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Arianna Scinardo
Leggi i suoi articoliNelle opere di Bepi Romagnoni (Milano, 1930-Capo Carbonara, 1964) le figure si dilatano e si deformano, trascinate da un movimento incessante. Il critico Ermanno Krumm le immagina dentro un appartamento fatto di stanze che si aprono su altre stanze, con il telefono, la televisione, una poltrona forse occupata, e al centro di tutto «gli occhi dell’autore che, come un cineasta, non smette di indagare quanto lo circonda».
Parte da questo sguardo «Bepi Romagnoni. 2 piani», la mostra con cui la Pinacoteca Comunale di Città di Castello (Pg) rende omaggio all’artista, tra le figure più originali e radicali dell’arte italiana del secondo dopoguerra. A cura di Mario Amodeo e Lorenzo Fiorucci, l’esposizione apre dall’11 ottobre al 17 gennaio 2027. Realizzata con il Comune di Città di Castello, l’Archivio Bepi Romagnoni e Montrasio Arte, la mostra propone una selezione di opere che attraversa il percorso dell’artista, dagli anni della formazione fino agli ultimi lavori del 1964. È una vicenda concentrata in poco più di un decennio e interrotta quando la sua ricerca aveva ormai raggiunto piena autonomia e una dimensione internazionale.
Il nucleo del progetto sono i «Racconti», realizzati negli ultimi anni di vita: opere in cui pittura, disegno e frammenti fotografici si incontrano in una personale interpretazione del collage. Corpi, oggetti, ambienti, cronaca e memoria convivono in immagini discontinue, senza obbedire a una narrazione lineare. Il collage diventa così uno strumento per analizzare la realtà contemporanea. Attorno, il percorso restituisce le questioni che l’artista attraversò in pochi anni: il superamento dell’Informale, il ritorno all’immagine, il rapporto tra pittura e fotografia, la nascita della Nuova Figurazione.
Della biografia basti ricordare i passaggi che ne misurano la statura: la personale all’Institute of Contemporary Arts di Londra nel 1962 e, due anni dopo, l’invito a Documenta III di Kassel, dove espose tre tele nella stessa sezione di Larry Rivers e Robert Rauschenberg. Nello stesso 1964 lavorava al progetto «13 Festoman», che coinvolgeva tredici artisti per rendere replicabile l’opera attraverso grandi manifesti litografici, ma che non vide mai realizzato.
La mostra rientra nella 22ma «Giornata del Contemporaneo» promossa dall’Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani (Amaci) ed è il secondo appuntamento del percorso che il Comune e l’Assessorato alla Cultura, presieduto da Michela Botteghi, dedicano alla Nuova Figurazione, dopo la retrospettiva su Leonardo Cremonini del 2024-25. Accompagna l’esposizione un catalogo edito da Montrasio Arte, con testi dei curatori e un contributo dello storico dell’arte Flaminio Gualdoni.
Arianna Scinardo
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