali inediti per ripercorrere una ricerca che ha ridefinito il ruolo della fotografia contemporanea. Curata da Andrea Viliani con Linda Fregni Nagler e Armin Linke, Immagini del vuoto: dalla camera oscura alla camera chiara affronta l'opera dell'artista napoletano come una riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla natura stessa dell'immagine fotografica.

Virginia Djurberg

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Più che fotografare il mondo, Mimmo Jodice ha fotografato ciò che rimane quando il mondo sembra essersi ritirato. Le sue immagini, spesso prive della presenza umana pur essendo profondamente attraversate dall'esperienza dell'uomo, hanno trasformato il silenzio, l'attesa e il tempo in materia visibile. È da questa intuizione che prende avvio Immagini del vuoto: dalla camera oscura alla camera chiara, la mostra che Vistamare dedica all'artista napoletano a un anno dalla sua scomparsa, realizzata in collaborazione con l'Archivio Mimmo Jodice e curata da Andrea Viliani insieme agli artisti Linda Fregni Nagler e Armin Linke. Si tratta della quarta mostra che la galleria dedica a Jodice, ma soprattutto della prima dopo la morte dell'artista. Non assume perciò il carattere della commemorazione né quello della retrospettiva tradizionale. Piuttosto, propone una rilettura critica della sua eredità, interrogando non soltanto le immagini che ci ha lasciato, ma il modo stesso in cui esse sono nate, sono state stampate, archiviate e continuano oggi a produrre significato.

Il titolo della mostra contiene già la sua chiave interpretativa. Da una parte la camera oscura, luogo materiale della fotografia analogica, dello sviluppo e della costruzione dell'immagine; dall'altra la camera chiara, inevitabile riferimento al celebre libro di Roland Barthes, che ha segnato una svolta nella riflessione teorica sulla fotografia. Tra questi due poli – il laboratorio tecnico e il pensiero filosofico – si colloca l'intera ricerca di Jodice. L'artista ha sempre concepito la fotografia come un processo, più che come un risultato. Lo scatto non rappresenta un istante concluso, ma una fase di una lunga elaborazione che comprende la scelta del soggetto, la costruzione del punto di vista, il lavoro sulla luce, lo sviluppo in camera oscura, la stampa e infine la conservazione nell'archivio. L'immagine, in questa prospettiva, non coincide con il momento della ripresa, ma continua a trasformarsi attraverso il tempo.

La mostra costruisce questo racconto attraverso un percorso a tre voci. Accanto alle opere di Jodice trovano posto documenti d'archivio, materiali di lavoro e alcuni lavori inediti, riletti da Andrea Viliani insieme a Linda Fregni Nagler e Armin Linke, due artisti che da anni riflettono sulla natura dell'immagine fotografica e sui suoi dispositivi di produzione, conservazione e trasmissione. Il loro intervento non assume la forma dell'omaggio, ma quella di un dialogo generazionale che restituisce la vitalità del pensiero di Jodice nel presente. Il percorso espositivo non segue una cronologia lineare. Piuttosto costruisce una costellazione di rimandi nella quale ogni immagine rinvia al processo che l'ha generata. Ne emerge una fotografia che non pretende di documentare il reale, ma di riflettere sulle condizioni attraverso cui il reale diventa immagine.

È proprio questa una delle intuizioni più importanti di Mimmo Jodice. Fin dagli anni Sessanta, quando sperimenta pratiche concettuali e documentarie, fino alle celebri vedute di Napoli, ai paesaggi mediterranei, alle statue antiche e alle ultime serie dedicate all'attesa, la fotografia non è mai semplice registrazione del visibile. È uno strumento conoscitivo, capace di sottrarre le cose alla cronaca per restituirle a una dimensione sospesa. Per questo Andrea Viliani propone di leggere le fotografie di Jodice come "immagini del vuoto". Non un vuoto inteso come assenza, bensì come spazio di possibilità. Le piazze deserte, i frammenti archeologici, i mari immobili, le architetture silenziose che popolano il suo lavoro sembrano infatti privati dell'evento per lasciare emergere qualcosa di più profondo: la permanenza del tempo dentro le cose.

Al centro della mostra compare una lettera mai spedita, indirizzata a un interlocutore immaginario e scritta dallo stesso Jodice. È un documento che assume oggi un valore quasi testamentario. Quelle riflessioni sembrano rivolgersi al visitatore contemporaneo, chiamato a raccogliere l'eredità di un artista che ha trascorso una vita interrogando ciò che la fotografia può trattenere e ciò che inevitabilmente perde. In questo senso la mostra affronta anche una questione fondamentale della fotografia contemporanea: come mantenere viva un'immagine una volta che è stata fissata? Come evitare che la fotografia si riduca a superficie bidimensionale o a semplice documento? Per Jodice la risposta consisteva nella capacità dell'immagine di continuare a produrre esperienza, di trasformarsi ogni volta che incontra uno sguardo diverso. La rilettura proposta da Vistamare permette inoltre di restituire Jodice al contesto internazionale della ricerca fotografica. Troppo spesso identificato esclusivamente con Napoli o con il Mediterraneo, il suo lavoro dialoga in realtà con alcune delle principali riflessioni sviluppate nel secondo Novecento sulla natura dell'immagine, dalla fotografia concettuale alla fenomenologia della percezione, fino alle teorie dell'archivio e della memoria. Anche la sua attività didattica, dal 1970 al 1994 all'Accademia di Belle Arti di Napoli, assume oggi un significato particolare. Jodice non contribuì soltanto alla formazione di intere generazioni di fotografi italiani; partecipò in modo decisivo al riconoscimento della fotografia come linguaggio artistico autonomo, in un momento in cui il medium faticava ancora a ottenere piena legittimazione nelle istituzioni culturali. Guardata oggi, la sua ricerca appare sorprendentemente attuale. Nell'epoca della produzione incessante di immagini digitali, della loro immediata circolazione e della loro rapida obsolescenza, Jodice ricorda che fotografare significa soprattutto esercitare uno sguardo. Le sue immagini chiedono tempo, lentezza, concentrazione. Sono fotografie costruite contro la fretta dello sguardo contemporaneo.

Virginia Djurberg, 31 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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