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«Disegnare era il nostro modo di giocare insieme»: Marina Comandini ricorda Andrea Pazienza

La pittrice e illustratrice riflette sull'eredità del marito artista, sui rischi di finanziarizzazione del settore e sul nuovo status del fumetto nell'arte contemporanea

Francesco Tiradritti

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Marina Comandini è nata a Roma il 23 maggio 1963 e tiene da sempre in mano il pennello con il quale ha realizzato fumetti, illustrazioni, racconti, murales e quadri. È stata sposata con Andrea Pazienza che di lei diceva che sapesse usare i colori in modo fiabesco. Vive oggi in Toscana a diretto contatto con natura e animali, che ha riprodotto per anni per conto di varie importanti associazioni ambientaliste. Adora viaggiare, soprattutto in luoghi dove può dedicarsi a lunghe immersioni che per lei sono un po’ come andare su Marte.

Fino a settembre il MAXXI di Roma ospita una mostra dedicata ad Andrea Pazienza. Cosa rappresenta per il fumetto a quasi quarant’anni dalla sua scomparsa?
Si tratta sicuramento di un momento epocale, perché è la prima volta che un fumettista viene davvero considerato un artista. La mostra è, infatti, ospitata nell’edificio progettato da Zaha Hadid che è lo spazio più importante del MAXXI. In precedenza, avevano organizzato eventi dedicati a Zerocalcare e Jacovitti, ma in edifici secondari. È sicuramente una consacrazione di Andrea, che è stato molto più di un semplice fumettista. Rispecchia però anche un mutato atteggiamento verso questa espressione artistica. 

Per cui la mostra non è soltanto una retrospettiva su Andrea Pazienza ma una sorta di glorificazione del fumetto?
La mostra va assolutamente in questa direzione. È anche un riconoscimento dovuto perché il mondo dell'arte contemporanea ha sempre attinto a piene mani dal fumetto. Parlo di un po’ tutte le discipline artistiche: pittura, fotografia, cinema, musica, eccetera. Malgrado ciò, al fumetto non è stato mai veramente riconosciuto un ruolo primario, liquidandolo come una forma d’arte popolare di non ben definita validità e collocazione. Trovo perciò strabiliante la decisione presa dal MAXXI. E non dimentichiamoci che, a fine dell’anno passato, hanno ospitato “La matematica del segno”, sempre dedicata ad Andrea, nella sede dell’Aquila.

Quella di Roma si chiama “Non sempre si muore”. Qual è il rapporto tra le due mostre?
Direi che sono complementari. All’Aquila erano esposte 300 opere, a Roma ce ne sono circa 600 e soltanto un 20% sono state selezionate per entrambe le sedi. All’Aquila l’affluenza di pubblico è stata altissima e anche a Roma mi hanno detto che è elevata. Ci sono anche tanti visitatori stranieri. Magari sono lì per il MAXXI, ma che visitino anche la mostra di Andrea significa sicuramente che la sua arte ha valicato i nostri confini.

Marina Comandini

Il fumetto sembra però oggi attraversare una nuova crisi. 
Per la generazione di Andrea e mia il fumetto, oltre che come intrattenimento, serviva da mezzo di comunicazione. Basti pensare a come è stato utilizzato dai vari movimenti giovanili tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Da questo punto di vista esistono oggi poderosi rivali come internet e i social media. Però anche lì c’è una forte attenzione al fumetto e al suo linguaggio. Non parlerei perciò di crisi, ma di un diverso il modo di approcciarsi. Lo dimostrano il fenomeno dei cosplayer, ma anche l’incremento del pubblico dedito ai videogiochi. In entrambi casi, sono diretta derivazioni di fumetti. Non a caso Lucca Comics ha aggiunto Games e ora sfiora le 200.000 presenze. 

Perciò l’attuale crisi del fumetto rientra nell’ambito più generale di quella dell’editoria. 
Edicole e librerie chiudono e manca perciò l’elemento vitale della distribuzione. Le case editrici optano così più su autori consolidati che su giovani emergenti. I talenti però ci sono. Negli ultimi anni ho visto crescere la qualità degli autori e questo, a mio avviso, dimostra un’incredibile vitalità del settore. Il problema è che con la carriera del fumettista è quasi impossibile sbarcare il lunario. In Italia abbiamo comunque una scuola di lunga tradizione. Bravissimi fumettisti nostrani lavorano oggi per Marvel e Disney. Quello che manca è, anche qui, l’aiuto dello stato che, ancora legato alla concezione del fumetto come arte minore, non lo ritiene degno di una reale attenzione dal punto di vista delle sovvenzioni. 

In questa prospettiva, come vedi il suo futuro? 
Mi auguro davvero che il fumetto riceva il giusto riconoscimento artistico. Non vorrei però che perdesse la libertà espressiva di cui ha goduto sinora. Essere stato considerato una non-arte, ha fatto sì che non destasse l’attenzione delle autorità. Non vorrei che un maggiore interesse implicasse anche una censura. È un rischio che appare remoto, ma c’è. Un pericolo più concreto, lo stesso cui è andata incontro l’arte contemporanea, è che la committenza cominci a essere più interessata al valore monetario dell’opera che a quello artistico. Oggi un’opera viene acquistata più per una sua possibile rivalutazione futura e diventa perciò alternativa a un qualsiasi altro investimento. Questo, a mio avviso, ha decretato la morte di numerose forme artistiche. 

In effetti, le opere di alcuni autori e le tavole originali di alcuni fumetti cominciano ad avere quotazioni abbastanza consistenti sul mercato dell’arte.
Sì, è vero. Come sempre è Andrea a fare la arte del leone, ma ci sono anche altri fumettisti che destano molto interesse. Il solito Jacovitti, ma anche Pratt ha quotazioni notevoli, poi Crepax, Bonvi e Magnus. Esistono anche case d’aste specializzate. Mi vengono in mente la Little Nemo di Torino e l’Urania a Parma.

In che modo ritieni che tu e Andrea vi siate influenzati dal punto di vista artistico?
La nostra storia è purtroppo durata troppo poco. Dal giorno in cui ci siamo conosciuti a quando Andrea se n’è andato sono passati tre anni. Anni in cui abbiamo condiviso tutto, eravamo molto simili, lo stesso rapporto con la natura, i viaggi, gli amici e anche l’arte. Avevamo un grande studio con tanti tavoli e passavamo le giornate uno accanto all’altra a disegnare. Ogni tanto Andrea mi passava delle cose da fare “Per favore, mi colori questo disegno?” oppure “Mi fai uno sfondo per il mio personaggio animato?” o anche “Aiutami a finire questo immenso fondale di teatro”. Abbiamo fatto molte cose che sono rimaste, ma in realtà era un modo di giocare insieme e in questo gioco ci scambiavamo pareri e approcci. Ovviamente lui era già un gigante e io sono stata completamente permeata dal suo modo di fare arte, ma anche lui ha preso qualcosina da me, come per esempio una certa palette di colori che mi era propria e il modo di disegnare cavalli.

Come ti poni rispetto a questa evoluzione artistica del fumetto?
Ne ho cominciato a disegnare uno sulla bellissima sceneggiatura di un mio amico, ma in questo periodo preferisco dedicarmi all’illustrazione. Sto esplorando le possibilità di quanto ho imparato come fumettista dedicandomi ad altre forme espressive. Ho sentito il bisogno, per esempio, di scindere la scrittrice dalla disegnatrice. 

I tuoi lavori più recenti?
Una delle più belle esperienze di questi ultimi anni sono state le tre performance con David Rondino, amico carissimo e persona di enorme cultura recentemente scomparso. Mentre lui suonava e cantava, io dipingevo. Due delle serate erano dedicate agli etruschi, la terza prendeva spunto da un testo di Marguerite Yourcenar ed era incentrata sulla dea Kalì. A maggio  ho invece condiviso la scena con la cantante Suz al Centro Sociale della Pace di Bologna. Una galleria d’arte della stessa città mi ha chiesto una mostra di opere originali per il prossimo ottobre. Ho cominciato a riflettere sul tema da proporre. Sto pensando a qualcosa di politico. Vedremo…

Francesco Tiradritti, 28 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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