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Rosalie D’Hérin Seris, «Donna in studio» (dettaglio), Saint-Vincent, anni 1920.

©Archivio BREL - Fondo Seris

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Rosalie D’Hérin Seris, «Donna in studio» (dettaglio), Saint-Vincent, anni 1920.

©Archivio BREL - Fondo Seris

La fotografa che riscrive la storia della fotografia italiana. L'archivio ritrovato di Rosalie D'Hérin Seris

Settecento negativi su lastra di vetro riportano alla luce il lavoro di una fotografa professionista attiva tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento. Un'esposizione che non recupera soltanto una figura dimenticata, ma propone una rilettura della fotografia italiana a partire dai suoi margini

Nicoletta Biglietti

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È la fine dell'Ottocento. Una giovane donna lascia il suo piccolo paese della Valle d'Aosta per imparare a fotografare. Non segue un maestro. Né entra nella bottega di un grande atelier. Sceglie invece di mettersi in viaggio con un fotografo ambulante, apprendendo sul campo un mestiere che, all'epoca, appartiene quasi esclusivamente agli uomini. Una scelta tanto insolita quanto faticosa: fotografare significava trasportare pesanti lastre di vetro e ingombranti macchine a soffietto lungo i sentieri della valle, sfidando anche il pregiudizio di un'epoca che guardava con sospetto una donna dietro l'obiettivo. È da questa decisione, tanto insolita quanto audace, che prende avvio la vicenda di Marie Rosalie D'Hérin Seris (1871-1956). Una storia che la prima mostra monografica a lei dedicata, allestita nella Chiesa di San Lorenzo di Aosta, restituisce finalmente nella sua complessità. Ma il valore dell'esposizione va oltre il recupero di una biografia dimenticata. Invita infatti a ripensare una pagina della storia della fotografia italiana, ancora largamente costruita attorno ai grandi centri urbani, agli atelier più affermati e a una genealogia prevalentemente maschile.

Per decenni, la storiografia ha privilegiato i grandi nomi, le città in cui si concentravano studi e committenze, le figure considerate protagoniste dell'evoluzione del linguaggio fotografico. Molto meno spazio è stato riservato alle realtà periferiche, agli archivi locali e alle professioniste che, tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, contribuirono a definire la cultura visiva del proprio tempo senza entrare nel racconto ufficiale. Negli ultimi anni questa prospettiva è stata profondamente rivista. Come ha osservato la storica dell'arte Linda Nochlin nel suo ormai classico «Why Have There Been No Great Women Artists?», il problema non risiede nell'assenza di figure femminili di rilievo, ma nei meccanismi culturali che ne hanno limitato il riconoscimento. Il caso di Rosalie D'Hérin Seris sembra confermare proprio questa dinamica: non una protagonista "ritrovata", ma una presenza che costringe a riconsiderare i criteri stessi con cui la storia è stata costruita.

Nata nel 1871 a Montjovet, in una famiglia contadina, Rosalie cresce in un contesto apparentemente distante da qualsiasi prospettiva professionale legata alla fotografia. L'incontro con un fotografo ambulante cambia però il corso della sua vita. Da lui apprende le basi del mestiere e, successivamente, raggiunge Torino per perfezionare le tecniche di ripresa e di stampa. Una scelta tutt'altro che ordinaria. Alla fine del XIX secolo fotografare significava padroneggiare procedimenti chimici, conoscere il funzionamento di apparecchi complessi, sviluppare e stampare autonomamente le immagini. Un sapere tecnico che rimaneva, nella quasi totalità dei casi, prerogativa maschile. Se molte donne trovavano spazio soprattutto nel lavoro invisibile della camera oscura, occupandosi del ritocco o della stampa dei negativi realizzati da altri, Rosalie D'Hérin Seris sceglie invece di assumere direttamente il ruolo di autrice delle immagini, costruendo la propria identità professionale attraverso la pratica fotografica sul campo.

Il documento che nel 1899 la registra come fotografa professionista assume così un valore che supera il dato biografico. Come sottolinea la curatrice Daria Jorioz, la sua attività si colloca in una fase in cui le donne impegnate professionalmente nella fotografia erano ancora rarissime nel panorama italiano. Prima ancora che un'affermazione artistica, la sua rappresenta dunque una conquista professionale e sociale: la costruzione di un'identità autonoma attraverso una competenza tecnica che consentì a Rosalie di esercitare un mestiere, gestire una clientela e conquistare una propria indipendenza economica.

La mostra prende forma a partire dal Fondo Seris, conservato presso il Bureau Régional Ethnologie et Linguistique della Valle d'Aosta. Circa settecento negativi originali in bianco e nero alla gelatina-bromuro su lastra di vetro costituiscono il nucleo di un archivio che non documenta soltanto un percorso individuale, ma restituisce uno spaccato della società valdostana tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento. Dalle oltre settecento lastre sono state selezionate ventinove immagini, riprodotte in grande formato attraverso un rigoroso lavoro filologico realizzato da Enrico Peyrot, alternando stampe ai sali d'argento e tecnologie digitali nel rispetto delle caratteristiche originarie dei materiali.

Non è una scelta secondaria. Negli ultimi decenni studiosi come Elizabeth Edwards hanno mostrato come la fotografia non possa essere considerata soltanto un'immagine, ma anche un oggetto materiale. Supporti, emulsioni, formati e procedimenti di stampa custodiscono informazioni essenziali sulla storia delle fotografie e sulle pratiche che le hanno generate. Restituire la consistenza dei negativi su vetro significa quindi conservare anche la memoria del lavoro della fotografa, della sua manualità e del contesto tecnico entro cui le immagini sono nate.

Osservando le fotografie emerge un linguaggio sorprendentemente personale. Pur operando prevalentemente nell'ambito del ritratto commerciale, Rosalie D'Hérin Seris evita la rigidità che caratterizza molta produzione coeva. La luce naturale modella i volti senza teatralità. Le pose appaiono misurate ma raramente convenzionali. Gli elementi vegetali, gli scorci architettonici, gli sfondi aperti dialogano con i soggetti invece di limitarsi a fare da quinta scenografica. Ogni fotografia sembra cercare un equilibrio tra compostezza formale e naturalezza, tra rappresentazione sociale e individualità.

È proprio qui che il suo lavoro acquista una particolare attualità. I suoi ritratti non raccontano soltanto delle persone. Raccontano una società in trasformazione. Davanti al suo obiettivo passano gli abitanti della Valle, ma anche i villeggianti della Fons Salutis di Saint-Vincent, tra le località termali più frequentate dell'epoca. Si incontrano mondi differenti: la cultura alpina e la borghesia urbana, le tradizioni locali e i primi segnali di una modernità che modifica comportamenti, abitudini e forme dell'autorappresentazione. Per molti abitanti delle vallate il ritratto fotografico rappresentava spesso l'unica testimonianza della propria esistenza, mentre i soggiorni della borghesia termale introducevano nuovi modelli di rappresentazione sociale. Nelle immagini convivono così i volti dei pastori e dei contadini con quelli dei villeggianti, gli abiti della tradizione alpina e l'eleganza della Belle Époque. Le fotografie finiscono quindi per assumere anche un valore storico e antropologico, restituendo le trasformazioni di un territorio nel momento in cui il turismo termale contribuisce a ridefinirne l'identità.

E questo aspetto emerge con forza anche in mostra. Perché le fotografie di Rosalie D'Hérin Seris non vengono presentate come semplici testimonianze documentarie né come curiosità biografiche. Entrano invece in un discorso più ampio sul ruolo degli archivi nella costruzione della conoscenza. Come ha scritto Geoffrey Batchen, gli archivi fotografici non sono depositi immobili del passato, ma luoghi capaci di produrre nuove letture storiche. Ogni fondo riportato alla luce modifica inevitabilmente il racconto complessivo della fotografia.

E in questo senso il Fondo Seris rappresenta molto più di una raccolta di negativi. Dimostra quanto la storia della fotografia italiana sia ancora aperta a revisioni, ampliamenti e nuove prospettive. Non perché manchino le immagini, ma perché continuano a emergere vicende rimaste a lungo ai margini, capaci di mettere in discussione narrazioni consolidate.

A oltre un secolo dalla sua attività, Rosalie D'Hérin Seris torna così a occupare il posto che le spetta. Non come un'eccezione da celebrare, ma come parte di una storia più ampia, nella quale anche i percorsi marginali contribuiscono a definire il volto della fotografia italiana. Le sue lastre di vetro raccontano una professione, un territorio e una società in trasformazione, restituendo la complessità di uno sguardo che ha saputo trasformare la periferia in un osservatorio privilegiato sulla modernità.

Rosalie D’Hérin Seris Villeggianti, Saint-Vincent, anni 1920. ©Archivio BREL - Fondo Seris

Nicoletta Biglietti, 25 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

Nicoletta Biglietti

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La fotografa che riscrive la storia della fotografia italiana. L'archivio ritrovato di Rosalie D'Hérin Seris | Nicoletta Biglietti

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