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Da Cesare Ripa «Iconologia», «Felicità», 1764-67. Foto Courtesy Università di Pisa LIMES Laboratorio di Metodologie informatiche per la storia dell’arte

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Da Cesare Ripa «Iconologia», «Felicità», 1764-67. Foto Courtesy Università di Pisa LIMES Laboratorio di Metodologie informatiche per la storia dell’arte

La ricerca dell’allegria, l’iconografia del Rinascimento fa la storia degli Stati Uniti

Note strinate • Quando Thomas Jefferson mette su carta gli ideali della Dichiarazione d’Indipendenza Americana si ispira al pensiero degli illuministi e l’immaginario dei rinascimentali. Da Cesare Ripa fino a John Locke gli intellettuali di ogni epoca definiscono le forme ambigue della Felicità

Thomas Jefferson (1743-1826) è scomparso 200 anni fa. Commemorarlo seriamente, riattraversando i punti cruciali della vita di un autentico genio devastato da sbalorditive e inquietanti contraddizioni, può essere istruttivo, specie oggi, al tempo della seconda presidenza Trump. Chi infatti si stupisce o si turba nel vedere la più antica democrazia afflitta da continue e defatiganti tensioni, nonché preda di un’apparente crisi culturale e morale devastante e forse funesta, può utilmente riconsiderare la storia di Jefferson, cui sembra spettare nell’immortale ed emblematica The unanimous Declaration of the thirteen United States of America del 4 luglio 1776, l’apodittica proclamazione delle tre esigenze imprescindibili dell’essere umano: Life (e fin qui c’è poco da dire), Liberty (troviamo qualcuno che lo negherebbe!) e, last but not least, The pursuit of Happiness. E qui casca l’asino! Che cosa intendeva dire il sommo statista, avvocato, colto architetto, enologo dilettante, scrittore di raffinata qualità e dottrina, filosofo, umanista, ricco proprietario terriero e fondatore dell’Università della Virginia, nonché terzo presidente degli Stati Uniti? Non è così chiaro. Jefferson ha sempre avuto sotto di sé, ereditandoli dal padre, centinaia di schiavi, cui mai rese la libertà, e pare stuprasse sistematicamente (secondo alcune fonti forse malevoli, si noti bene) molte delle sue schiave. E da una in particolare (Sally Hemings), da quando era quattordicenne (lei, non lui che di anni ne aveva invece 44), ebbe una miriade di figli che non riconobbe, né mai la affrancò. La sua concezione di Felicità è di base illuminista francese e inglese e Locke fu uno dei suoi indiscussi e venerati riferimenti. Ma vi fu in lui anche una complessa componente massonica secondo una linea, semplificando un po’, affine a quella cui aderì il Mozart del «Flauto Magico» e di altre celebratissime, sublimi composizioni. Sarebbe quindi errato sostenere che Jefferson intendesse col termine «Happiness» soltanto la possibilità di farsi impuniti i cavoli propri solo per chi se lo può permettere, sia ben chiaro. Ma tant’è. 

Una componente di questo genere c’era, eccome! Felicità e Libertà, del resto, sono termini sempre citati a sproposito, dato che un proposito vero e proprio, al di fuori delle regole non scritte ma vigenti dell’ipocrisia e dell’opportunismo, non risulta mai perspicuo e soprattutto inequivocabile, persino quando parliamo di libertà di culto o di libertà di stampa. Figuriamoci il resto. Jefferson, che era uomo coltissimo e acutissimo, aveva probabilmente un’idea abbastanza precisa anche della concezione rinascimentale del tema della Felicità, anch’esso ambiguo e angosciante pur all’interno di una cultura progressivamente cattolicissima. Concezione che, a sua volta, avrebbe influenzato profondamente il pensiero illuminista fino agli enciclopedisti, già a far data dal quinto decennio del Settecento. Una bella traccia della concezione umanistico-rinascimentale è nell’Iconologia di Cesare Ripa (pubblicata nel 1593, ma letta sempre attraverso le xilografie dell’edizione del 1603 e oltre) che così prescrive l’immagine relativa alla Felicità: «Donna, che siede in un bel seggio regale, nella destra mano tiene il Caduceo, e nella sinistra il Cornucopia pieno di frutti, e è inghirlandata di fiori. La Felicità è un riposo dell’animo in un bene sommamente conosciuto, et desiderato, et desiderabile; però si dipingerà a sedere, col Caduceo in segno di pace, et di sapienza. Il Cornucopia accenna il frutto conseguito dalle fatiche, senza le quali è impossibile arrivare alla felicità, che per mezzo d’esse si conosce, et desidera. I Fiori sono inditio d’allegrezza, dalla quale il felice stato non si divide giammai; significa ancora il Caduceo virtù, et il Cornucopia la ricchezza, però felici sono tra di noi coloro, che hanno tanti beni temporali, che possono procedere alle necessità del corpo, et tanto virtuosi che possono alleggerire quelle dell’anima». Thomas Jefferson avrebbe apprezzato: gli elementi visivi costituenti la Felicità sono fondamentalmente la cornucopia e il caduceo. La cornucopia significa la ricchezza e i beni materiali che ne conseguono, accumulati soprattutto da chi ha la terra e la lavora adeguatamente. Il caduceo significa virtù ed è meglio non addentrarsi in tanti distinguo. Ma qui subentra il punto cruciale anche se apparentemente marginale: i fiori. I fiori, cosa mirabile, significano che la Felicità contiene in sé e genera al contempo Allegria. Come si fa a essere felici se non si è allegri? Sono dimensioni necessariamente interdipendenti, sembra dire il remoto autore italo-americano Mike Bongiorno, che ha influito molto sulle visioni del dopoguerra nel nostro Paese tra Democrazia cristiana e berlusconismo, e che usava proprio questa parola per salutare e accogliere il pubblico destinato ad almeno un momento di felicità: «Allegria!». E qualche saggio diceva: ecco, la tipica americanata. Non poi così diversa dagli spaghetti di Alberto Sordi.

Claudio Strinati, 21 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

Claudio Strinati

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