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Amélie Bernard
Leggi i suoi articoliDal 18 febbraio al 19 luglio 2026, la Francia dedica a Leonora Carrington la prima ampia retrospettiva nazionale, con un corpus di 126 opere che attraversa l’intera traiettoria dell’artista. L’operazione si colloca in un momento di revisione critica del Surrealismo, sempre più letto come fenomeno policentrico e non esclusivamente europeo. Nata nel 1917 nel Lancashire, Carrington costruisce la propria identità artistica attraverso una geografia mobile: dalla formazione italiana a Firenze, al passaggio decisivo nella Parigi surrealista, fino all’esperienza traumatica della guerra e al definitivo trasferimento in Messico. È in questo spostamento che si definisce il suo linguaggio, lontano da ogni ortodossia di gruppo.
La mostra adotta un impianto cronologico-tematico che consente di isolare alcune costanti: la relazione con il mito, l’interesse per l’alchimia e le tradizioni esoteriche, la costruzione di un immaginario ibrido in cui umano, animale e vegetale coesistono senza gerarchie. La figura della cosiddetta “donna vitruviana”, evocata dal progetto curatoriale, sintetizza questa tensione verso una forma di totalità che attraversa corpo, conoscenza e trasformazione. Il dialogo con la tradizione europea resta centrale ma viene progressivamente rielaborato. Le influenze rinascimentali, celtiche e post-vittoriane si intrecciano con la pratica surrealista maturata in Francia, per poi essere riconfigurate nel contesto messicano, dove Carrington diventa parte di una rete intellettuale e artistica che include esuli, scrittori e altri artisti migranti.
La dimensione biografica viene qui ricondotta a un dispositivo critico: l’esperienza della malattia mentale, la maternità, la condizione di migrante non sono elementi marginali, ma strutturano una visione del mondo che rifiuta modelli identitari stabili. In questo senso, Carrington si colloca ai margini del canone surrealista storico, ma oggi emerge come una delle sue figure più necessarie. L’operazione francese risponde anche a un’esigenza sistemica: riallineare la narrazione istituzionale con un processo già in atto nel mercato e nella ricerca curatoriale internazionale, che da anni riconosce in Carrington una posizione centrale. La retrospettiva agisce quindi su due livelli: consolidamento storico e ridefinizione critica. Il risultato è una rilettura che sposta il baricentro del Surrealismo, restituendolo come campo espanso, attraversato da traiettorie individuali che ne mettono in crisi l’unità. Carrington, più che un’eccezione, appare come una chiave di accesso a questa complessità.
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