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Sebastiano Branca

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Sebastiano Branca

L'alluvione del 1966 è ancora nelle cantine dell'Accademia. E diventa arte

A sessant'anni dall'alluvione del 4 novembre 1966, l'Accademia di Belle Arti di Firenze presenta «Forme del Fango», una mostra nata dal recupero dei sedimenti ancora conservati nei suoi sotterranei. Ideato nel 2019 da Fabrizio Lucchesi, il progetto ha coinvolto docenti e studenti in sette anni di ricerca e sperimentazione, trasformando il fango in materia plastica. Fino al 20 novembre, nel chiostro dell'Accademia, le opere restituiscono una lettura contemporanea della memoria della città.

Virginia Djurberg

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Sessant'anni dopo l'alluvione del 4 novembre 1966, una parte del fango che sommerse Firenze si trova ancora nei sotterranei dell'Accademia di Belle Arti. Per decenni è rimasta sedimentata nelle cantine dell'istituzione, testimonianza materiale di una delle più gravi catastrofi che abbiano colpito la città e il suo patrimonio culturale. Oggi quella stessa materia è diventata il punto di partenza di una ricerca artistica collettiva, nella quale il residuo di un evento distruttivo viene recuperato, studiato e trasformato in nuove forme.

Si intitola «Forme del Fango» la mostra inaugurata il 4 novembre 2026, esattamente sessant'anni dopo l'esondazione dell'Arno, e visitabile fino al 20 novembre nel chiostro dell'Accademia di Belle Arti di Firenze. L'esposizione presenta gli esiti di un progetto interdisciplinare avviato nel 2019 su iniziativa del professor Fabrizio Lucchesi e sviluppato attraverso il coinvolgimento di docenti, studenti ed ex studenti dei diversi corsi di laurea. La curatela è affidata a Lucchesi, Veronica Montanino e Domenico Antonio Mancini.

Il punto di partenza è un materiale dalla provenienza eccezionale. Quando nel 2019 l'Accademia presentò le prime fasi del progetto, nei sotterranei erano stati individuati circa 77 metri cubi di terra e sedimenti riconducibili all'alluvione del 1966. Una presenza che rappresentava, contemporaneamente, un problema per l'utilizzo degli spazi e un patrimonio di memoria. La decisione di recuperare quella materia diede avvio a un'indagine sulle sue caratteristiche fisiche e sulle possibilità di impiegarla nella produzione artistica. Attraverso operazioni di osservazione, documentazione e sperimentazione, il fango è stato progressivamente rielaborato per ottenere una materia plastica assimilabile all'argilla, utilizzabile dagli studenti per realizzare nuove opere. Il materiale che nel 1966 aveva invaso e danneggiato gli ambienti dell'Accademia è diventato così una risorsa per la ricerca e la formazione artistica.

L'operazione possiede una particolare densità storica. L'alluvione del 1966 rappresenta uno spartiacque nella storia della tutela del patrimonio italiano. L'acqua e il fango investirono musei, biblioteche, archivi, chiese e abitazioni, provocando danni gravissimi a dipinti, sculture, manoscritti e opere su carta. Il recupero del patrimonio danneggiato mobilitò restauratori, studiosi, istituzioni e migliaia di volontari provenienti da tutto il mondo, passati alla storia come gli «angeli del fango». Da quella catastrofe nacque una stagione decisiva per lo sviluppo delle metodologie di conservazione e restauro. La ricerca dell'Accademia affronta oggi quella memoria da una prospettiva differente. Il fango non viene considerato soltanto come il residuo di un evento da documentare, ma come una sostanza capace di conservare fisicamente una parte della storia della città. La sua trasformazione in materiale artistico introduce un rapporto diretto tra memoria e produzione contemporanea: il passato entra nel processo creativo attraverso la materia stessa, senza essere affidato esclusivamente alla rappresentazione o alla testimonianza documentaria.

In sette anni di lavoro, il progetto ha coinvolto generazioni differenti di studenti e docenti, dando origine a opere individuali e collettive, sviluppate attraverso linguaggi e interpretazioni diverse. L'elemento comune è costituito dal materiale originario, che ogni partecipante ha potuto affrontare secondo il proprio percorso di ricerca. Il fango ha assunto così una pluralità di funzioni: reperto storico, oggetto di studio, materiale di laboratorio e componente dell'opera. È una pratica che può essere ricondotta a una più ampia riflessione dell'arte contemporanea sulla trasformazione della materia, sul valore dei residui e sulla relazione tra luogo e memoria. In questo caso, tuttavia, la provenienza del materiale introduce una condizione particolarmente significativa: la sua storia è inseparabile da quella dell'istituzione che lo ha conservato involontariamente per sessant'anni. L'Accademia diventa allo stesso tempo luogo del ritrovamento, laboratorio di elaborazione e spazio espositivo.

«Il ricordo di una catastrofe e il suo residuo, ancora presente nei nostri scantinati, sono stati metabolizzati attraverso un'operazione artistica», spiega Gaia Bindi, direttrice dell'Accademia, sottolineando il rapporto tra testimonianza storica ed esperienza estetica contemporanea. Il progetto assume anche una dimensione pedagogica. La ricerca ha richiesto agli studenti di confrontarsi con un materiale dalle caratteristiche particolari, con la sua trasformazione e con le implicazioni storiche e culturali del suo utilizzo. Un processo che ha coinvolto competenze differenti e ha posto al centro la collaborazione tra generazioni e discipline. Alla ricerca hanno partecipato negli anni anche i docenti Antonio Brangi, Valeria Bruni, Christian Caliandro, Carlo D'Oria, Robert Pettena e Alessandro Scilipoti. L'esposizione riunisce i lavori di ventiquattro studenti ed ex studenti, tra i quali Matteo Aiazzi, Sofia Alborghetti, Maura Bazzi, Federico Becattini, Aurora Biagini, Sebastiano Branca, Joanna Marshall-Cook, Caterina Montanelli ed Esi Pashaj. La pluralità delle esperienze permette di osservare come uno stesso materiale possa generare esiti differenti, conservando una comune origine storica. La mostra si inserisce nel programma delle iniziative dedicate al sessantesimo anniversario dell'alluvione, con il patrocinio del Comune di Firenze, della Regione Toscana, dell'Università degli Studi di Firenze e della Fondazione Destination Florence.

 

Virginia Djurberg, 05 novembre 2026 | © Riproduzione riservata

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