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Redazione GdA
Leggi i suoi articoliUno degli architetti della globalizzazione dell'arte invita il sistema a rallentare.. In un intervento pubblicato sul New York Times durante la settimana di Art Basel, Marc Spiegler -direttore globale della fiera dal 2012 al 2022 e figura centrale nell'espansione internazionale del marchio svizzero- propone una riflessione che va ben oltre il caso Pace o le recenti chiusure di gallerie. Il suo ragionamento tocca infatti uno dei nodi più profondi del mercato contemporaneo: l'idea che la crescita internazionale permanente rappresenti ancora il modello vincente.
Secondo Spiegler, il sistema ha raggiunto una dimensione che non riesce più a sostenere economicamente se stessa. Il mondo dell'arte è cresciuto enormemente. Sono aumentati musei, biennali, fiere, eventi, piattaforme e occasioni espositive. Il mercato, invece, è rimasto sostanzialmente fermo. Lo stesso Art Basel & UBS Global Art Market Report 2026 evidenzia un mercato da 59,6 miliardi di dollari, in crescita rispetto all'anno precedente. Ma osservato su un arco temporale più lungo e corretto rispetto all'inflazione, il volume complessivo delle vendite appare sostanzialmente stagnante.
In altre parole, il sistema è diventato più grande senza diventare necessariamente più ricco. È qui che emerge il problema delle gallerie. Negli ultimi quindici anni gran parte del settore ha inseguito il modello della crescita continua: più sedi, più fiere, più artisti, più personale, più città da presidiare. Un modello incarnato dalle grandi multinazionali dell'arte come Gagosian, Hauser & Wirth, David Zwirner e Pace. La recente decisione di Pace di ridurre il personale e alleggerire significativamente il roster degli artisti rappresenta, da questo punto di vista, un passaggio simbolico. Non perché segnali una crisi irreversibile delle mega-gallerie, ma perché mette in discussione un paradigma che sembrava indiscutibile: quello secondo cui la dimensione coincide automaticamente con il successo.
Spiegler suggerisce invece una direzione opposta. Le gallerie, sostiene, dovrebbero investire meno nell'espansione geografica e più nella costruzione di mercati locali solidi. Dovrebbero dedicare più tempo alla relazione diretta con i collezionisti e meno alla rincorsa permanente di fiere, preview, opening e settimane dell'arte distribuite su più continenti. È una posizione che può apparire sorprendente detta da chi ha contribuito a trasformare Art Basel in una piattaforma globale con sedi in Europa, Asia, America e Medio Oriente. Eppure è proprio questa esperienza a rendere interessante la sua analisi.
Perché il punto non è rinunciare all'internazionalizzazione. Il punto è capire che il collezionismo continua a nascere localmente. Le grandi vendite possono avvenire a Basilea, Hong Kong o Miami Beach. Ma la fiducia che porta all'acquisto si costruisce spesso altrove: nelle visite in galleria, negli studi d'artista, nelle relazioni personali, nella conoscenza progressiva di un ecosistema culturale. La pandemia aveva già mostrato questa dinamica. Costrette a ridurre viaggi e partecipazioni fieristiche, molte gallerie avevano scoperto il potenziale dei propri territori di riferimento. Spiegler cita il caso della gallerista berlinese Esther Schipper, che durante quel periodo intensificò il lavoro sul mercato tedesco ottenendo risultati inattesi.
La questione è particolarmente interessante anche per l'Italia. Negli ultimi anni il sistema italiano ha mostrato una crescente capacità di valorizzare reti territoriali forti: Milano, Torino, Bologna, Napoli, Roma e Venezia hanno sviluppato ecosistemi distinti, spesso più efficaci nel costruire comunità di collezionisti rispetto a molte iniziative internazionali ad alto costo. In parallelo cambia anche il profilo dei compratori. Le nuove generazioni di collezionisti non cercano soltanto opere. Cercano esperienze, relazioni, contesti culturali. Vogliono conoscere artisti, visitare studi, partecipare a conversazioni, costruire appartenenze. Un processo che difficilmente può essere sostituito da un PDF inviato via email o da una presenza occasionale in una fiera dall'altra parte del mondo.
In questo senso il dibattito aperto da Spiegler supera la semplice questione economica. Riguarda la natura stessa della galleria contemporanea. Per anni il sistema ha associato il successo alla crescita quantitativa. Oggi sembra emergere una logica diversa. Non più essere ovunque. Essere riconoscibili da qualche parte. Non moltiplicare necessariamente le sedi. Rafforzare una comunità. Non inseguire il mondo intero. Costruire un territorio di riferimento. Paradossalmente, dopo due decenni di globalizzazione, il mercato dell'arte sembra riscoprire una verità antica: la fiducia resta il vero capitale del sistema. E la fiducia, quasi sempre, nasce dalla prossimità.
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