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Gary Hill, «Why Do Things Get in a Muddle? (Come on Petunia)», 1984, video.

Courtesy Kettelborn Collection.

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Gary Hill, «Why Do Things Get in a Muddle? (Come on Petunia)», 1984, video.

Courtesy Kettelborn Collection.

Kelterborn Collection: alla Giudecca si indaga il potere come modulazione percettiva tra linguaggio e resistenza

Attraverso il «minore» come strategia estetica e politica, la mostra alla Kelterborn Collection alla Giudecca a Venezia indaga il potere come modulazione percettiva tra linguaggio, sorveglianza e resistenza artistica

Redazione GdA

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Il Il potere non si impone sempre con la forza: a volte si modula, si abbassa di tonalità, si insinua nei registri minori della percezione. E non è mai una forma stabile, ma una variazione continua che attraversa linguaggi, comportamenti e sistemi invisibili, agendo più sulla percezione che sull’evidenza. «Who’s a good boy??», ospitata alla Kelterborn Collection alla Giudecca, a Venezia, si inserisce in questa traiettoria assumendo il «minore» come metodo operativo e non come semplice chiave interpretativa. Curata da Anastasia Stravinsky e Mario von Kelterborn, la mostra rappresenta il potere come campo di modulazioni in cui controllo, linguaggio e percezione si sovrappongono senza risolversi in una forma unica o definitiva.

Come affermano i due curatori: «il “minore” non è una riduzione, ma uno spazio operativo: un modo per spostare l’attenzione, per rendere visibili quelle dinamiche che normalmente restano sullo sfondo». Allo stesso modo, il progetto espositivo affronta il tema del potere attraverso una modulazione e si sviluppa come una partitura in cui gesti di comando e controllo risuonano insieme a controcanti più sommessi. Nel clima degli anni Venti del Duemila le tonalità minori diventano strumenti essenziali. Registri attenuati e spesso trascurati incidono profondamente sulla percezione. Il titolo della mostra, tratto dall’opera «Who’s a good boy??» di Nora Turato, si apre come un comando netto, seducente e al tempo stesso destabilizzante. In esposizione i lavori di dodici artisti della Kelterborn Collection: Victor Alarcon, Swen Bernitz, Joseph Beuys, Teboho Edkins, Claire Fontaine, Gary Hill, Renzo Martens, Laure Prouvost, Anke Röhrscheid, Nora Turato, Sung Tieu, Ulay e Mariana Vassileva. Le loro opere offrono una sintesi coerente delle linee concettuali della collezione, orientata su artisti che trattano temi politicamente urgenti e filosoficamente complessi, coniugando la qualità estetica con la capacità di aprire nuovi orizzonti di senso.

All’interno degli spazi della Kelterborn Collection il percorso espositivo si articola in diversi registri, distinti ma interconnessi. Un primo nucleo di artisti indaga l’etica della resistenza e le condizioni percettive del potere. Claire Fontaine definisce un terreno filosofico in cui la nonviolenza si configura come postura attiva; Anke Röhrscheid esplora la soglia instabile tra astrazione e realtà, fragilità e minaccia; il lavoro di Ulay introduce una dimensione storica, mentre Swen Bernitz sposta l’attenzione sul controllo come pratica quotidiana, rivelando l’autorità come normalità amministrativa più che come evento. In questo contesto, l’opera di Joseph Beuys condensa il linguaggio in un’oscillazione ritmica tra affermazione e rifiuto: la sua opera, collocata quasi ai margini dello spazio espositivo, agisce in registro minore anche sul piano spaziale, trasformando la ripetizione in un dispositivo di sottile destabilizzazione dell’autorità.

Un secondo asse della mostra si concentra sul linguaggio e sulla trasmissione. Gary Hill mette in crisi la stabilità del significato, mentre Mariana Vassileva sospende la voce tra presenza e mutismo. Victor Alarcon lavora invece a livello atmosferico, componendo lo spazio come una partitura vivente in cui odore, respiro e movimento attivano una fragile ecologia condivisa.
Un ulteriore nucleo affronta le infrastrutture invisibili del controllo e la costruzione della percezione. Sung Tieu e Renzo Martens analizzano il ruolo della sorveglianza e delle economie dell’immagine, mentre Teboho Edkins ridefinisce l’ascolto come atto etico. L’autorità emerge così come pratica sedimentata: appresa, ripetuta, normalizzata. La controparte più intima della mostra si rivela in una piccola stanza buia con l’opera di Laure Prouvost. All’ultima Biennale ha fatto arrivare il suo progetto a Venezia su una barca, come un grande spettacolo davanti ai Giardini. Qui, invece, si presenta in modo diverso: più vicina, fragile, trasformando le lacrime in un linguaggio di fiducia.

Redazione GdA, 07 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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