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Angelica Kaufmann
Leggi i suoi articoliTela, gesso, cartapesta. Materiali leggeri, economici e vulnerabili, lontani dal marmo e dal bronzo con cui la storia dell’arte ha costruito l’immagine monumentale di Jacopo Sansovino. È proprio questa distanza a rendere particolarmente significativa la Madonna col Bambino e due putti, conosciuta come Madonna delle Muneghette, esposta dal 30 luglio al 30 settembre 2026 al Museo dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze dopo un articolato intervento di restauro. La presentazione rientra nel programma Caring for Art. Restauri in mostra, attraverso il quale l’Opificio rende temporaneamente accessibili alcune opere al termine delle cure conservative, prima della restituzione alle istituzioni proprietarie. La rassegna consente di osservare il restauro come processo di conoscenza, capace di intervenire sulla materia e, insieme, di modificare la lettura storica e critica dell’opera.
Conservata dall’I.R.E. – Istituzioni di Ricovero ed Educazione di Venezia, la scultura venne ritrovata negli anni Settanta nel Pensionato delle Muneghette. L’attribuzione a Sansovino ha posto fin dall’inizio una questione interpretativa: comprendere se il gruppo fosse un modello preparatorio destinato a essere tradotto in un materiale più nobile oppure un’opera autonoma, concepita fin dall’origine attraverso una tecnica inconsueta. La struttura è formata da strati di tela e gesso, con alcune parti in cartapesta realizzate separatamente a calco e successivamente unite attraverso la modellazione diretta. Per lungo tempo questa natura composita ha favorito l’ipotesi di un manufatto intermedio, una sorta di prototipo di bottega. Gli studi più recenti tendono invece a riconoscervi un’opera compiuta, legata all’esperienza maturata da Sansovino nella realizzazione di apparati effimeri e probabilmente destinata a una committenza dalle disponibilità economiche più contenute.
La distinzione è sostanziale. Interpretare la Madonna delle Muneghette come opera finita significa ampliare la conoscenza del sistema produttivo sansoviniano e, più in generale, del rapporto tra qualità artistica, materiali e committenza nel Cinquecento. La sperimentazione tecnica non appare come una soluzione secondaria o provvisoria, ma come la risposta consapevole a una diversa economia dell’immagine sacra. Il gruppo presenta una composizione di forte naturalezza. La Vergine trattiene il Bambino piegandosi verso di lui, mentre i due putti animano la scena e ne ampliano la dimensione affettiva. Il riferimento alla scultura di Donatello per l’altare del Santo a Padova è riconoscibile, ma Sansovino ne rielabora il modello in una direzione più intima. La monumentalità lascia spazio a una relazione fisica e psicologica tra madre e figlio, costruita attraverso inclinazioni, gesti e sguardi.
Proprio questa articolazione era stata compromessa dalle condizioni conservative dell’opera. Al suo ingresso nei laboratori dell’Opificio, la scultura presentava gravi problemi strutturali, deformazioni e mancanze che ne alteravano la postura e rendevano difficile comprendere il movimento originario delle figure. Il restauro, finanziato dalla Fondazione Venetian Heritage, ha richiesto la collaborazione tra i settori dedicati alle sculture lignee policrome e ai materiali ceramici, plastici e vitrei, con il supporto delle analisi scientifiche dell’Istituto. L’intervento ha seguito un criterio di riconoscibilità e prudenza. La pulitura ha recuperato la leggibilità delle superfici senza cancellare le tracce della complessa storia conservativa. Le parti mancanti necessarie alla stabilità e alla corretta inclinazione del gruppo sono state ricostruite attraverso scansione e stampa 3D, mentre un nuovo sistema di sostegno interno ha permesso di restituire all’opera la sua postura.
Le lacune che consentono di osservare la tecnica esecutiva non sono state invece integrate. È una scelta importante, perché rende visibile la stratificazione dei materiali e trasforma il restauro in uno strumento di lettura. L’opera non viene ricondotta artificialmente a una presunta completezza originaria: conserva le proprie fragilità e mostra la struttura che ne ha reso possibile la forma. Il caso della Madonna delle Muneghette mette così in discussione una gerarchia ancora resistente tra materiali nobili e materiali minori. La qualità dell’opera non dipende dalla durata o dal valore economico della sostanza impiegata, ma dalla capacità dell’artista di trasformarla in forma, presenza e racconto. Tela, gesso e cartapesta diventano nelle mani di Sansovino strumenti adatti a costruire un’immagine di grande intensità, forse destinata a un pubblico meno prestigioso, ma non per questo trattata con minore ambizione. Il titolo della mostra, «…volava con le mani e con l’ingegno», restituisce bene questa capacità di adattare tecnica e invenzione. L’opera esposta a Firenze documenta un Sansovino meno monumentale e più sperimentale, capace di trasferire la propria cultura figurativa in una materia instabile, fragile e apparentemente subordinata. Il restauro dell’Opificio ne restituisce oggi la forza formale e, soprattutto, la natura di oggetto storico complesso: immagine devozionale, esercizio tecnico e testimonianza delle molte economie che attraversavano la produzione artistica veneziana del Cinquecento.
Angelica Kaufmann
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