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Bugarin + Castle, Mr. Mimic [Submit to Sound], 2026. Foto (dettaglio), per gentile concessione degli artisti e di Scotland + Venice © Bugarin + Castle

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Bugarin + Castle, Mr. Mimic [Submit to Sound], 2026. Foto (dettaglio), per gentile concessione degli artisti e di Scotland + Venice © Bugarin + Castle

La Scozia porta in Biennale una politica dell’umiliazione

Alla Biennale Arte 2026, Scotland + Venice presenta a Olivolo un progetto che attraversa storia, identità e rituali collettivi. Bugarin + Castle rielaborano pratiche europee di pubblica umiliazione trasformandole in un dispositivo contemporaneo che intreccia scultura, video e performance. Un lavoro che mette in tensione memoria, politica dei corpi e costruzione dell’identità, tra Scozia e diaspora filippina.

Lavinia Trivulzio

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L’edizione 2026 di Scotland + Venice, curata dal Mount Stuart Trust, sceglie di lavorare su un terreno assai complesso: la costruzione sociale della vergogna e i suoi dispositivi storici. Il progetto di Davide Bugarin e Angel Cohn Castle, presentato negli spazi di Olivolo a Castello, si colloca dentro una linea di ricerca che attraversa archivi, pratiche rituali e identità contemporanee. Il punto di partenza è preciso: le forme europee di “rough music”, charivari e scampanate, rituali collettivi di pubblica umiliazione utilizzati per disciplinare comportamenti devianti. Non si tratta di una semplice rievocazione storica. Il lavoro opera per trasposizione.

Attraverso scultura, immagine in movimento e interventi performativi, questi rituali vengono riscritti in un linguaggio visivo stratificato che mette in relazione materiali eterogenei: trascrizioni giudiziarie medievali, iconografie satiriche settecentesche, armature, karaoke, cultura visiva filippina. Il dispositivo è dichiaratamente ibrido. La linearità narrativa viene sostituita da una costruzione processionale, quasi carnevalesca, dove ogni elemento mantiene autonomia e frizione.

Il nodo centrale è politico. Bugarin + Castle lavorano sulla vergogna come spazio di produzione di identità. Non come categoria da rimuovere, ma come campo da ridefinire. In questo senso, il progetto si inserisce nel dibattito contemporaneo sulle soggettività queer e trans, evitando però una lettura illustrativa o didascalica. La dimensione diasporica introduce una variabile ulteriore: la vergogna come costruzione culturale mobile, non uniforme. Le opere principali esplicitano questo impianto. At Certayne Tymes articola una scultura in cui elementi meccanici, anatomici e vocali si sovrappongono, suggerendo un corpo collettivo e instabile. Submit to Sound lavora invece sulla voce, intrecciando esercizi di femminilizzazione vocale con tracce musicali prodotte a Manila. Il suono diventa dispositivo di trasformazione identitaria. Nocturnal Amusements, installazione che attraversa lo spazio espositivo, introduce una domanda diretta -“Are You Discreet?”- che sposta la responsabilità sullo spettatore, chiamato a posizionarsi.

L’operazione non propone sintesi. Mantiene aperta la tensione tra controllo e libertà, tra disciplina e autodeterminazione. La vergogna non viene neutralizzata, ma estesa come campo emotivo e politico in cui coesistono conflitto e intimità. All’interno della geografia della Biennale, il progetto segnala anche un’altra dinamica. Scotland + Venice non costruisce un’identità nazionale chiusa, ma lavora su una Scozia dichiaratamente transnazionale, interconnessa, capace di utilizzare Venezia come piattaforma di amplificazione. Il ruolo del Mount Stuart Trust è in questo senso strategico: un’istituzione radicata territorialmente che utilizza la Biennale per ridefinire il proprio raggio d’azione internazionale. La traiettoria del progetto conferma questa logica. Dopo Venezia, la mostra tornerà sull’isola di Bute e proseguirà in un tour nel Regno Unito, sostenuto da Art Fund. Non è un episodio isolato, ma parte di una circolazione più ampia.

 

Lavinia Trivulzio, 01 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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