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Massimo Uberti, «Orbita», 2022, Châtillon, Castello Gamba

Foto Marco De Luca

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Massimo Uberti, «Orbita», 2022, Châtillon, Castello Gamba

Foto Marco De Luca

La valle dei castelli. I tesori nascosti nelle fortezze della Val d’Aosta

Storia, arte e architettura tra i manieri della valle: dalle torri merlate di Fénis ai trofei delle cacce reali a Sarre, dai preziosi ambienti di Aymavilles e Issogne fino all’arte contemporanea del Castello Gamba

Alessandro Martini

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Giuseppe Giacosa, il celebre (un tempo) scrittore e drammaturgo, ne annoverava ben 72, tra castelli veri e propri, forti, rocche, caseforti e dongioni. Nel suo epocale studio intitolato Castelli valdostani e canavesani (1905) compaiono i castelli di Fénis, definito il più celebre tra i castelli valdostani, di Issogne, da lui particolarmente amato per l’atmosfera da residenza signorile, di Ussel, citato per la sua austera struttura difensiva così come il Castello di Verrès, roccaforte imponente che domina la vallata. Giacosa, assieme a un gruppo di intellettuali, architetti e artisti dell’epoca, è tra gli artefici della riscoperta di questi luoghi, esaltati nel loro fascino antico e valorizzati (e non di rado nuovamente abitati, prima di essere musealizzati) sulla base di un gusto per il Medioevo che allora diventa contemporaneo. Erano gli anni in cui il mondo feudale e i riti di corte erano al centro delle suggestioni di artisti, scrittori, musicisti e architetti. Lo stesso Giacosa, d’altra parte, ambientava proprio in un castello valdostano nel XIV secolo uno dei suoi drammi più rappresentati, Una partita a scacchi (1873). Poco meno di un decennio più tardi, nell’ambito dell’Esposizione Generale Italiana del 1884 di Torino, si sarebbero inaugurati al Valentino il Borgo e la Rocca medievali, che hanno i propri modelli in edifici piemontesi e in castelli valdostani. 

Sorti durante l’«era di Mezzo», quando il territorio regionale è un fondamentale e trafficato «crocevia» tra la penisola italiana, Francia e Svizzera, oggi i castelli presenti in Valle d’Aosta si manifestano nelle più varie forme architettoniche, testimoni di storie dinastiche differenti e di altrettanto varie funzioni, ora difensive, ora residenziali. Ecco il cortile pentagonale, le torri e merli del Castello di Fénis, il possente scalone in pietra ad archi rampanti di Verrès, le imponenti mura dello Château d’Introd e le forme da castello incantato dello Château Saint-Pierre, oggi sede del Museo regionale di scienze naturali. E, ancora, le colte atmosfere cortesi di Issogne e la mole originalissima di Aymavilles, insieme medievale e barocca; le ricercatezze eclettiche, tra Art Nouveau e Neogotico, del Castel Savoia a Gressoney, voluto e amato dalla regina Margherita, e le fantasmagoriche invenzioni del Castello di Sarriod de La Tour, vero campionario di ogni possibile immaginario medievale, con le sue strane creature intagliate nel legno, gli esseri grotteschi e gli animali fantastici. Oggi i castelli e le fortezze visitabili sono gestiti dalla Regione autonoma nell’ambito dei suoi percorsi raccolti in «Valle d’Aosta Heritage».

Castelli di Fénis e di Issogne: il passato e il mito

Con torri, torrette e mura merlate e bucate da feritoie, il Castello di Fénis è forse quello che più corrisponde all’immaginario diffuso di un castello «medievale». All’interno, il suo ciclo di affreschi, tra i più celebri e articolati del Nord Italia, è una testimonianza impareggiabile del mondo cortese del Gotico internazionale, popolato di dame e cavalieri. Ai piedi del castello, il Mav, Museo dell’Artigianato valdostano di tradizione racconta la millenaria cultura locale, tra manufatti d’uso, sculture e opere d’arte. Di poco successivo al maniero di Fénis, il Castello di Issogne è la perfetta esaltazione di un mondo sospeso tra gli splendori del Medioevo ormai al tramonto e la raffinate innovazione del nascente Rinascimento alpino. Appartenuto per secolo alla famiglia Challant, una delle più influenti del territorio, l’edificio conserva tuttora i caratteri di raffinata dimora signorile di fine Quattrocento, impressi da Giorgio di Challant-Verey, priore di Sant’Orso ad Aosta e vero «uomo del Rinascimento» per formazione, gusti e interessi. Se l’esterno appare sobrio ed essenziale, l’interno è invece un trionfo di affreschi celebrativi della casata, portatori di un preciso messaggio didascalico e politico. Al centro del cortile sorge la celebre Fontana del Melograno, capolavoro di ferri battuti e decorati. Ulteriore motivo di interesse, ampiamente narrato lungo il percorso, è la stagione vissuta dal castello a partire dal 1872, quando viene acquistato dal pittore Vittorio Avondo. Grande appassionato di Medioevo e raffinato collezionista, l’artista restaura l’edificio e lo abita, per riportarne alla luce lo spirito passato di «Castello dei sogni». Recupera gli arredi originari sul mercato antiquario o li riproduce fedelmente. Oggi la visita di queste sale racconta non solo il Medioevo, ma come questo è interpretato dalla cultura europea di fine Ottocento.

Uno spartito musicale dal Messale di Issogne, XVI sec.

Sarre e Aymavilles: la nobiltà, il re e la caccia

Si fronteggiano l’uno davanti all’altro, separati solo dalla Dora Baltea che attraversa l’intera Valle. L’uno, lo Château d’Aymavilles, a dominio di un piccolo borgo sul lato meridionale della valle; l’altro, Sarre, su un poggio circondato da vigneti (i vini locali sono assai apprezzati e hanno dato forma a tecniche e strutture di coltivazione antiche, di grande valore tecnologico e paesaggistico). Ad attrarre anche da lontano il visitatore che si avvicina al Castello di Aymavilles è la singolarità del suo aspetto, frutto di una lunga storia di usi e trasformazioni impresse dai Challant, fino alla metà del XIX secolo proprietari dell’edificio. Che nasce castello turrito nel Medioevo (ne sono testimonianza le quattro imponenti torri merlate) per divenire poi residenza signorile in età barocca, ulteriormente rinnovata tra Sette e Ottocento nelle decorazioni esterne e interne. Circondato da un parco anch’esso trasformato nei secoli, oggi il castello interessa anche per la sua duplice natura: è in parte museo di sé stesso e della sua storia (anche architettonica: da non perdere le travature lignee quattrocentesche, visibili nel quarto e ultimo livello del percorso di visita), in parte sede espositiva della collezione raccolta nel tempo dall’Académie Saint-Anselme, un’importante istituzione culturale valdostana fondata nel 1855. In mostra, reperti archeologici e armi, una collezione numismatica e una Wunderkammer, Naturalia e testimonianze da terre lontane, oltre a una pregevole Santa Caterina in alabastro del 1444, opera della bottega di Stefano Mossettaz. 

Il Castello di Sarre racconta invece una storia più recente, perlopiù otto-novecentesca, da quando cioè diviene la residenza di caccia preferita di Vittorio Emanuele II. Il Salone dei Trofei e l’adiacente Galleria, tuttora conformi all’allestimento realizzato tra 1899 e 1904, sono uno straordinario omaggio alla sua passione venatoria trasformato in arte decorativa. La fantasmagoria ornamentale che avvolge le pareti è costituita da 3.612 corna, nove teste complete di stambecco tassidermizzate e decine di teste di camoscio (in realtà calchi in gesso). Testimonianza di una passione e di un gusto ormai ampiamente storicizzati, e che oggi potrebbe non incontrare l’approvazione di molti, animalisti e non solo. Agli anni Trenta corrisponde l’impronta di residenza signorile impressa da Maria José e dal principe Umberto, di tono quasi borghese e con tanto di termosifoni a riscaldare per la prima volta gli ambienti.

Castello Gamba:  l’arte contemporanea

Sintesi ideale delle molte tendenze di questi luoghi, sempre capaci di trasformarsi nel corso della loro storia, il Castello Gamba sorge dall’inizio del Novecento in posizione panoramica su un promontorio roccioso ai margini di Châtillon. Lo circonda un parco di oltre 50mila metri quadrati, ricco di essenze vegetali rare e preziose provenienti da luoghi remoti del mondo. È il 1903 quando il barone torinese Carlo Maurizio Gamba lo commissiona all’ingegnere Carlo Saroldi per farne la dimora propria e della neosposa, amatissima, Angélique Passerin d’Entrèves. Erede della famiglia aristocratica locale, che risiede poco distante, nel Castello di Châtillon già degli Challant. Alla sua mole, rigorosa e tipicamente castellana, corrispondono funzioni di residenza signorile. L’edificio è infatti dotato di ogni confort all’epoca possibile, compreso un ascensore, il primo installato in regione e tuttora parte del percorso di visita lungo i tre piani del castello ora museo. Acquistato dalla Regione Valle d’Aosta nel 1982, il Castello Gamba è oggi la sede delle collezioni regionali d’arte contemporanea, che danno visibilità tanto alla produzione locale, dal XIX secolo ad oggi, quanto agli artisti qui giunti perché affascinati da questi luoghi, o invitati e accolti con la loro arte. 

Primo e fondamentale capolavoro del percorso di visita è «Castello sulle Alpi» (1838) di J.M. William Turner, tecnica mista di fascino assoluto, affiancato da vedute alpine e restituzioni dell’ambiente umano, della storia e delle tradizioni locali grazie ai dipinti di Federico Ashton, Lorenzo Delleani, Marco Calderini, Alessandro Lupo... Ci sono poi i grandi nomi dell’arte italiana del Novecento: nello spettacolare Salone centrale del castello, che ancora conserva l’arredo neogotico originale, sono raccolti Arturo Martini con il monumentale «Ercole» (1936), bronzo di oltre 2,5 metri d’altezza, l’ovale in stucco di Lucio Fontana intitolato «Battaglia» (1952) e la grandiosa tela espressionista di Renato Guttuso «Distruzione di Sodoma» (1969), oltre a Manzù, Mastroianni e Giò Pomodoro. Una sezione importante è dedicata agli artisti torinesi, da Felice Casorati a Carol Rama, molti dei quali formati all’Accademia Albertina e poi suoi docenti, da Mario Calandri a Sergio Saroni, Giacomo Soffiantino e Riccardo Cordero. Molte di queste opere sono state acquisite in occasione del Gran Premio Saint Vincent, rassegna promossa dal Casino de la Vallée nel 1948 e 1949 (tra questi, lavori di Gillo Dorfles, Carlo Levi e Filippo de Pisis, con un inedito «Vecchio valdostano» del 1949), e in occasioni di esposizioni collettive degli anni Settanta. Insomma, una collezione importante e varia, oltre che significativa dell’impegno delle istituzioni locali sul fronte dell’arte contemporanea. Centralità che viene oggi confermata dalla prima edizione del «Premio Arte contemporanea Valle d’Aosta», progetto biennale promosso dal Castello Gamba e dall’Associazione Forte di Bard e dedicato alla ricerca artistica contemporanea e al dialogo tra territorio, paesaggio e creatività. Dopo la fase di selezione degli artisti invitati, la proclamazione della prima opera vincitrice è prevista per il prossimo autunno.

Michelangelo Pistoletto, «Glacial Threads. Dalle Foreste ai Tessuti del Futuro», 2025, Châtillon, Castello Gamba. Foto Daniela Pellegrini

Alessandro Martini, 09 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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