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Chiara Massimello
Leggi i suoi articoliDa pochi giorni è terminata, a Palazzo Strozzi, la mostra «Rothko a Firenze» cocurata da Elena Geuna e Christopher Rothko. È stato lo stesso Arturo Galansino, direttore della Fondazione Palazzo Strozzi, ad annunciare che l’esposizione è stata visitata da più di 300.000 visitatori, il numero più elevato nella storia ventennale dell’istituzione. Fino al 22 novembre, in concomitanza con la 61ma Biennale di Venezia, è aperta, alle Procuratie in piazza San Marco (Smac - San Marco Art Centre), la retrospettiva dedicata ad Alighiero Boetti curata da Elena Geuna e realizzata con le indicazioni scientifiche dell’Archivio Alighiero Boetti e il supporto di Ben Brown Fine Arts. La mostra ripercorre 25 anni di sperimentazione di uno dei più grandi artisti italiani del dopoguerra attraverso circa 80 opere iconiche della sua ricerca artistica. Dal 28 ottobre al 7 marzo 2027, il Mauto - Museo Nazionale dell’Automobile di Torino presenta «Full Speed», la prima mostra italiana dedicata a Gerald Laing (1936-2011), uno dei massimi protagonisti della Pop Art britannica, curata da Elena Geuna in collaborazione con The Estate of Gerald Laing.
Agatha Christie diceva: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, tre indizi fanno una prova». Abbiamo chiesto a Elena Geuna, curatrice indipendente e consulente d’arte contemporanea, da anni residente a Londra, se si tratta semplicemente di una felice coincidenza, o se in Italia si respira un’aria nuova per l’arte internazionale del dopoguerra:
«Penso entrambe le possibilità. Sono tre progetti a cui ho lavorato a lungo e con passione e per cui era necessario trovare le tempistiche, le sedi e l’organizzazione giusta per essere realizzati. Si tratta di spazi diversi ma che ben rappresentano la dinamicità delle istituzioni culturali italiane. Palazzo Strozzi, grazie a un’attenta programmazione internazionale, è da tempo una delle più importanti realtà culturali italiane; il Mauto, tra i più antichi musei dell’automobile al mondo, ha arricchito la sua incredibile collezione d’auto con una rigorosa offerta espositiva. La Biennale di Venezia, tra padiglioni ed eventi collaterali, è da sempre un richiamo di successo mondiale e lo Smac è un nuovo bellissimo spazio ristrutturato da David Chipperfield. Essere riuscita a organizzare tutte e tre le mostre in Italia e in sedi così prestigiose è per me un grande onore».
Parlando della mostra al Mauto, Gerald Laing, pur avendo partecipato a metà degli anni ’60 al fermento della Pop Art, è rimasto sempre un artista un po’ ai margini. Tuttavia, già negli anni ’60, mentre frequentava la St Martin’s School of Art di Londra, era in contatto con Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Robert Indiana e James Rosenquist. Come cambiò la sua vita e la sua arte quando nel 1963 decise di andare a New York?
New York fu per Laing una vera e propria scoperta. Aveva già assorbito, attraverso l’insegnamento dell’artista Richard Smith alla St Martin’s School of Art, l’energia della pubblicità e dei mass media americani, ma è nella città stessa che trova la conferma di quell’intuizione. Lavora per un breve periodo nello studio di Robert Indiana, incontra Lichtensteine Warhol, e capisce che le dimensioni, il rumore e la coesistenza tra culture a New York sono il terreno ideale per il linguaggio che stava cercando. Non è un caso che l’anno successivo, invitato dal gallerista Richard Feigen per la sua prima personale nel 1964, decida di trasferirvisi definitivamente. È a New York che la sua pittura si allontana per sempre dalle tendenze dei colleghi britannici, avvicinandosi all’audacia formale di Lichtenstein e Indiana. Il trasferimento diventa dunque non solo geografico, ma si traduce nella scelta di misurarsi con un contesto dove i mass media diventavano un vero e proprio soggetto pittorico. Da lì in avanti, l’automobile, l’astronauta, il paracadutista diventano gli eroi di una mitologia contemporanea che Laing costruisce da vero e proprio protagonista, e non come mero osservatore esterno.
Nei primi anni ’60, Laing in Inghilterra, Lichtenstein a New York e Polke a Düsseldorf lavoravano a un concetto di pittura molto simile. Un esercizio formale o una vera innovazione tecnica?
Penso che siano questi due aspetti a rendere il fenomeno così interessante. Laing mette a punto la sua tecnica di puntinatura dipinta a mano nel 1962, un anno dopo i primi esperimenti di Lichtenstein con la retinatura Ben-Day, mentre Sigmar Polke a Düsseldorf arriva a soluzioni analoghe intorno al 1963, imprimendo una gomma intinta nel colore su una griglia. Tre artisti, su due continenti, convergono sullo stesso paradosso: dipingere a mano, laboriosamente, ciò che nasce come processo meccanico. Si potrebbe quasi considerare come il sintomo di un’urgenza condivisa, in cui il punto a mezzotono era diventato l’unità minima attraverso cui la modernità organizzava e distribuiva le proprie immagini, dal giornale al manifesto pubblicitario. Per Laing questa tecnica pittorica significava rendere il mezzo stesso il soggetto del quadro, mettere in scena l’ambivalenza tra l’integrità dell’immagine vista da lontano e la frammentarietà di segni che la compongono da vicino. Quindi sì, è un’innovazione tecnica, ma è anche una riflessione filosofica sul rapporto tra prossimità e leggibilità, tra il mezzo e il significato che veicola.
Nelle sue opere Laing raffigura star del cinema, giovani donne in abiti alla moda (iconico, il suo dipinto di Brigitte Bardot del 1962), paracadutisti, astronauti e, soprattutto, automobili. Sono gli anni dei dragster lanciati a tutto gas: macchine da corsa nel momento di massima velocità e più alto rischio. L’automobile diventa protagonista di alcuni dei suoi dipinti più coerenti e innovativi. Che significato avevano queste opere negli anni ’60: cultura pop, innovazione tecnica, passione per la velocità o fiducia nel progresso?
È proprio nella sovrapposizione degli elementi citati che risiede la forza di queste opere. L’automobile, per Laing, è insieme prodotto della catena di montaggio e strumento di liberazione individuale, oggetto di consumo seriale che nella sua trasformazione in macchina da corsa sfiora qualcosa di quasi trascendente. Laing stesso identificava il pilota di dragster e l’astronauta come i cavalieri arturiani della contemporaneità, eredi di quello che Richard Hamilton chiamava «l’archetipo eroico» della cultura popolare. È certamente fiducia nel progresso, un ottimismo dinamico e giovanile riconosciuto come cifra di quegli anni, ma è anche, sotto la superficie lucida della tecnica, una vera passione autobiografica: Laing possedeva e guidava per le strade di New York la sua hot rod, The Coffee Grinder, che poi riportò con sé in Inghilterra. Pop, tecnica e velocità sono per l’artista tre registri che si fondono in un unico linguaggio con cui raccontare l’ottimismo di un’epoca che credeva nella possibilità di andare sempre più veloce.
Dopo aver lavorato a lungo per Sotheby’s, dal 2000 è curatrice e art advisor e collabora con alcuni tra i più importanti collezionisti internazionali. Ha curato indimenticabili personali di Jeff Koons, Rudolf Stingel, Sigmar Polke e poi la grande mostra «Treasures from the Wreck of the Unbelievable» di Damien Hirst. A che cosa guarda oggi come curatrice e consulente d’arte, che cosa l’appassiona e la interessa?
L’arte rappresenta una grande risorsa per comprendere un mondo complesso come quello che stiamo vivendo, è un linguaggio universale che custodisce e al contempo supera ogni identità culturale. Sono attenta alle espressioni più contemporanee come agli artisti della mia generazione, ma continuo a guardare anche ai grandi maestri del dopoguerra: è importante seguire artisti che già si conoscono come scoprirne di nuovi. Trascorro molto tempo con gli artisti, anche giovani: condividere del tempo con loro è fondamentale per capire dove stanno andando l’arte e il mondo.