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Gianluigi Colin, ciò che resta delle immagini dopo la notizia

Alla Galleria Lorenzo Vatalaro di Milano, dal 5 novembre al 23 dicembre, Gianluigi Colin presenta «Lacrime», un nuovo ciclo di opere realizzate attraverso il recupero di materiali provenienti dai processi di stampa. Cinque lavori inediti e due lastre tipografiche entrano in relazione con altrettanti crocifissi manieristi in bronzo di Antonio Susini e Sebastiano Torrigiani. Un'indagine sulla sopravvivenza delle immagini, sul rapporto tra informazione e memoria e sulla possibilità di restituire alla materia della cronaca una nuova dimensione contemplativa.

Virginia Djurberg

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Una notizia esaurisce rapidamente la propria funzione. Viene pubblicata, letta, condivisa, sostituita da un'altra. Le immagini che la accompagnano seguono lo stesso destino, alimentando un flusso continuo di informazioni nel quale la memoria fatica a trovare spazio. Ma che cosa rimane materialmente di quelle immagini quando hanno smesso di raccontare il mondo? È da questa domanda che prende forma la ricerca di Gianluigi Colin (Pordenone, 1956), artista e protagonista della cultura visiva italiana, che dal 5 novembre al 23 dicembre 2026 presenta alla Galleria Lorenzo Vatalaro di Milano il nuovo ciclo di opere Lacrime.

La mostra riunisce cinque lavori inediti di medie dimensioni e due lastre provenienti dai processi di produzione tipografica, accostati a due crocifissi in bronzo del Manierismo italiano, eseguiti da Antonio Susini, su modello del Giambologna, e da Sebastiano Torrigiani, su modello di Guglielmo Della Porta. Il confronto tra la materia dell'informazione contemporanea e la tradizione figurativa dell'arte sacra costituisce il centro di un progetto dedicato alla persistenza delle immagini e alla loro capacità di conservare tracce del tempo. Da anni Colin lavora sui residui materiali della comunicazione: teli, matrici, lastre e superfici che hanno partecipato alla produzione di giornali e immagini destinate alla circolazione pubblica. Elementi normalmente eliminati al termine del processo industriale vengono recuperati e trasformati in opere autonome. L'inchiostro perde la funzione di trasmettere un contenuto riconoscibile e diventa materia pittorica, attraverso colature, stratificazioni, campiture cromatiche e abrasioni che restituiscono alle superfici una nuova identità visiva.

È una ricerca strettamente connessa alla biografia dell'artista. Per molti anni art director del «Corriere della Sera», oggi cover editor de «la Lettura» e de «la Lectura» di «El Mundo», Colin conosce dall'interno i meccanismi attraverso cui l'informazione viene selezionata, costruita e rappresentata. La sua pratica artistica nasce proprio dall'osservazione di questi processi e dal tentativo di interrogare il destino delle immagini una volta conclusa la loro funzione comunicativa. In Lacrime questa riflessione assume una dimensione più esplicitamente emotiva. Le tracce dell'inchiostro, depositandosi sulle superfici, evocano il movimento delle lacrime, mentre la provenienza dei materiali rimanda all'incessante successione di fatti che occupano lo spazio dell'informazione quotidiana: guerre, catastrofi, violenze, vicende individuali e collettive.

«Sono lacrime d'inchiostro: gocce e colature che sembrano scendere lungo la superficie. Ma sono anche la metafora di una condizione del nostro tempo», spiega Colin. La macchina della comunicazione, impegnata a produrre e diffondere continuamente parole e immagini, sembra lasciare affiorare attraverso i propri scarti una dimensione normalmente esclusa dal racconto giornalistico. Il passaggio dalla cronaca all'astrazione rappresenta uno degli aspetti più interessanti del lavoro. La notizia scompare come contenuto leggibile, mentre sopravvive la materia che ne ha reso possibile la diffusione. È una trasformazione che modifica il rapporto tra immagine e testimonianza: le opere non permettono di ricostruire i fatti da cui provengono i materiali, ma ne conservano simbolicamente il passaggio attraverso il sistema della comunicazione. A questa dimensione si collega la presenza dei due crocifissi manieristi. Le sculture di Susini e Torrigiani introducono nel percorso il tema della rappresentazione del dolore, della memoria e della sua trasmissione attraverso i secoli. Il bronzo, materiale destinato alla durata, incontra le superfici tipografiche nate per un utilizzo temporaneo. Il corpo di Cristo, tradotto in un'immagine riconoscibile e carica di significati devozionali, si confronta con una pittura astratta nella quale ogni riferimento narrativo è stato progressivamente cancellato.

Il dialogo tra antico e contemporaneo si costruisce dunque intorno alla diversa capacità delle immagini di attraversare il tempo. La croce conserva un'iconografia condivisa, mentre la lastra tipografica trattiene una memoria priva ormai del proprio racconto originario. Metterle in relazione significa interrogare il ruolo attribuito alle immagini nella costruzione della memoria collettiva, evitando di sovrapporre il significato religioso delle sculture alla dimensione laica e contemporanea della ricerca di Colin. Lo stesso artista definisce i materiali utilizzati come «reliquie del nostro presente», superfici che hanno partecipato alla produzione quotidiana delle notizie e che continuano a custodirne le tracce. È un'espressione che chiarisce la dimensione simbolica del progetto, pur lasciando aperta una questione centrale: fino a che punto un materiale sottratto al proprio contesto informativo può ancora testimoniare la realtà che lo ha attraversato?

La riflessione coinvolge anche il rapporto tra qualità estetica e responsabilità della rappresentazione. Le superfici di Colin possono essere osservate come composizioni astratte, attraverso l'equilibrio cromatico e la consistenza materica. La conoscenza della loro provenienza introduce tuttavia un ulteriore livello interpretativo, riportando quelle forme alla produzione industriale delle immagini e alla rapidità con cui il presente viene consumato. Ad accompagnare la mostra è un catalogo pubblicato da La Vita Felice, con contributi di Bruno Corà, direttore della Fondazione Burri, Giovanni Rizzoli e Lorenzo Vatalaro. Il progetto segna inoltre l'avvio del programma con cui la galleria milanese si prepara a celebrare, nel 2027, il proprio trentesimo anniversario, attraverso una serie di esposizioni dedicate agli artisti con cui ha costruito il proprio percorso.

 

Virginia Djurberg, 28 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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