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La Donna velata trasforma il marmo in un tessuto leggero e trasparente

Una «Donna velata» del primo Settecento, recentemente attribuita ad Antonio Corradini (1688-1752), è stata aggiudicata il 20 ottobre da Dorotheum a Vienna per 1,925 milioni di euro, stabilendo il record mondiale per lo scultore secondo la casa d'aste. Stimato appena 12-16mila euro, il busto testimonia il virtuosismo di un artista capace di trasformare il marmo in un tessuto apparentemente trasparente. Determinante per la riscoperta il confronto con un modello in gesso conservato a Ca' Rezzonico, restaurato nell'ambito del progetto Save Venice.

Sofia Piperno

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Il marmo è una materia opaca, compatta, pesante. Nelle mani di Antonio Corradini (1688-1752), tuttavia, sembra perdere queste caratteristiche per diventare sottile, morbido, quasi trasparente. È il paradosso che attraversa l'intera ricerca dello scultore veneziano e che trova una delle sue espressioni più affascinanti nella Donna velata, busto femminile in marmo bianco del primo Settecento, recentemente attribuito all'artista e aggiudicato il 20 ottobre da Dorotheum a Vienna per 1.925.000 euro. Un risultato che, secondo la casa d'aste, rappresenta il nuovo record mondiale per Corradini e che assume un significato particolare alla luce della stima iniziale, compresa tra appena 12 e 16mila euro.

La distanza tra previsione e aggiudicazione racconta una vicenda di riscoperta attributiva, ma invita soprattutto a tornare sull'originalità di un artista che ha fatto del velo uno dei dispositivi più sofisticati della scultura europea del Settecento. Corradini non si limita a dimostrare la propria abilità tecnica: attraverso la rappresentazione di un tessuto aderente al corpo, mette in discussione il rapporto tra ciò che vediamo e ciò che sappiamo della materia. Il busto, databile secondo il catalogo tra il 1717 e il 1725, raffigura una giovane donna il cui volto emerge sotto una membrana sottile di marmo. Il velo accompagna i lineamenti, ne segue le curvature e si raccoglie in pieghe più consistenti attorno al busto. La superficie appare alternativamente tesa e morbida, aderente e libera, in un gioco di profondità e rilievi che modifica continuamente la percezione della figura. È qui che si manifesta il virtuosismo di Corradini. La scultura produce l'illusione che esistano due realtà sovrapposte: il volto e il tessuto che lo ricopre. Eppure entrambe appartengono a un unico blocco di marmo. L'artista non nasconde questa contraddizione, ma ne fa il principio stesso dell'opera. Lo spettatore riconosce la consistenza della pietra e contemporaneamente percepisce una leggerezza che la pietra, per sua natura, non possiede.

Il velo diventa così uno strumento di conoscenza visiva. Nasconde e rivela, protegge e rende visibile, introduce una distanza tra la figura e l'osservatore proprio mentre sembra annullarla. Non è un semplice elemento decorativo, né soltanto una dimostrazione di perizia esecutiva: partecipa alla costruzione del significato dell'immagine.

La figura femminile velata attraversa l'iconografia religiosa e allegorica dell'età moderna, richiamando virtù come la Fede, la Pudicizia e la Verginità. Nella scultura di Corradini questi significati si intrecciano con una componente sensibile e psicologica. Il tessuto che ricopre il corpo può alludere alla dimensione spirituale e all'inaccessibilità dell'immagine, ma è anche ciò che ne accentua la presenza fisica. L'artista elabora questa soluzione già negli anni della sua formazione e affermazione veneziana. Una testimonianza particolarmente significativa risale al 1717, quando il pittore Antonio Balestra descrive in una lettera una Fede velata di Corradini, oggi dispersa, ammirandone la straordinaria qualità esecutiva. La documentazione conferma quanto precocemente lo scultore avesse individuato nel motivo del velo un campo privilegiato di sperimentazione.

Il busto passato da Dorotheum si colloca proprio in questa fase, quando Corradini sta definendo il linguaggio che diventerà la sua cifra più riconoscibile. L'opera misura 60 centimetri di altezza, 75 considerando la base, ma concentra in una scala relativamente contenuta problemi formali e tecnici che l'artista svilupperà anche nella statuaria monumentale. A rendere particolarmente rilevante la sua ricomparsa è il rapporto con un modello in gesso conservato a Ca' Rezzonico, Museo del Settecento veneziano, recentemente restaurato nell'ambito di un intervento sostenuto da Save Venice. Il confronto con questo modello ha fornito un riferimento fondamentale per ricondurre il marmo all'ambito di Corradini.

La scheda di catalogo di Dorotheum ringrazia inoltre lo storico dell'arte Matej Klemenčič per il contributo scientifico allo studio del busto. L'attribuzione resta formalmente indicata come tale, senza che la casa d'aste presenti l'autografia come definitivamente accertata. È una distinzione importante, soprattutto considerando la straordinaria rivalutazione economica dell'opera. La vicenda restituisce anche il valore della conservazione museale come strumento di ricerca. Il modello di Ca' Rezzonico, preservato e sottoposto a restauro, è diventato un termine di confronto per una scultura riemersa sul mercato. La conoscenza storico-artistica si costruisce infatti attraverso relazioni tra opere, materiali preparatori, documenti e testimonianze, spesso conservati in sedi differenti. Il risultato viennese non è dunque interpretabile esclusivamente come una competizione tra collezionisti, benché le offerte si siano susseguite in sala e al telefono fino all'aggiudicazione a un compratore collegato telefonicamente. È anche la conseguenza dell'interesse suscitato da una nuova lettura attributiva.

La carriera di Corradini, del resto, ebbe fin dall'inizio una dimensione internazionale. Le sue opere raggiunsero le corti di Dresda e San Pietroburgo, entrando nelle raccolte di committenti come Augusto il Forte e Pietro il Grande. Nel 1721 lo scultore ottenne il titolo di scultore ufficiale della Serenissima, mentre successivamente lavorò a Vienna per l'imperatore Carlo VI d'Asburgo. In questa circolazione europea si riconosce la fortuna di un linguaggio che univa la tradizione plastica italiana alla spettacolarità e alla ricerca di effetti illusionistici richieste dalla cultura di corte. Ma è a Napoli, nell'ultima fase della sua attività, che la ricerca sul velo raggiunge uno dei risultati più intensi. La Pudicizia, realizzata nel 1752 per la Cappella Sansevero, porta alle estreme conseguenze la tensione tra la presenza fisica del corpo e la sua apparente dissoluzione sotto il tessuto. L'immagine diventa insieme sensibile e allegorica, corporea e spirituale.

Nella stessa cappella, il celebre Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, realizzato nel 1753, prosegue in una direzione autonoma la ricerca illusionistica sul tessuto scolpito. Corradini aveva infatti ricevuto la commissione e preparato un modello per l'opera, ma morì prima di poterla realizzare. Il confronto tra queste esperienze permette di comprendere come il velo non costituisca un episodio isolato, bensì una delle grandi questioni formali della scultura settecentesca: fino a che punto l'artista può trasformare la percezione della materia senza negarne la realtà? 

Corradini affronta il problema attraverso un controllo rigoroso del modellato, della luce e delle superfici. Le minime variazioni del rilievo producono effetti di profondità, mentre il contrasto tra le parti aderenti e quelle più libere del tessuto costruisce una continua oscillazione tra consistenza e leggerezza. È una scultura che richiede allo spettatore di avvicinarsi, di modificare il punto di vista e di confrontare l'evidenza materiale con l'illusione ottica. Proprio questa dimensione percettiva è stata al centro di una recente rilettura critica dell'artista. Tra dicembre 2025 e aprile 2026, la Fondazione Querini Stampalia di Venezia ha presentato la mostra Disapparire. Antonio Corradini e Luigi Ghirri, accostando le figure velate dello scultore alla ricerca fotografica di Ghirri. Il progetto prendeva avvio anche dal riconoscimento di un medaglione marmoreo con una Fede velata, rinvenuto nei depositi della Fondazione e identificato come opera autografa di Corradini. La mostra ha messo in evidenza un tema che attraversa tutta la sua produzione: la possibilità di rappresentare una presenza attraverso ciò che sembra sottrarla alla vista. Il velo diventa una soglia tra apparizione e occultamento, una superficie che obbliga a interrogare il rapporto tra immagine e realtà. In questa prospettiva, la Donna velata venduta a Vienna acquista un interesse che supera la singolarità del risultato economico. La scultura appartiene a una stagione nella quale Corradini sta elaborando una delle invenzioni più riconoscibili del proprio linguaggio e testimonia l'importanza di un tema destinato ad accompagnarlo per tutta la vita.

La stima iniziale e il prezzo finale raccontano naturalmente anche le dinamiche del mercato delle opere antiche, nel quale un'attribuzione può modificare radicalmente l'interesse dei compratori. Ma il valore storico-artistico del busto non nasce dall'aggiudicazione. Dipende dalla sua posizione nella vicenda creativa di Corradini, dai rapporti con le altre opere conosciute e dalle nuove possibilità di studio che la sua identificazione può aprire. Quasi due milioni di euro per una figura che nasconde il proprio volto sotto un velo di marmo. Il paradosso economico sembra rispecchiare quello visivo: un materiale che acquista valore proprio perché riesce a negare, agli occhi dell'osservatore, la propria natura. Corradini non scolpisce soltanto un velo. Scolpisce la possibilità che la materia appaia diversa da ciò che è. Ed è forse in questa contraddizione, prima ancora che nel virtuosismo tecnico, che continua a risiedere la modernità della sua opera.

Sofia Piperno, 23 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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La Donna velata trasforma il marmo in un tessuto leggero e trasparente | Sofia Piperno

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