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Uno still da «Krakatoa», 2026, di Carlos Casas

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Uno still da «Krakatoa», 2026, di Carlos Casas

«Krakatoa» di Carlos Casas apre il Sole Luna Doc Film Festival a Palermo

Il regista spagnolo porta in Sicilia un’opera-installazione tra documentario e finzione, dedicata al vulcano indonesiano e al rapporto tra uomo e natura

Arianna Scinardo

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Dare voce al grido più forte della Terra è l’ambizione dichiarata da Carlos Casas per «Krakatoa», il progetto più recente e radicale del regista e video-artista spagnolo, scelto per aprire il 6 luglio la 21esima edizione del Sole Luna Doc Film Festival nella cornice della Gam-Galleria d’Arte Moderna di Palermo. Realizzato in collaborazione con l’Istituto Cervantes di Palermo, l’evento ha portato per la prima volta in Sicilia un’opera che si muove liberamente tra documentario, finzione, cinema d’avanguardia e installazione immersiva, frutto di una lavorazione che dal 2020 si è protratta fino al 2026.

Casas (Barcellona, 1974) è oggi una delle figure più riconoscibili della scena artistica contemporanea, con un percorso che intreccia arte visiva, ricerca sonora e cinema sperimentale. I suoi lavori sono stati presentati in istituzioni come la Tate Modern di Londra, il Centre Pompidou di Parigi, il Museo Reina Sofía di Madrid e la Biennale di Venezia; da oltre vent’anni la sua ricerca si concentra su territori estremi, comunità marginali e paesaggi in trasformazione, indagando il legame ancestrale e conflittuale tra l'uomo e l'ambiente.

Con «Krakatoa», il regista assume il celebre vulcano indonesiano come metafora e chiave interpretativa del presente: la devastante eruzione del 1883, che riversò enormi quantità di cenere nella stratosfera producendo tramonti alterati in tutto il pianeta, diventa per lui il momento simbolico in cui emerge una nuova coscienza ecologica, anticipando le future «teorie di Gaia» (formulate negli anni ’70 dal chimico James Lovelock e dalla microbiologa Lynn Margulis, Ndr) sull’interconnessione tra geologia, atmosfera, clima e vita umana. Situato in un arcipelago oggi tra i più esposti agli effetti del cambiamento climatico, il Krakatoa si trasforma così in un laboratorio terrestre per osservare le dinamiche profonde degli ecosistemi.

Il nucleo narrativo del film, un lungometraggio di 74 minuti girato in 4K a colori e privo di dialoghi, racconta l’ultimo giorno di vita di Kesuma, un giovane pescatore che vive su un bagan, una piattaforma di bambù sospesa sul mare non lontano dal vulcano. Le riprese, condotte tra i paesaggi antitetici di Indonesia e Islanda, hanno dato vita anche a una versione installativa dell’opera, pensata per dissolvere i confini tra schermo, spazio e percezione.

Per questa finzione speculativa Casas ha scelto di lavorare con Roni Herliansyah, pescatore indonesiano sopravvissuto alla reale eruzione e al successivo tsunami del dicembre 2018, quando rimase alla deriva in mare per cinque giorni prima di riuscire a raggiungere la costa a nuoto: la sua esperienza diretta, portata sullo schermo come attore non professionista, trasforma il film in una rievocazione dal forte impatto realistico e catartico.

Il progetto trova il proprio motore nella dimensione sensoriale, più che nella narrazione tradizionale. La colonna sonora è firmata dal sound designer premio Oscar Nicolas Becker e dal mixatore Ken Yasumoto: il lavoro sonoro si fonda su un modello lineare di dodici ore che ricostruisce l’eruzione del 27 agosto 1883 a partire dai dati storici del gasometro conservati al Royal Institute di Londra. A chiusura del film, un epilogo concettuale composto da 6.371 fotogrammi, uno per ogni chilometro che separa la superficie dal centro geometrico della Terra.

L’estetica radicale e l’urgenza tematica dell’opera hanno immediatamente conquistato la direzione del festival palermitano (in corso fino al 12 luglio). I direttori artistici Chiara Andrich e Andrea Mura, insieme alla presidente Lucia Gotti Venturato, hanno sottolineato come il lavoro di Casas incarni perfettamente la vocazione della rassegna: esplorare le forme più innovative del documentario d’autore attraverso una ricerca che mette in discussione i confini stessi del linguaggio cinematografico, offrendo al contempo una riflessione stringente sulla sostenibilità. Una sinergia internazionale arricchita dal patrocinio dell’Istituto Cervantes, il cui direttore Juan Carlos Reche Cala ha infatti ribadito il valore di questo dialogo culturale, che per il secondo anno consecutivo vede il festival aprirsi al mondo ispanico, celebrando la visual-art come formidabile strumento di incontro tra lingue e sensibilità diverse.

Con «Krakatoa», Carlos Casas consegna al pubblico della Gam un’esperienza che va oltre la semplice visione: un viaggio tellurico e psichedelico che, attraverso suono e luce, restituisce la potenza insieme meravigliosa e terrificante del nostro pianeta.

Uno still da «Krakatoa», 2026, di Carlos Casas

Arianna Scinardo, 10 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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