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Alessandro Martini
Leggi i suoi articoliNerina Ciaccia e Antoine Levi dal 2013 guidano la loro galleria Ciaccia Levi a Parigi, affiancata dal 2022 da una seconda sede a Milano. Ora chiudono quest’ultima e inaugurano un nuovo progetto a Torino, entro la prima metà di settembre, in un appartamento che sarà insieme residenza privata e spazio espositivo. Si troverà al quinto piano della Bottega d’Erasmo (1953-56), capolavoro dell’architettura neoliberty progettato da Roberto Gabetti e Aimaro Isola di fronte alla Mole Antonelliana. «La Bottega d’Erasmo ci ha colpito proprio perché non è un edificio che si limita ad accogliere un’attività: è un luogo che porta con sé una storia, una precisa idea di architettura e di modo di abitare», spiegano. Ciaccia e Levi sono entrambi galleristi e curatori, di formazione ed esperienza internazionale. Dopo la laurea a Bologna e un master al Politecnico di Torino, Nerina Ciaccia (Foggia, 1981) ha collaborato con il collettivo a.titolo a numerosi progetti di arte pubblica, ha fondato nel 2009 la piattaforma indipendente The Office a Tirana ed è stata membro del comitato di selezione della fiera marsigliese Art-O-Rama. Antoine Levi (Ris-Orangis, Francia, 1979) si è formato a Grenoble, ha lavorato a Marsiglia, a Madrid e all’Ivam di Valencia, è stato direttore a Torino della Galleria Franco Noero dal 2005 al 2010, ha poi lavorato a Roma, Napoli e Parigi ed è ora membro del comitato di selezione di Artissima. Oggi, accanto a Parigi, scelgono Torino.
Definite il vostro «un progetto che è professionale ma anche di vita». Che cosa vuol dire, in termini professionali ma anche di relazioni umane e di vita quotidiana, spostarvi da Milano a Torino?
Torino non è per noi una città sconosciuta: è il luogo in cui abbiamo vissuto e, soprattutto, in cui ci siamo conosciuti. Tornare significa quindi ritrovare una parte importante della nostra storia, privata ma anche professionale. A questa memoria appartengono le persone che ci sono state vicine, gli amici, le relazioni professionali costruite nel tempo e una serie di luoghi, anche apparentemente ordinari, che hanno assunto un significato particolare perché legati a momenti molto belli della nostra vita. Rientrare in questa città significa dunque riallacciare quei fili, ma anche ritrovare un contesto umano e professionale che ha contribuito a formarci. Spostarci da Milano a Torino non significa semplicemente trasferirci da una città all’altra, ma dare una forma concreta a un progetto che è insieme professionale e personale, e che riguarda il modo in cui desideriamo vivere e lavorare. Torino ci offre la possibilità di immaginare un equilibrio che sentiamo particolarmente vicino: una città sufficientemente viva e internazionale da permetterci di sviluppare il nostro lavoro con gli artisti, sostenuta al tempo stesso da una struttura istituzionale e culturale solida, capace di alimentare il confronto e la ricerca. Il ritorno ha dunque qualcosa di circolare: Torino è il luogo in cui ci siamo incontrati, ha accompagnato una parte importante della nostra formazione e oggi può diventare il luogo in cui scegliere di costruire il futuro.
Come avete trovato e scelto la Bottega d’Erasmo come vostra sede? Quale significato ha per voi l’edificio, e come lo vivrete?
La scelta non è stata soltanto funzionale. Cercavamo un luogo nel quale il lavoro potesse trovare una dimensione più intima, quasi domestica, e nel quale la nostra casa potesse allo stesso tempo diventare uno spazio di ricerca, di incontri e di scambio. La Bottega d’Erasmo ha per noi anche un significato particolare perché appartiene alla storia dell’architettura moderna torinese e, allo stesso tempo, conserva qualcosa di molto quotidiano. È un edificio che non vive soltanto attraverso la sua immagine, ma attraverso il modo in cui lo si percorre e lo si abita. Questa dimensione ci interessa molto: non vogliamo trasformarlo in una semplice sede di rappresentanza, ma entrarci con rispetto, lasciandoci condizionare dal suo carattere. Il fatto che sarà anche la nostra casa rende questa scelta ancora più radicale. Significa eliminare, almeno in parte, la separazione tradizionale tra luogo del lavoro e luogo della vita. È interessante vedere che cosa succede quando le due dimensioni possono dialogare. In questo senso, scegliere la Bottega d’Erasmo è anche una dichiarazione sul tipo di vita che vogliamo costruire: una vita nella quale il lavoro non occupi semplicemente il tempo, ma faccia parte di un ambiente, di una cultura e di una rete di relazioni. È un modo di abitare il nostro progetto, non soltanto di avere un indirizzo per il nostro lavoro.
Amber Andrews, «Cat’s out of the bag», 2024. Courtesy dell’artista e Ciaccia Levi, Parigi-Torino. Foto Sebastiano Pellion di Persano
Kenny Dunkan, «Higher Frequencies», 2026. Courtesy dell’artista e Ciaccia Levi, Parigi-Torino
Quanto conta il fatto che avrete le vostre sedi, contemporaneamente, a Parigi, oggi riconosciuta capitale del contemporaneo e del mercato che gli sta attorno, e a Torino, la città di Artissima e di tante istituzioni di arte contemporanea, oggi come ieri?
Conta moltissimo, perché per noi Parigi e Torino non sono semplicemente due sedi, ma due punti di vista complementari sullo stesso progetto. Parigi oggi ha una dimensione internazionale molto forte: è una città nella quale il contemporaneo è continuamente attraversato da collezionisti, artisti, gallerie, istituzioni e professionisti provenienti da tutto il mondo. Avere lì una sede significa essere dentro un circuito internazionale molto dinamico, con tutto quello che comporta in termini di relazioni, visibilità e possibilità professionali. Torino, invece, ci interessa proprio per la sua specificità. È una città che ha costruito nel tempo una cultura dell’arte contemporanea molto seria, forse anche più discreta, ma estremamente radicata. Artissima è certamente un elemento fondamentale: è la principale fiera italiana e ha sempre mantenuto una particolare attenzione alla ricerca e alla sperimentazione. Ma Torino non è soltanto la fiera. Ci sono il Castello di Rivoli, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, la Fondazione Merz, la Gam, la Pinacoteca Agnelli, la Casa Mollino... Ci sono gallerie torinesi che seguiamo con particolare interesse, come Franco Noero e Guido Costa, che appartengono alla storia della città e hanno avuto e hanno ancora un ruolo importante nella costruzione della sua identità contemporanea. La cosa che ci interessa maggiormente è però la possibilità di mettere in relazione questi due mondi, di creare un ponte. E forse è proprio questa la parte più interessante del progetto: poter vivere contemporaneamente due scale diverse.
Quali saranno le prima mostre e attività a Torino?
Non ci saranno mostre in senso tradizionale, anche perché lo spazio non lo consente e anche perché si tratta di un condominio privato: data la natura storica e privata della struttura, il numero di visitatori sarà limitato e l’edificio non è completamente accessibile alle persone con mobilità ridotta, ci sono scale, un ascensore stretto e altri vincoli architettonici... La scelta di un appartamento all’interno della Bottega d’Erasmo prefigura quindi una dimensione più raccolta e intima nella presentazione delle opere. Vogliamo offrire agli artisti la possibilità di pensare e presentare il proprio lavoro liberandosi, almeno in parte, da quelle preconfigurazioni quasi totemiche che abbiamo conosciuto negli ultimi anni e che spesso finiscono per determinare a priori il modo in cui un’opera deve essere guardata. La «casa galleria» crescerà quindi in funzione delle necessità creative degli artisti e si trasformerà nel tempo, come una vera casa: attraverso cambiamenti, spostamenti, aggiunte e modificazioni. Non sarà uno spazio statico, ma un organismo in continua evoluzione. Il primo progetto, intitolato «Bonheur du jour», presenterà tutti gli artisti della galleria, coinvolgendo i diversi ambienti dell’appartamento. Ci saranno produzioni nuove di Romane de Watteville, Garance Früh, Leonardo Devito, Chalisée Naamani, Kenny Dunkan, Daniel Jacoby, Ibuki Inoue, accanto a opere iconiche di Francesco Gennari, Lisetta Carmi, Srijon Chowdhury, Zoe Williams, Amber Andrews, Alina Chaiderov, Sean Townley, Piotr Makowski e Olve Sande, in una sorta di mise-en-scène costruita secondo il nostro gusto e la nostra sensibilità. Non ci sarà una tematica precisa a cui ricondurre le opere: ci interessa piuttosto una maggiore libertà concettuale, intuitiva e, in un certo senso, più viscerale. I progetti non avranno necessariamente una data di chiusura. Le opere potranno essere spostate, sostituite o ricomposte nel tempo, seguendo i nostri desideri e, soprattutto, l’evoluzione del lavoro degli artisti. La casa potrà accogliere nuove produzioni pensate appositamente per questo luogo, che potranno così completare, modificare o sostituire ciò che già esiste. Questa libertà ci permette di essere attenti a forme diverse di creazione e di presentazione, senza doverle ricondurre al formato della mostra. Ci interessa costruire un luogo che possa cambiare insieme agli artisti e che, proprio attraverso questi cambiamenti, trovi progressivamente la propria identità.
In un momento di relativa crisi per molte grandi gallerie internazionali, come si può riformulare un progetto che è insieme artistico e commerciale? Quale futuro vedete per le gallerie d’arte, e quale ruolo?
Crediamo che il momento attuale non chieda tanto di rinunciare alla dimensione commerciale della galleria, quanto di ripensarla. Il mercato sta cambiando: dopo gli anni di grande espansione, soprattutto nella fascia più alta, oggi vediamo un mercato più selettivo, nel quale i costi sono aumentati e la sostenibilità delle grandi strutture internazionali è diventata più complessa. Allo stesso tempo, però, il mercato non è affatto fermo, esiste un pubblico molto attivo. Per noi questo significa che una galleria non può più basarsi soltanto sulla dimensione, sul numero di fiere a cui partecipa o sulla quantità di artisti rappresentati. Deve avere una propria identità, una propria capacità di costruire relazioni e soprattutto una ragione per cui le persone desiderino frequentarla e sostenerla. È qui che per noi la parte artistica e quella commerciale diventano inseparabili. Pensiamo quindi a una galleria più agile, meno dipendente dalla necessità di essere continuamente presente ovunque. Le fiere continueranno ad avere un ruolo fondamentale ma non possono essere l’unico luogo in cui una galleria esiste. Avere una sede a Parigi e una a Torino ci permette di non dover replicare lo stesso modello nelle due città ma immaginare un futuro forse meno basato sulla crescita quantitativa e più sulla qualità delle relazioni.
La Mole Antonelliana e la Bottega d’Erasmo
Alessandro Martini
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