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«Pilgrimage», Video Still, 2016.

Courtesy of Smail Bayaliyev.

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«Pilgrimage», Video Still, 2016.

Courtesy of Smail Bayaliyev.

Vento, passi, respiri. L’Archivio (kazako) del Silenzio è sbarcato in Laguna

Il Padiglione del Kazakistan alla 61ª Biennale di Venezia, intitolato «Qoñyr: l’Archivio del Silenzio» è Ospitato al Museo Storico Navale. Tra riferimenti alla tradizione musicale del küy Qoñyr di Äbiken Khasenov e alla poesia orale dell’Aitys, il percorso espositivo si sviluppa come esperienza sensoriale diffusa, in cui il suono costruisce lo spazio e la memoria si deposita nella materia e nelle percezioni residue

Amélie Bernard

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Stare «dentro» l’ascolto. Ridurre la distanza «dal rumore». E spostare il centro verso ciò che resta ai margini. È da qui che prende forma «Qoñyr: l’Archivio del Silenzio», il Padiglione del Kazakistan alla 61ª Biennale di Venezia. Un progetto espositivo che si costruisce come spazio da attraversare. Attraverso suono, materia e percezione.

Il Padiglione, ospitato al Museo Storico Navale dal 9 maggio al 22 novembre 2026, è curato da Syrlybek Bekbota e riunisce le opere di Ardak Mukanova, Gulmaral Tattibayeva e Natalya Ligay (ADYR-ASPAN), Anar Aubakir, Asel Kadyrkhanova, Smail Bayaliyev, Nurbol Nurakhmet, Mansur Smagambetov e Oralbek Kaboke. Pratiche diverse convivono senza cercare una sintesi unica.

Il progetto si confronta con il tema «In Minor Keys». Lo attraversa senza tradurlo direttamente. Al centro c’è «Qoñyr», parola della cosmologia kazaka che indica il marrone e insieme una qualità più ampia. Suono, odore, materia. Una forma di silenzio denso, pieno. Dentro questo silenzio restano tracce minime: vento, passi, respiro. Il riferimento musicale è il «küy Qoñyr» di Äbiken Khasenov. Nel corso del Novecento la musica kazaka attraversa un passaggio dalle tonalità maggiori alle minori: la musica diventa archivio indiretto del tempo, capace di trattenere le fratture del Paese.

Il percorso espositivo si sviluppa in sei sale del Museo Storico Navale, ma inizia prima. All’esterno, Venezia resta come fondo sonoro: acqua, passi, voci. A questo si sovrappone «Dübir», ricostruzione acustica della steppa kazaka. Il paesaggio si costruisce nel suono. Gli zoccoli dei cavalli emergono nello spazio e ne ridefiniscono la percezione.

Nel cortile, «Steppe Architectonics» di Smail Bayaliyev introduce elementi della steppa dentro l’architettura del museo. Figure equine e riferimenti paesaggistici trasformano lo spazio in territorio. La prima sala presenta «Aitys: The Limits of Translation» di Syrlybek Bekbota. Il lavoro si concentra sulla tradizione dell’Aitys, poesia orale improvvisata della cultura kazaka. Una forma basata sul confronto diretto, sulla risposta immediata, sulla costruzione del linguaggio nel momento stesso dell’azione. Le sale successive ospitano le opere di Mansur Smagambetov, Oralbek Kaboke, Nurbol Nurakhmet e Asel Kadyrkhanova. Linguaggi differenti attraversano suono, oggetto e installazione. La memoria si deposita nei materiali più che nella narrazione. In un’altra sala, «Matrix of a New Subject» di Anar Aubakir utilizza lo strato interno di una coperta in lana di cammello. Un materiale invisibile nella vita quotidiana diventa archivio. La memoria si concentra in ciò che normalmente resta nascosto. Il percorso si chiude con «Qoñyr Äulie: Immersion into the Quiet Depths» di Ardak Mukanova. Un ambiente digitale immersivo in cui luce, spazio e mito costruiscono un’esperienza percettiva sospesa tra immagine e sensazione. All’uscita, il lavoro non si interrompe. Rimane una continuità sensoriale che si estende oltre lo spazio espositivo. Perchè «Qoñyr: l’Archivio del Silenzio» si definisce: tanto pratica di ascolto, quanto un modo di spostare l’attenzione verso ciò che resta ai margini della percezione.

Amélie Bernard, 01 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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