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Asmaa Jama and Gouled Ahmed, «Spike Island. Except This Time Nothing Returns From The Ashes».

Credits Dan Weill.

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Asmaa Jama and Gouled Ahmed, «Spike Island. Except This Time Nothing Returns From The Ashes».

Credits Dan Weill.

La magia della poesia pervade il primo padiglione della Somalia alla Biennale di Venezia

Tra archivio orale, diaspora e rappresentazione politica, il primo Padiglione della Somalia alla Biennale di Venezia trasforma la poesia somala in struttura espositiva e spazio di memoria attiva

Amélie Bernard

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«Saddexleey» è un principio organizzativo fondato su ripetizione, variazione e relazione. Un termine che appartiene alla tradizione poetica somala e che diventa chiave interpretativa del primo Padiglione della Somalia alla 61ª Biennale di Venezia. Un debutto significativo, commissionato dal governo federale somalo, che segna l’ingresso ufficiale del Paese nel circuito espositivo internazionale.

A partire da questo principio, il Padiglione si costruisce come spazio in cui la forma poetica non è solo contenuto, ma struttura. La triade – linguistica, simbolica e sensoriale – diventa la logica interna dell’intero progetto. La sua architettura espositiva si articola infatti su tre livelli, tre artiste e tre registri sensoriali, costruendo un percorso immersivo che guida il visitatore attraverso una progressiva stratificazione dell’esperienza. L’ingresso è segnato dall’aroma dell’incenso somalo («frankincense»), che introduce una dimensione di presenza e soglia. Da qui il percorso si sviluppa come una sequenza sensoriale: la voce poetica di Warsan Shire struttura la dimensione sonora; i lavori tessili e materici di Ayan Farah costruiscono quella visiva, attraverso pigmenti e sedimentazioni naturali; mentre le opere di Asmaa Jama, tra film, installazione e performance, intrecciano mito, archivio e narrazione diasporica. In questa costruzione, il Padiglione si configura come traduzione spaziale dell’archivio orale somalo. La poesia, nella cultura somala, non è infatti solo espressione artistica, ma struttura sociale e dispositivo di trasmissione del sapere. E l’allestimento ne trasforma la metrica poetica in architettura, dando forma a uno spazio che si propone come «archivio vivente», dove la memoria non viene conservata in modo statico, ma continuamente attivata e riattraversata.

La lettura curatoriale collega questo impianto al tema della Biennale 2026, In Minor Keys, insistendo sulla relazione tra parola, suono e materia come spazio di tensione tra fragilità e resistenza.
All’interno di questa costruzione artistica si inserisce però anche una dimensione geopolitica più ampia. La partecipazione somala è letta dalle istituzioni come un gesto di continuità e ricostruzione culturale in un contesto segnato da instabilità politica e ridefinizione degli equilibri regionali. In parallelo, alcune letture critiche collegano il progetto a tensioni recenti nel Corno d’Africa, in particolare al riconoscimento tra Israele e Somaliland del dicembre 2025. Un passaggio che ha riacceso il dibattito su sovranità, confini e dinamiche neocoloniali, confermando come l’arte, in questo contesto, operi anche come spazio di rappresentazione politica e diplomatica.

Accanto alla dimensione istituzionale, il Padiglione ha generato un dibattito critico interno. Il collettivo Warbixinta Cidda, composto da artisti e operatori culturali somali queer e della diaspora, ha espresso riserve sulla sua costruzione. Le critiche riguardano la forte presenza della diaspora tra gli artisti selezionati, la composizione interamente maschile del comitato consultivo e il ruolo attribuito a un co-curatore italiano, percepito come squilibrio rispetto a possibili competenze curatoriali somale attive sul territorio. Il collettivo ha inoltre sollevato interrogativi sulla responsabilità etica della rappresentazione culturale nazionale in contesti internazionali, evidenziando una possibile distanza tra narrazione istituzionale e pluralità delle realtà somale contemporanee. Il dibattito che ne deriva apre una riflessione più ampia su rappresentanza, diaspora e identità culturale. Al termine della Biennale, il Padiglione sarà trasferito al Museo Nazionale di Mogadiscio, dove verrà riconvertito in spazio educativo dedicato alla conservazione della tradizione orale, alla valorizzazione dell’artigianato e alla trasmissione intergenerazionale del sapere. In questa trasformazione finale si chiude il cerchio del progetto: un sistema in continua circolazione – coerente con la logica stessa del «Saddexleey» – dove la memoria non si conclude ma continua a trasformarsi.

Amélie Bernard, 09 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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