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Polittico di San Gregorio

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Polittico di San Gregorio

Cinque secoli di sopravvivenza, tre minuti per rubarlo: la storia del Polittico di San Gregorio di Antonello da Messina

Realizzato nel 1473 per il monastero di Santa Maria extra moenia, il Polittico di San Gregorio è l'unica grande opera di Antonello da Messina rimasta nella città natale dell'artista. Smembrato già nel Cinquecento, danneggiato da un restauro ottocentesco e sopravvissuto al terremoto del 1908, il capolavoro sembrava aver superato ogni prova della storia. Il furto di tre delle cinque tavole superstiti rappresenta oggi una nuova, drammatica mutilazione di uno dei vertici del Rinascimento italiano.

Virginia Djurberg

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Il furto consumato nella notte di Ferragosto al Museo Regionale Interdisciplinare di Messina ha ferito il capolavoro che più di ogni altro racconta il legame tra il maestro siciliano e la sua città. Il Polittico di San Gregorio, realizzato nel 1473, è infatti l'unica grande opera di Antonello rimasta per oltre cinque secoli a Messina, attraversando terremoti, restauri, dispersioni e guerre senza mai lasciare definitivamente il luogo per il quale era stata concepita. Oggi quella storia di straordinaria sopravvivenza si interrompe con una nuova mutilazione. La pala fu commissionata dalla badessa Fabria Cirino per il monastero di Santa Maria extra moenia, conosciuto anche come monastero di San Gregorio. Antonello aveva poco più di trent'anni e stava elaborando quel linguaggio destinato a trasformare la pittura italiana del Quattrocento. L'opera era composta originariamente da sei tavole inserite entro una monumentale cornice lignea dorata, oggi perduta. Al centro sedeva la Madonna col Bambino, incoronata dagli angeli e identificata come Madonna del Rosario per il rosario dipinto sul gradino del trono; ai lati comparivano San Gregorio Magno e San Benedetto, mentre nel registro superiore trovavano posto l'Angelo Annunciante, la Vergine Annunciata e, probabilmente, un Cristo in Pietà sorretto dagli angeli, tavola già dispersa nel XVI secolo. Sul cartiglio ai piedi della Vergine Antonello lasciò una delle sue rarissime firme: Antonellus messanensis me pinxit, una dichiarazione d'identità che lega indissolubilmente il dipinto alla città.

Il Polittico occupa una posizione decisiva nella carriera dell'artista. La struttura conserva ancora l'impianto tardogotico del polittico a scomparti e il fondo oro medievale, ma la concezione dello spazio appartiene ormai pienamente al Rinascimento. Antonello unifica le tavole attraverso un unico basamento prospettico che attraversa tutti i pannelli, costruisce una scena continua e introduce una monumentalità che guarda a Masaccio e Piero della Francesca, fondendola con la raffinatezza tecnica appresa dalla pittura fiamminga. La precisione con cui descrive tessuti, gioielli, trasparenze e riflessi rende il dipinto uno dei vertici assoluti della pittura del Quattrocento. Roberto Longhi descrisse il grande mantello della Vergine come una «finissima campana di cristallo terso», mentre ogni dettaglio iconografico (dalle ciliegie simbolo della Passione al corallo rosso appeso al collo del Bambino, fino alle rose della corona mariana) contribuisce a costruire un sofisticato linguaggio teologico e simbolico.

La storia conservativa del Polittico è però quasi drammatica quanto quella del recente furto. Già nel Cinquecento la monumentale cornice venne smontata e una delle tavole scomparve, lasciando il complesso incompleto. Nel 1842 l'opera subì un pesante intervento di pulitura con sostanze abrasive che impoverirono irrimediabilmente parte della superficie pittorica. Ma il momento più tragico arrivò il 28 dicembre 1908, quando il terremoto che distrusse Messina rase al suolo anche l'ex monastero di San Gregorio, nel frattempo trasformato in museo civico. Le tavole rimasero esposte per giorni sotto la pioggia battente, perdendo ampie porzioni del manto della Vergine e della figura di San Gregorio. A partire dal 1912 il restauratore Luigi Cavenaghi avviò un lungo e delicato intervento di recupero, ricostruendo molte lacune sulla base delle fotografie storiche. Seguirono ulteriori restauri negli anni Quaranta presso l'Istituto Centrale del Restauro di Roma, quindi nuovi interventi nel 1981 e nel 2005-2006, in occasione della grande mostra dedicata ad Antonello alle Scuderie del Quirinale. Ogni generazione di restauratori ha cercato di restituire leggibilità a un'opera che sembrava destinata a perdere progressivamente parti della propria storia.

Nel 2013 il Polittico è stato inserito tra i Beni Inamovibili della Regione Siciliana, riconoscendone il carattere identitario e il valore storico assoluto. Non è soltanto uno dei massimi capolavori di Antonello da Messina: è il simbolo della stagione in cui Messina fu uno dei principali centri culturali del Mediterraneo e una delle opere più rappresentative dell'intero Rinascimento italiano. Insieme alle tavole del Polittico è stata sottratta anche la celebre Tavoletta bifronte, piccolo dipinto destinato alla devozione privata con la Madonna col Bambino benedicente e un francescano in adorazione sul recto e il Cristo in Pietà sul verso. La sua vicenda è molto più recente ma altrettanto significativa. Attribuita definitivamente ad Antonello soltanto nel 2003, venne acquistata nello stesso anno dalla Regione Siciliana attraverso un'asta di Christie's, proveniente dalla collezione dell'imprenditore tedesco Wilhelm Soldan. Determinante fu allora anche l'impegno di Vittorio Sgarbi, che sostenne pubblicamente la necessità di riportare l'opera in Sicilia, dove da oltre vent'anni rappresentava uno dei pezzi più preziosi del percorso dedicato ad Antonello al MuMe.

Il paradosso di questa vicenda è difficile da ignorare. Per oltre cinque secoli il Polittico di San Gregorio aveva resistito allo smembramento, a restauri invasivi, al terremoto più devastante della storia italiana e al trascorrere del tempo. È sopravvissuto alle catastrofi naturali e agli errori dell'uomo. Sono bastati pochi minuti, nella notte di Ferragosto, per infliggergli una nuova mutilazione. E' la seconda grande ferita nella storia di un'opera che sembrava aver già pagato un prezzo altissimo alla storia. Oggi, più che il valore economico delle tavole trafugate, colpisce il valore simbolico di un capolavoro che, dopo aver attraversato indenne cinque secoli, è stato ferito nel momento in cui avrebbe dovuto essere meglio protetto.

 

 

Virginia Djurberg, 16 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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