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Alessandro Martini
Leggi i suoi articoli«Il giardino è un modo di sentire, un moto di coscienza per capire la realtà e il mondo». Così Fernando Caruncho (Madrid, 1957) ci raccontava nel febbraio 2022, in occasione di un incontro, insieme, alla Reggia di Venaria Reale, nell’ambito del ciclo «Changing landscape. Dialoghi per una riflessione sul paesaggio». Con studi di Filosofia e giardinaggio alle spalle, Caruncho, scomparso il 23 agosto a 68 anni, ha svolto la sua professione di architetto paesaggista affermandosi nel mondo, Italia compresa. «È la mia seconda casa, forse perché spagnoli e italiani siamo cugini», diceva. Aveva anche realizzato un vigneto in Puglia, unione di utile e bello, seguito da lavori in Chianti a Lecce e altrove.
Per oltre quarant’anni, gli ultimi affiancato dai figli Fernando e Pedro, ha trasformato campi di grano, uliveti e vigneti in composizioni geometriche di rara potenza filosofica. Con lui scompare una delle figure più originali del paesaggismo contemporaneo, un professionista stimato nel mondo, ma che preferiva definirsi semplicemente «giardiniere». Per Caruncho il giardino non era decorazione, ma pensiero fatto materia: una forma di poesia e di contemplazione, un dialogo tra natura, memoria e cultura capace di cogliere l’essenziale di ogni luogo. Le sue radici estetiche affondavano nella serenità dei giardini islamici dell’Alhambra, nel misticismo zen, nella chiarezza del classicismo europeo e nella pittura di Zurbarán, la cui luce ferma e assoluta ha lasciato un’impronta profonda nel suo modo di vedere lo spazio. Diceva di sé di essere, prima ancora che un progettista, un uomo formato dalla natura fin dall’infanzia: un’educazione che riteneva aver segnato in profondità tutto il suo lavoro successivo.
Emblematico della sua visione, tra i tanti progetti realizzati, è l’intervento, avviato nel 2013, nella località portoghese di Santar, tra Porto e il confine spagnolo: un tempo villaggio quasi disabitato, ora oggetto di visite e celebrato dalla stampa internazionale. Da una committenza privata, in una tenuta con al centro una villa, circondata da un giardino del Seicento e da un vasto vigneto, si è gradualmente passati a un progetto «ambientale e sociale», esteso all’intero villaggio: «Era un posto bellissimo e pochissimo conosciuto, con giardini e orti abbandonati», spiegava Caruncho. «Allora, del tutto casualmente, abbiamo pensato: perché non tornare all’antico senso del luogo, proprio grazie al verde? Abbiamo lavorato a sei spazi nel centro del villaggio, l’abbiamo condiviso con gli abitanti, che hanno in qualche modo riscoperto il luogo in cui vivevano. Introducendo piccoli vigneti anche nel villaggio abbiamo connesso villaggio, vigneti storici e paesaggio circostante. Ai lavori hanno partecipato enti locali, ministeri, l’Europa, e la gente che ha creduto in un progetto in cui l’utile aiuta il bello, e viceversa. D’altra parte, è sempre stato così nella storia, almeno fino agli ultimi cento anni in cui l’abbandono delle campagne ha fatto molto male all’Europa».
Kohimarama Garden a Auckland, Nuova Zelanda, 2005
Mas des Svoltes, Giardino agricolo a Castel de Ampurdán, Girona, Spagna
Tra i suoi progetti, in Spagna, Mas de les Voltes e Mas Floris ad Ampurdán, e i recenti Jardines de Pereda alla Fundación Botín di Santander; negli Stati Uniti, Flynn a Boca Ratón, in Florida, Mavec-Nordberg in New Jersey, e l’Isola Bella in Maine, ma memorabili restano anche progetti del verde come l’Hauraki Gulf Garden in Nuova Zelanda, l’Ambasciata di Spagna a Tokyo, la Casa del Agua in Grecia e e il Giardino delle Sette Montagne a Lugano, in Svizzera.
La statura di Caruncho nel panorama del paesaggismo mondiale gli è valsa il riconoscimento di alcuni tra i più importanti nomi della disciplina: Dan Kiley, maestro del paesaggismo americano del secondo Novecento, firmò la prefazione di Mirrors of Paradise, il volume che raccolse i primi 15 anni della sua produzione, riconoscendo in Caruncho una sorta di erede spirituale dei propri principi progettuali. La sua opera è stata oggetto anche di Reflections of Paradise: The Gardens of Fernando Caruncho, pubblicato da Rizzoli New York, un’ampia monografia dedicata a uno dei paesaggisti più celebrati al mondo. In Italia era stato eletto Accademico Onorario dell’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze nel 2009, e Accademico Ordinario della Classe di Architettura nel 2016. Da qualche anno lo studio Caruncho Garden & Architecture vede al proprio interno anche i figli Fernando e Pedro, entrambi architetti, chiamati a garantire la continuità di un’eredità che resterà nell’acqua ferma, nella pietra, nella geometria, negli alberi e nel silenzio dei suoi giardini. E soprattutto in quella luce che fu una delle sue grandi ossessioni.
Quell’incontro pubblico del 2022 a Venaria Reale era, significativamente, intitolato «Rebirth». Allora ci spiegava: «L’Europa è creatività e cultura, la città sono ormai esauste. Bisogna tornare alla campagna. Come? Grazie all’utile, dare senso a ciò che c’è. Poi, con un senso nuovo all’agricoltura, con una nuova identità e plusvalori apprezzati dal mercato. E infine il bello, che è ciò che dà dignità alla vita quotidiana dell'uomo. Non si vive solo dell’utile, ma del bello e della cultura. Importante: se la tecnologia si utilizza bene, allora si può davvero tornare alla campagna, soprattutto i giovani. Santar è stata l’opportunità di progettare e realizzare la rinascita in campagna. L’uomo per tornare a sé stesso ha bisogno della natura, per trascendere il quotidiano e recuperare i codici persi nella civiltà urbana».
Parte del progetto realizzato a Santar
Alessandro Martini
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