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«Chiosco romano», Naqa, I sec. d.C.

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«Chiosco romano», Naqa, I sec. d.C.

La guerra in Sudan minaccia un patrimonio artistico millenario a lungo dimenticato

Rita Freed pubblica le sue approfondite ricerche sulla regione della Nubia a partire dalle relazioni del territorio con la Valle del Nilo fino alle influenze del Sudan nell’immaginario culturale afroamericano. Un manifesto all’indipendenza e importanza artistica di una regione a lungo considerata satellite della civiltà egizia

Francesco Tiradritti

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Il libro di Rita Freed esce in un momento molto triste per il Sudan, luogo in cui la cultura nubiana ebbe il proprio sviluppo. Da oltre tre anni il Paese è devastato da una sanguinosa guerra interna che appare senza sbocco e della quale il mondo intero non si preoccupa. Eppure questa Nazione, che oggi appare dimenticata, è stata culla di fiorenti civiltà a partire dall’8000 a.C. Il volume prende le mosse proprio da quest’epoca remota con un approccio estremamente innovativo, soprattutto perché l’autrice cerca, riuscendoci, di liberarsi dalla comune concezione che le culture succedutesi in questa vasta regione soffrissero di una forte dipendenza dalla civiltà egizia a nord. Il libro pone perciò in risalto quanto di originale ha prodotto la Nubia (la regione che va da Assuan fino a Khartoum), mostrandone soprattutto la tendenza naturalistica e la propensione per soluzioni coloristiche sgargianti. Molte le novità. Tra quelle di maggior rilievo, una disamina aggiornata del periodo che prende il nome dal sito di Kerma (2600-1500 a.C.), un tempo capitale di un regno le cui tracce si trovano a nord, in territori di norma orbitanti nella sfera culturale egizia. Ampio spazio viene dato all’architettura di questo periodo della quale le recenti ricerche di Charles Bonnet e Dominique Valbelle hanno saputo bene porre in rilievo le peculiarità autoctone. 

La storia della Nubia è fatta di lunghi silenzi ed è proprio nell’epoca successiva alla scomparsa di Kerma, il cui racconto resta ancora da scrivere, che si datano le tombe di Hillat el-Arab, scoperte da Irene Vincentelli. Il libro è il primo a sottoporre agli occhi del grande pubblico questa ricerca tutta italiana. I sepolcri, decorati con figure stilizzate, sono databili tra il XIII e il XII secolo a.C. e precedono di quasi mezzo millennio l’avvento del regno di Napata (l’odierna Karima), talmente ricco e potente da arrivare a inglobare tutta la Valle del Nilo (780-270 a.C.). I cosiddetti «faraoni neri» assimilarono così tanto le caratteristiche dei vicini settentrionali da rendere difficile l’identificazione di un apporto originale nubiano nella cultura egizia contemporanea. Lo stesso discorso vale anche per il regno con capitale a Meroe la cui cultura, pur continuando a trarre ispirazione dall’arte egizia, recepì anche gli insegnamenti dell’Ellenismo e del mondo romano. Il libro non si ferma con la conquista della Nubia da parte del regno cristiano di Axum, ma esplora anche l’influsso che l’idea della Nubia, che seppe tenere testa agli Egizi prima e ai Romani poi, ha avuto nell’immaginario della collettività afroamericana. Si soffermano su questo fenomeno la magistrale introduzione di Henry Louis Gates Jr., le schede di vari autori lungo tutto il libro e il capitolo finale, ponte tra antichità e mondo contemporaneo. Il volume possiede molte qualità, tra le quali spicca la chiarezza dell’esposizione e l’esaustiva concisione con cui sono trattati i vari temi. È un ottimo modo per entrare in contatto con il Sudan e con le culture che vi fiorirono e lasciarsi conquistare dalla loro arte, così solare e piena di vita.

 

Ancient Nubian Art: A History,
di Rita Freed, prefazione di Henry Louis Gates Jr., 288 pp., ill. b/n e col., J. Paul Getty Museum Publications, Los Angeles 2026, € 52,16

Francesco Tiradritti, 01 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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