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Gilda Bruno
Leggi i suoi articoli«Rosso» è la prima parola che mi viene in mente nel pensare all’ingegnosa sperimentazione di Boris Mikhailov, leggendario fotografo ucraino classe 1938. Rosso come l’ampio cappotto e la cuffia in lana indossati dalla donna ritratta in uno degli scatti più celebri del suo progetto «Case History» (1997-98): vibrante analisi della drammatica realtà socioeconomica di Kharkiv, sua città natale, all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica. Rosso come la sua omonima serie, «Red» (1968-75), spaccato saturo dell’Ucraina comunista, e coloro che ne divengono protagonisti: siano essi passanti ignari dello sguardo di Mikhailov, manifesti affissi per le strade delle città o dettagli mondani (unghie laccate, insegne commerciali, labbra e fiancate di veicoli) resi intrascurabili dalle tonalità fiammanti predilette dall’artista. Rosso come lo stendardo dell’armata russa, i fiori che adornano i campi della sua amata Ucraina e le ferite che segnano i corpi dei suoi concittadini, oggi come ieri.
A 60 anni dagli esordi della sua carriera, il senso di urgenza degli scatti di Mikhailov, vignette sociali in bilico tra fotogiornalismo, collage e fotomontaggio, è ancora palpabile: a riaccendere i riflettori sul suo contributo a questo medium è una vasta retrospettiva in apertura il 30 marzo presso il Fotomuseum Den Haag (fino al 18 agosto).
Sviluppata dalla Maison Européenne de la Photographie in collaborazione con il maestro ucraino, la mostra attinge a oltre venti delle sue serie, comprese le più recenti. Coniugando fotografia documentaristica, arte concettuale, pittura e performance, Mikhailov ha tracciato l’evoluzione dell’Ucraina mettendo a fuoco la vitalità di un Paese che continua a lottare per un’esistenza che possa essere degna di essere chiamata tale.
Se le sue immagini a colori trasmettono una critica pungente dell’ideologia socialista, divenendo un pastiche dell’estetica propagandistica di quest’ultima, è in quelle monocromatiche che il fotografo si rivela pienamente: qui, coppie di anziani che ballano si alternano a scene che racchiudono la desolazione dei cittadini costretti nelle periferie della realtà ucraina. Ai tetri cianotipi della sua «At Dusk» (1993) si sostituiscono i momenti di spensieratezza al cuore di «Salt Lake» (1986): realizzata nei pressi di un lago ritenuto «miracoloso» per le scorie in esso rilasciate da una fabbrica circostante, la collezione vede i bagnanti immergervisi in cerca di «benefici» in un cenno all’autoironia e genialità di chi ci ha visto lungo.
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